Più che un mercato estero, quello europeo si deve considerare un mercato interno. Per questo motivo è necessario inquadrare la struttura economica italiana effettuando un confronto con quella degli altri Stati membri. L’indice della produzione industriale mostra la posizione dell’industria italiana tra i fanalini di coda (1,8%), in termini di volumi prodotti. Il basso tasso di crescita della produzione industriale italiana nel periodo 2000-2006 riflette la crisi, non ancora definitivamente superata, del nostro sistema industriale. Tra gli Stati dell’Ue spicca la posizione dei paesi dell’Europa Orientale ed in particolare della Bulgaria (78,3%), dell’Estonia (76%), della Lituania (71,1%), dell’Ungheria (66,9%) e della Slovacchia (62,6%), in cui il livello della produzione industriale è aumentato di oltre il 60%. Però bisogna tener presente la situazione di arretratezza che caratterizza i sistemi produttivi di queste nazioni: infatti, date le condizioni di partenza, è stato sufficiente migliorare l’efficienza produttiva per avere un forte incremento della produzione. Anche escludendo i 12 paesi di nuovo ingresso e considerando soltanto gli Stati dell’Europa a 15, l’Italia continua ad occupare le ultime posizioni per quanto riguarda l’incremento della produzione industriale. Assume invece una posizione di spicco l’Irlanda che, tra il 2000 e il 2006, ha incrementato del 50% i volumi produttivi, grazie ad una serie di politiche di sviluppo che hanno sfruttato il volano costituito dai fondi comunitari. Tali fondi sono stati efficacemente utilizzati per costruire una rete di servizi e infrastrutture di alto livello, che hanno esercitato un forte potere di attrazione sulle imprese piccole e grandi. Al contrario, nel Regno Unito si rileva una forte riduzione dei volumi prodotti derivante, in parte, dal trasferimento in Irlanda di molte attività produttive, ma soprattutto da una profonda ristrutturazione dell’intero settore industriale che si è ormai conclusa e ha portato l’industria britannica ad un ruolo non più centrale: infatti il sistema economico della Gran Bretagna sta puntando sull’alta tecnologia e sulla ricerca, per rilanciare in grande stile l’economia. Buona anche la performance dell’Austria e della Finlandia che, ponendo l’alta tecnologia al centro della strategia di sviluppo industriale, hanno raggiunto livelli di crescita della produzione industriale pari rispettivamente al 34,7% e al 19,8%.
Le difficoltà dell’industria italiana devono essere inquadrate anche in un contesto di internazionalizzazione dell’impresa, che nel nostro Paese si è verificata sostanzialmente attraverso una delocalizzazione delle attività produttive, che ha indirizzato le politiche di sviluppo industriale verso una competizione sul prezzo e non sul prodotto, provocando la perdita di posizioni sui mercati internazionali in termini di competitività. La condizione di sofferenza dell’industria non ha prodotto una reazione finalizzata anche all’innovazione di prodotto, ma solamente all’innovazione di processo (incapace, da sola, di anticipare gli orientamenti dei mercati internazionali), e le strategie di sviluppo si sono basate principalmente sulla leva del prezzo. Questa scelta strategica è stata favorita dall’andamento del mercato valutario e da politiche sui tassi di cambio generalmente favorevoli alla produzione italiana. Con l’introduzione dell’euro e con un equilibrio monetario internazionale, caratterizzato dalla rivalutazione della moneta unica rispetto al dollaro Usa, la leva del prezzo non può più essere usata a favore della produzione del nostro Paese. D’altra parte, la politica della Bce ha da sempre mirato ad un euro forte e le manovre sui tassi di interesse sono tutte volte a mantenere la moneta europea stabile e forte sui mercati internazionali. Tutti i paesi europei che aderiscono all’euro versano nelle stesse condizioni, ma nel caso italiano la situazione è aggravata dal permanere di una politica di sviluppo industriale basata principalmente sui prezzi, mentre sono rari gli esempi d’innovazione tecnologica. In buona sostanza la crisi dell’industria italiana è provocata principalmente da un divario con gli altri paesi in termini di competitività, che non può fondarsi esclusivamente sul prezzo dei prodotti.
Indicatori economici dell’industria.
Il primo indicatore relativo alla produzione industriale mostra lievi cambiamenti di tendenza, tuttavia il livello della produzione è molto più basso che nel 2000. Prendendo in considerazione gli indici della produzione industriale per destinazione economica dal 2000 (pari a 100) al 2006 (valori fino ad ottobre 2006), si registra per i beni di consumo una variazione positiva del 2,1% rispetto all’anno precedente ma, rispetto al 2000, in questo comparto si produce il 3,3% in meno. Anche per i beni strumentali sembra essersi arrestato il trend negativo (ormai di medio-lungo periodo), tuttavia il divario rispetto al 2000 è di -7,3%. I beni intermedi, dopo un cambiamento di tendenza nel 2005, tornano ad avere una variazione positiva e, rispetto al 2000, la quantità prodotta di questi beni è diminuita del 5,7%. Infine la produzione di energia, pur confermando il crescente orientamento ad un sistema sempre più energivoro, registra finalmente una battuta di arresto (-3,5%), da attribuire più alla crisi del gas russo che al miglioramento dell’efficienza energetica del sistema nazionale.
Nel lungo periodo, è il made in Italy a soffrire maggiormente tra i settori di attività. In particolare il settore della lavorazione delle pelli e delle calzature perde oltre il 30% del volume prodotto, anche se nell’ultimo anno si è avuto un lieve incremento della produzione che ha interrotto il trend negativo ormai costante negli anni passati. Anche i settori della produzione di apparecchi elettrici e di precisione, il tessile e abbigliamento, il settore dei mezzi di trasporto e quello delle altre industrie manifatturiere (compresi i mobili) sono caratterizzati, nel lungo periodo, da un netto declino produttivo. Per il settore del tessile e dell’abbigliamento e per le altre industrie manifatturiere il trend negativo non si è ancora interrotto.
Per quanto riguarda l’andamento degli ordinativi, se i prodotti in metallo fanno registrare un incremento degli ordinativi superiore al 40% rispetto a quelli del 2000, lo stesso fenomeno si verifica anche nel settore del legno nel quale gli ordinativi aumentano di oltre il 20%. I settori che ancora stentano a riprendersi e registrano un livello degli ordinativi al di sotto di quello del 2000 sono il tessile e abbigliamento, quello della carta-stampa-editoria e il settore dei mezzi di trasporto.
Rispetto al 2005 i dati sono comunque positivi ed è incoraggiante osservare che l’incremento degli ordinativi proviene dai mercati esteri più che dal mercato interno. Questo indicatore alimenta le speranze per il futuro, quanto meno nel breve termine, e induce all’ottimismo sulle scelte di sviluppo dell’industria italiana, che sembrano maggiormente orientate all’innovazione.
Per quanto concerne il fatturato, si registra ancora una volta ad una forte impennata dei fatturati nell’industria estrattiva (+12,8,% rispetto all’anno precedente). Questo dato è decisamente influenzato dall’andamento del prezzo del petrolio e contrasta in maniera evidente con i dati relativi a tutti gli altri settori, che presentano livelli di crescita del fatturato più modesti. Per la prima volta in sei anni aumenta in modo consistente il fatturato del settore delle pelli e calzature che, rispetto al 2005, registra un incremento superiore al 10%. L’unico settore che rispetto al 2005 registra una riduzione del fatturato è quello delle altre industrie manifatturiere.
Nel 2006 l’indice del fatturato è inferiore rispetto a quello del 2000 nei settori del tessile e abbigliamento, del cuoio e della pelle, della fabbricazione di mobili, in quello delle macchine elettriche e nelle altre produzioni manifatturiere. In generale, comunque, si può affermare che anche il dato sugli ordinativi è positivo e può essere considerato il segnale di un trend di crescita non solo temporaneo.
L’occupazione nell’industria. Il sistema italiano appare nel complesso caratterizzato da una crescita molto limitata dell’occupazione nel settore industriale, che riflette le gravi difficoltà dell’attuale fase di transizione verso una organizzazione territoriale e non più solo aziendale della produzione.
A livello macro-regionale la struttura occupazionale nell’industria evidenzia la tradizionale divisione tra Nord, Centro e Sud. In ogni caso il livello di occupazione in tutte le regioni non è variato molto e sembra piuttosto assumere un andamento che oscilla attorno a valori stabili. Tale andamento ondulatorio è legato a fenomeni stagionali come il ricorso alla cassa integrazione, che nei mesi estivi viene spesso utilizzata dalle imprese in crisi economica. Una occupazione stabile nel settore secondario, unita ad un generalizzato incremento degli indicatori economici nei vari settori, indica una migliorata efficienza produttiva e una maggiore integrazione di filiera.
Tuttavia bisogna sottolineare che anche nell’industria si ricorre frequentemente a forme contrattuali atipiche. Esse se da un lato favoriscono le esigenze di riduzione dei costi da parte delle imprese, dall’altro producono uno scollamento tra la crescita del settore imprenditoriale e le condizioni economiche dei consumatori. Le forme di lavoro flessibile, inoltre, disincentivano l’imprenditore a ragionare in un’ottica di lungo periodo, che è la dimensione necessaria per chi vuole investire in innovazione.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148)

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