La crescita impetuosa dei valori immobiliari, verificatasi a livello mondiale negli ultimi anni, prima della crisi innescatasi negli Stati Uniti nel 2000 è stata amplificata dalla politica dei bassi tassi di interesse praticata da molte banche centrali. Negli Stati Uniti sono stati concessi una enorme quantità di mutui “subprime”, ovvero un’ampia categoria di mutui che si rivolge ad un target di clientela caratterizzato da almeno uno dei seguenti problemi: almeno due rate non pagate negli ultimi 12 mesi o 3 rate negli ultimi 36 mesi, un fallimento negli ultimi 7 anni, un punteggio di credit score molto basso. Prestare denaro a lungo termine, a tassi bassi, addirittura in alcuni casi a tasso fisso, anche a soggetti con forte rischio di insolvenza, conserva un forte margine di pericolosità. Gli “strumenti derivati”, pensati come strumenti di copertura contro rischi della volatilità finanziaria, sono finiti sotto accusa. Lo shock subprime. Il punto di partenza della crisi del credito americano risale ai primi anni del 2000 e va ricercata nella politica disinvolta di concessione dei mutui immobiliari che ha consentito l’accesso al credito anche a soggetti caratterizzati da un basso di reddito e da una “imperfect credit history” (pignoramenti, inadempienze, ritardi, fallimenti, ecc). I fattori alla base dello shock negli Usa sono tre: concessioni di mutui a condizioni vantaggiose a clientela subprime, incremento onerosità del mutuo, crescita vertiginosa del valore degli immobili. Il sistema è crollato quando il mercato immobiliare ha smesso di crescere, invertendo il trend rialzista. La discesa del valore degli immobili, dopo dieci anni di crescita vertiginosa, ha determinato l’esproprio delle abitazioni, la crescita del numero di default dei mutuatari, alto livello di delinquency e di bancarotta delle società finanziarie. La crisi subprime è fuoriuscita dall’ambito ristretto del settore immobiliare ed ha iniziato a contagiare gli investitori e le principali Borse. Le banche centrali hanno immesso forti dosi di liquidità sui mercati, da agosto e per tutto il 2007, al fine di stabilizzare i mercati, riuscendovi parzialmente. Le responsabilità delle agenzie di credito. La prima causa della crisi è da ricercare nel conflitto di interessi delle agenzie di rating che in molti casi hanno partecipato anche alla fase di strutturazione dei prodotti. Una banca che ha un credito in portafoglio calcola un suo rating per apprezzare la solvibilità del debitore. I modelli delle agenzie sono una “black box” soggetta a continue revisioni. Lo sviluppo globale della finanza strutturata basa le proprie fortune sulla reputazione d’imparzialità degli operatori. Risulta grave che la crisi si sia generata proprio da ritardi ed inadempienze delle agenzie. I declassamenti di rating cominciano solo a luglio del 2007, con un semestre in ritardo rispetto ai pur evidenti segnali di crisi del mercato americano delle costruzioni. La lezione per il futuro. Il complesso e velocissimo movimento liberalizzato di capitali degli ultimi dieci anni, espone la rete finanziaria globale a rischi ricorrenti di crisi sistemica e i mercati a turbolenze. La grave crisi dei subprime potrebbe essere la prima di una serie, in grado di condurre ad una più importante su scala globale. È come il Naufragio del Titanic: un sistema finanziario lanciato a tutta velocità in un mare disseminato di iceberg, con le parole autorevoli e tranquillizzanti dei comandanti del transatlantico che ribadiscono l’inaffondabilità del sistema. Nel 2008 si potrà valutare se la rete finanziaria americana prima e il sistema poi, saranno in grado di rifinanziare titoli a breve in scadenza ciclica. L’auspicio è che il domino non si propaghi verso alcune categorie di titoli paralleli ai subprime, come i commercial paper, un mercato che vale 2.200 miliardi di dollari l’anno, tre volte quello dei mutui subordinati. Il rischio di liquidità si è rivelato non meno importante del rischio di credito. Restano, però forti dubbi, su come valutare il rischio. Una delle soluzioni potrebbe essere tornare, più elementarmente, a considerare cosa potrebbe avvenire in caso di un liquidity shock. I rischi per l’Italia. Nel 2007 nel nostro Paese l’impatto delle turbolenze finanziarie è stato circoscritto. È risultato, però, enorme il numero di clienti ai quali gli Istituti di credito hanno distribuito prodotti con quote (non secondarie) di derivati. Secondo l’agenzia Dbrs, a fronte di una quota di poco superiore al 50% che resta al sistema bancario, l’enorme percentuale restante si distribuisce per un 19% ai gestori di fondi, il 18% ad assicurazioni, il 4% a fondi pensione. Nel caso dei fondi pensione può salire intorno al 18% e, quindi, un quinto del totale composto di portafoglio di questi fondi potrebbe risultare a rischio. In Europa, il colosso creditizio francese Bnp-Paribas ha inserito titoli strutturati a rischio per un controvalore di ben 700 milioni di euro in tre strumenti (uno venduto nel nostro Paese) riservati al pubblico. Il metro per capire se i timori sono fondati è quello di monitorare con attenzione le performance dei propri investimenti. Allarme derivati nei bilanci delle imprese. Il livello di investimento delle aziende italiane sui titoli con strumenti derivati potrebbe raggiungere nel 2008 livelli di guardia. Ammonta a 4 miliardi di euro la cifra calcolata dalla Banca d’Italia a fronte delle perdite di ben 40mila tra piccole e medie imprese a causa di investimenti sui titoli derivati. E di queste il 70% è nel Nord Italia. Il valore nominale dei contratti derivati in circolazione in Italia supera i 6.200 miliardi di dollari. Ad accendere i riflettori dei media è stato un grave scandalo finanziario. Banca Italease ha avuto perdite “da derivati” per 750 milioni di euro, operando da intermediario, facendo sottoscrivere contratti alle imprese e chiudendo poi la posizione tramite contratti speculari con grandi banche estere. Molte di queste operazioni legate sono andate fortemente in perdita.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148)

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