Non abbiamo mai posto e non poniamo una questione penale, ma politica. “Negli ultimi decenni intorno alla spesa pubblica si è venuto strutturando un blocco sociale e politico caratterizzato dalla mercificazione della politica e dalla 
politicizzazione dell’economia. Insomma quello che abbiamo cercato di rilevare è il carattere di un rapporto tra stato e mercato, istituzioni ed economia, cioè di un modello in cui nuove forme di rendita e protezionismo pesano non solo sull’economia, ma anche nelle relazioni sociali”. Abbiamo tentato di contribuire ad affrontare la situazione di vera e propria decadenza della Basilicata indicando un percorso che avrebbe dovuto prendere l’avvio dalla razionalizzazione degli strumenti della spesa pubblica, al fine di renderla programmata, produttiva e partecipata. Cioè, andando al cuore della questione democratica e della questione morale, al rapporto tra governanti e 
governati caratterizzato da processi di passivizzazione che espongono pericolosamente la società lucana a tentazioni di vera e propria colonizzazione. In quale altro modo è possibile definire la presenza e le pretese della Coca-Cola, della FIAT, delle Compagnie Petrolifere che proprio in questi mesi stanno tentando di annettersi il 60% del territorio lucano, sforacchiandolo per terra e per mare, appropriandosi di servitù dappertutto per lo stoccaggio, la rigassificazione, lo smaltimento di rifiuti inquinanti provenienti da mezza Europa? E che, in cambio,
 concedono elemosine alla Regione e ai Comuni sempre più impegnati ormai a interpretare – anche nelle forme del governo – la ‘precarietà’ che dovrebbero tentare di superare? Abbiamo ribadito, con decisioni certamente non disinvolte e che si sono spinte fino a scegliere e ribadire collocazioni all’opposizione  di questa Maggioranza alla Regione e in tanti enti locali, un atto di riforma della politica, contro la incoerenza tra ciò che si promette e ciò che si fa.
Se questo è il nocciolo della battaglia di democrazia che in Basilicata occorre, la magistratura deve fare la sua parte!
E’ inaccettabile che per mere obiezioni di natura deontologica, si debbano togliere ai giudici naturali le inchieste inquietanti che gettano ombre sinistre persino sulla tenuta democratica delle nostre istituzioni politiche, economiche e della giustizia (e non soltanto locali).
Le inchieste vanno portate a termine e in tempi certi. E’ interesse di tutti, anche degli indagati sui quali – altrimenti – resterà per sempre l’ombra dei sospetti. Ma, anzitutto  delle popolazioni lucane esposte – se la richiesta di trasferimento venisse accolta e le inchieste ineluttabilmente prendessero le vie degli insabbiamenti – ancor più al pericolo della malavita organizzata (anche quella dei colletti bianchi!) e criminale che potrà sentirsi al riparo di una giustizia oramai impotente e ridotta anch’essa alla subalternità.
Non ci fermeremo alle denuncie dei rischi cui intende esporci il Ministro Guardasigilli. Lavoreremo perché anche la fragilità della magistratura nel Sud (Campania, Calabria, ecc.) divenga in tutta fretta problema essenziale della rinnovata Questione del Mezzogiorno, oggi finalmente all’attenzione del Governo, non solo l’opinione pubblica nazionale e internazionale.

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