Il Museo della Civiltà Contadina di Aliano è stato inaugurato il 27 Marzo 1988. È posto in un edificio di estremo valore storico in cui si sono consumate vicende che hanno inciso profondamente e per vari ordini di ragioni nel consolidamento dell’identità culturale di Aliano.
I reperti del museo sono esposti in un locale che era stato adibito per lunghi decenni a frantoio, al piano terra dell’edificio che ospitò tra il 1935 ed il 1936 Carlo Levi. È l’edificio quindi ed il luogo in cui è posto, prima ancora del Museo, a parlare di Aliano, della sua storia, della sua cultura, del soggiorno di Carlo Levi e di alcune peculiarità del regime produttivo, oleario, di Aliano. È l’edificio dall’aspetto malandato a custodire e a narrare vicende lontane, a rievocare gli episodi legati al soggiorno forzato del medico torinese, le ore trascorse con Giulia, la santarcangelese; le passeggiate in compagnia dell’amico fedele, Barone; i pomeriggi caldi ed afosi trascorsi con la tavolozza a tratteggiare dall’alto dei burroni scenari apocalittici; a fissare nella mente pensieri che sarebbero stati fissati nelle pagine del sacrificio immondo senza compenso, in cui tuttavia vi è pure spazio per alcune parentesi festive che irrompono nel fluire monotono del tempo.

Di estremo interesse le maschere apotropaiche e gli strumenti musicali impiegati nel carnevale ciascuno dei quali, così come ogni altro manufatto presente nel museo, reca un etichetta su cui è trascritto il nome dialettale, la corrispondente denominazione in lingua italiana ed una breve descrizione circa le modalità d’impiego dell’oggetto.
La strada che conduce al Museo è quella percorsa da Levi per raggiungere la sua prigione, la stessa strada impiegata dai contadini che accorrevano presso il frantoio per strizzare ciò che faticosamente erano riusciti a strappare all’aridità dei calanchi, “ai greti malsani dell’Agri e del Sauro” di ritorno da quella che Levi definiva “l’emigrazione quotidiana”. Il Museo realizzato e diretto dalla “Arkeo touring”, una cooperativa giovanile che ha accolto la proposta del dinamico sacerdote D. Pierino Dilenge, occupa una superficie espositiva di circa 200 mq, distribuiti in 4 vani di diverse dimensioni, in cui sono disposti i manufatti adagiati al pavimento o contro la parete, salvo una collezione archeologica collocata in una apposita vetrina espositiva.

La raccolta oggettuale presentata nel Museo copre pressoché tutta la vasta gamma di cicli produttivi che sono presenti ad Aliano: vi sono oggetti legati alla produzione cerealicola e vinicola, oltre a quelli legati alla trasformazione del latte ed alla lavorazione dell’olio ben rappresentata attraverso due magnifici esemplari di frantoi aventi delle grandi macine di pietra, quelle che effettivamente hanno operato nel corso dei decenni nel frantoio, azionati dalla forza degli asini. Quando il frantoio era operante i proprietari vi risiedevano stabilmente: laddove era posto il caminetto è stata ricostruita la cucina con una ricca serie di oggetti in alluminio ed in creta; laddove era stato posto il letto una stanza senza luce e senza aria è stata ricostruita la camera da letto assumendo quale modello la descrizione effettuata da Carlo Levi.
Il Museo documenta inoltre alcune attività che si sono progressivamente estinte e che hanno avuto un ruolo tutt’altro che marginale nell’economia di sussistenza dell’area: il lavoro di filatura della lana per la produzione di tessuti e la cottura di mattoni per l’attività di costruzione, di cui restano segni eloquenti nel centro storico di Aliano.

[di Nicola Prete]

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