Dopo un oceano di manifestazioni  tenutesi in tutta la Penisola, si
avvia a chiudersi l’anno celebrativo dei duecento anni di Giuseppe
Garibaldi. Doveva essere questa  ricorrenza un’occasione  per
(ri)mettere le cose della storia al loro giusto ordine e grado, per
collocare la figura di Giuseppe Garibaldi fuori dall’aureola
dell’eroismo e separarla da certi schemi oleografici  di un
Risorgimento di maniera. Doveva essere il bicentenario un appuntamento
per accreditare in primo ordine l’autenticità dello spirito battagliero
e libero di Garibaldi e invece, si è caduti in discutibili operazioni
mediali (paginate su paginate sui quotidiani per dire quello che già si
sapeva) e di marketing (qualcuno si è inventato persino il vino
Garibaldi) stridenti con una rigorosa analisi storica. Ha vinto, ancora
una volta, una  roboante (e banale) propaganda di contenuti  che la
tradizione scolastica ci ha continuato a divulgare decennio dopo
decennio. Tuttavia,  al di là  dell’anedottica e di certe forzature, va
riconosciuto che Garibaldi più che l’eroe, è stato prima un artefice di
lotte memorabili  per libertà  dei popoli dell’America Latina e poi –
una volta tornato  in Italia – un protagonista del nostro Risorgimento.

Per quello fece nelle Americhe ancora oggi in nazioni come il Venezuela
(di Chavez si può dire tutto il bene o tutto il male possibile,  lui,
però, porta la camicia rossa  non perché si sente un Che Guevara
redivivo, ma per trasporto verso il generale genovese)  è osannato in
un “libertador”, invece in Italia la storia e la vicenda di Garibaldi
può sempre costituire un libro aperto per rivisitare il Risorgimento ed
analizzare l’influenza della sua azione nelle dinamiche politiche del
tempo. Non per caso il grande giornalista e scrittore moliternese
Ferdinando Petruccelli Della Gattina nella sua scomodissima opera “I
moribondi del  Palazzo Carignano” scriveva  che, di fronte a uno
schieramento politico di sinistra totalmente spaccato all’interno del
primo Parlamento dell’Unità, Garibaldi,  per il suo fascino e carisma e
perché in quel momento era il personaggio più popolare del Paese,
avrebbe potuto sicuramente fare da anello aggregante, ed essere, forse,
il leader  di un diverso progetto per la tribolata Italia del tempo. Ma
non andò così, Garibaldi era un uomo d’azione e  totalmente estranei
gli erano certi misfatti, sotterfugi e intrighi della politica, per
questo  umilmente preferì ritirarsi a vita privata sull’ isola di
Caprera. Dove morì.

[Mimmo Mastrangelo, Assessore alla Cultura Comune di Moliterno]

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