Il modello demografico mediterraneo è caratterizzato da una prolungata presenza dei giovani in famiglia, da un progressivo innalzamento dell’età del matrimonio e della nascita del primo figlio, nonché da livelli bassissimi di fecondità. Una sindome del ritardo alla quale concorrono anche l’innalzamento dell’età in cui si completa il ciclo d’istruzione, si entra nel mercato del lavoro, si trova un’occupazione stabile.
Il contesto lavorativo. Il rapporto tra il numero dei beneficiari di sussidi di disoccupazione ed il numero dei soggetti espulsi dal mercato del lavoro è in Italia uno tra i più bassi tra quelli considerati a livello europeo: appena il 17%, un dato lontano anni luce da quello registrato in paesi come Norvegia (46%), Svezia (54,1%), Francia (71%), Germania (80%), Austria (84,3%), per non parlare del Belgio (92%), dell’Irlanda (93%), dei Paesi Bassi (95%) o del Regno Unito, dove il livello di copertura raggiunge addirittura il 100%. Appena lo 0,65% dei disoccupati under 25 beneficia in Italia di un sussidio di disoccupazione, contro il 43% dei giovani in cerca di lavoro in Francia, il 51% i Belgio, il 53% in Danimarca ed il 57% nel Regno Unito.
L’assenza di una adeguata rete di ammortizzatori sociali fa sì che in Italia – dove gli under 35 rappresentano oltre il 60% dei disoccupati – più che altrove avere una occupazione sia una condizione necessaria, per quanto non sufficiente, alla uscita dalla famiglia di origine.
Secondo quanto emerso dall’Indagine Isfol Plus, i laureati hanno sì maggiori probabilità di essere occupati a cinque anni dal conseguimento del titolo di studio rispetto ai diplomati (86% vs 69%) ma, rispetto a questi, sono più spesso impiegati con contratti atipici. Infatti, meno del 40% dei laureati, contro il 52% dei diplomati, ha un contratto a tempo indeterminato. Il 18%, diversamente, ha un contratto a tempo determinato mentre circa il 15% è un lavoratore autonomo ed il 21% è inquadrato con contratto di collaborazione a progetto o coordinata e continuativa.
Secondo l’Istat, nel 2° trimestre 2006, i lavoratori a termine o temporanei, includendo nella definizione gli occupati a tempo determinato ed i lavoratori autonomi con contratto di collaborazione o prestazione occasionale, pari all’11,8% sul complesso degli occupati, hanno rappresentato il 27,6% degli occupati appartenenti alla classe di età 15-29 anni, raggiungendo il 32,3% in relazione alla sola componente femminile. Tra i lavoratori temporanei, oltre il 40% appartiene a questa classe di età, il 30% appartiene alla generazione dei trentenni ed un altro 30% non ha meno di 40 anni. Oltre il 40% dei lavoratori a termine vive in famiglie in cui nessun altro membro è occupato o, se lo è, ha un contratto a termine.
Effetto spiazzamento. La crescita esponenziale dei contratti a termine ha progressivamente eroso la quota di lavoro autonomo e standard, spiazzata dal crescente ricorso alle nuove forme contrattuali. La stragrande maggioranza dei lavoratori autonomi (70%) e di quanti hanno un contratto a tempo indeterminato (il 63%), ha iniziato a lavorare prima del 1990. Tra i lavoratori standard, poco più del 20% è entrato nel mercato del lavoro dopo il 1995 e, di questi, nemmeno il 7% ha cominciato a lavorare negli ultimi cinque anni. Tra i collaboratori, occasionali, coordinati e continuativi o a progetto, la percentuale di quanti sono entrati nel mercato del lavoro dopo il 1995 è più che doppia (43,4%): oltre il 18%, infatti, ha cominciato a lavorare tra il 1996 ed il 2000, mentre il 25,2% tra il 2001 ed il 2005. Per quanto riguarda i lavoratori a tempo determinato, la maggior parte (53%) ha cominciato a lavorare nell’ultimo decennio.
Su 100 occupati (che hanno iniziato a lavorare prima del 1990) 65,8 hanno un contratto a tempo indeterminato; tra quanti sono invece entrati nel mercato del lavoro nell’ultimo quinquennio, diversamente, solo 48 su 100 hanno questo tipo di contratto. Nell’arco di tempo considerato è progressivamente diminuito anche il peso degli autonomi sul complesso degli occupati: pari al 26,7% tra quanti hanno cominciato lavorare prima del 1990 ed al 20% tra quanti hanno iniziato a cavallo tra il 1990 ed il 1995, non raggiunge il 15% tra gli occupati entrati nel mercato del lavoro solo nell’ultimo quinquennio.
Al contrario, è cresciuto enormemente negli anni il peso dei lavoratori a termine, sia nell’ambito del lavoro dipendente che di quello parasubordinato: pari ad appena il 7,5% tra gli occupati entrati nel mercato del lavoro prima del 1990, hanno raggiunto tra quanti hanno cominciato a lavorare tra il 2001 ed il 2005 il 37,4%. Nello specifico, l’incidenza dei lavoratori a tempo determinato è salita dal 3,3% al 20,3%; il peso dei lavoratori impiegati con altre forme di lavoro dipendente è salito dall’1,6% al 6,5% mentre quello dei collaboratori è più che quadruplicato, passando dal 2,6% tra gli occupati entrati nel mercato del lavoro prima del 1990 al 10,6% tra quanti vi sono entrati negli ultimi cinque anni.
Ma qual è la probabilità che un’occupazione a termine costituisca il trampolino verso un impiego stabile? Tra il 2000 e il 2005 è approdato ad un contratto standard il 48,8% di quanti lavoravano con un contratto a tempo determinato, il 38% degli interinali e di quanti lavoravano con altre forme di lavoro dipendente, circa il 16% dei lavoratori autonomi ed il 35% dei collaboratori (co.co.co, co.pro e occasionali). Tra questi ultimi, dunque, il 65% non è stato interessato da processi di stabilizzazione: oltre il 15% è diventato un lavoratore autonomo ed una quota altrettanto consistente è passata al tempo determinato o ad altre forme di lavoro dipendente, mentre il 34,5% ha continuato a lavorare come collaboratore. A questi vanno aggiunti quanti lavoravano con un diverso tipo di contratto e nell’arco di tempo considerato sono diventati collaboratori (oltre il 20%), ovvero: il 4,5% dei lavoratori a tempo indeterminato, il 3,4% dei lavoratori a tempo determinato, il 9,2% di quanti lavoravano con altre forme di lavoro dipendente ed il 3,3% degli autonomi. Tra i lavoratori standard, infine, solo il 71% ha mantenuto lo stesso tipo di contratto.
I processi di stabilizzazione interessano dunque solo una minoranza di lavoratori atipici e di collaboratori in particolare. Eppure, la stragrande maggioranza dei collaboratori occasionali (68,8%), a progetto (78,6%) o coordinati e continuativi (82,6%) lavora per un unico committente e vorrebbe vedere convertire il proprio contratto in un rapporto a tempo indeterminato.
Il tentativo di diventare adulti tra incertezze e attesa di tempi migliori. L’indagine European Quality of life Survey svolta nel 2003 su 28 paesi europei consente di evidenziare come in Italia la stragrande maggioranza degli under 35 viva con la famiglia di origine: il 59% (il 61% dei giovani ed il 57% delle ragazze), un caso unico nei paesi dell’Europa a 15. Anche tra gli altri paesi dell’area mediterranea la percentuale di giovani che si trova nella stessa situazione è decisamente più bassa: in Portogallo è il 36,5%, in Grecia il 27%, in Spagna il 10%. Gli under 35 che non hanno ancora acquisito un’autonomia abitativa dalla propria famiglia di origine, pari mediamente al 29% nella Ue a 15, non raggiungono i venti punti percentuali in Austria (19,5%), Germania (16,5%), Svezia (15,5%), Danimarca (12,5%) e Finlandia (12%).
La quota di giovani italiani che non ha ancora trovato un’indipendenza abitativa dalla famiglia di origine sfiora addirittura il 61%. A questo risultato ha contribuito in particolare la componente più matura del segmento giovanile della popolazione: vive ancora in famiglia il 44,5% dei giovani tra i 25 e i 34 anni (Istat 2003).
L’indagine Idea (2005) ha rilevato che anche quando si riesce a lasciare il nido, si tratta spesso di una conquista ad elevata vulnerabilità; il rischio di rientro nella casa dei genitori è elevatissimo e riguarda il 46% degli uomini ed il 40% delle donne che ne erano usciti per motivi lavorativi.
Una vita a due? Nel quadro di uno spostamento in avanti generalizzato dell’età della donna alla nascita del primo figlio, che vede peraltro l’Italia in linea con la media dei paesi dell’Unione a 15 (=28,3 anni), sono soprattutto i giovani italiani ad accantonare la possibilità di vivere con il proprio/la propria partner, con o senza figli. In un quadro di incertezza generalizzata, e nel contesto di un paese come il nostro in cui l’unico ammortizzatore sociale possibile è rappresentato dalla famiglia di origine, è la stessa dimensione di coppia, intesa anche come possibilità di condividere un progetto di vita in comune, che sembra essere messa in crisi. Poco più di ¼ dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni (il 25,5%), infatti, vive in coppia: si tratta del valore più basso tra quelli dei paesi della Ue a 15, ben lontano dal dato medio (36,5%) e distante anni luce dai valori registrati in Germania (dove i giovani che vivono in coppia sono il 40,5% del complesso), Regno Unito (43%), Svezia (43%), Belgio (43,5%), Lussemburgo (45%), Finlandia (47,5%) e Danimarca (48,5%).
Non solo. In Italia, più che altrove, la dimensione di coppia sembra essere strettamente legata a quella genitoriale: sono più gli under 35 in coppia con figli (15,5%) che quelli in coppia senza figli (10%). In altri paesi europei i giovani sembrano, al contrario, essere capaci di pensare a costruire una vita a due quale progetto autonomo, non necessariamente funzionale alla nascita di figli: nel Regno Unito sono più numerosi gli under 35 in coppia che quelli in coppia con prole (29,5% vs 13,5%), così come in Danimarca (28% vs 20,5%), Finlandia (25,5% vs 22%), Paesi Bassi (20,5 vs 18,5%) Austria (20% vs 15,5%) o Francia (19,5% vs 19%).

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148)

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