Ed invece i problemi sono destinati a crescere, nonostante di recente il presidente della regione Basilicata abbia autorizzato il trasferimento temporaneo di 250 l/sec su una carenza totale di 1.500 litri al secondo. Il più grande invaso d’Europa in terra battuta sembra essere diventato una “goccia” nel “mare magnum “dei problemi, nonostante i mass media si sforzino in Basilicata di presentarne una immagine rassicurante. La cruda realtà emerge invece nei quartieri di Taranto dove l’acqua, d’estate, viene erogata esclusivamente tramite autobotti. La popolazione è costretta a combattere quotidianamente per i più elementari bisogni legati all’uso dell’acqua potabile, affidandosi alla costosissima minerale. Grave è la situazione a Brindisi. Gravissima nei paesi del Salento, in provincia di Lecce, le cui attività turistiche vedono pregiudicato il loro futuro. Quasi due milioni di abitanti dipendono dall’acqua proveniente dalle sorgenti e dagli invasi dell’Irpinia e dalla  Basilicata ed in particolare quella delle valli del Sinni e dell’Agri. A fronte di questa grande domanda d’acqua, si registrano carenti politiche regionali per la salvaguardia della risorsa idrica. Essa non è solo imputabile a problematiche della distribuzione o della pioggia caduta durante l’anno così come mostrano i dati rilevati dall’Autorità di Bacino della Basilicata. I boschi lucani vengono sempre più depauperati o destinati alla cosiddetta filiera delle biomasse vegetali per l’industria energetica del bio-pellets e le attività petrolifere in Val d’Agri rischiano di pregiudicare in modo irreversibile il futuro della conservazione delle preziose risorse naturali e le falde dell’Appennino meridionale che riforniscono d’acqua gli invasi lucani, oltre che contribuire ad incrementare i gas serra responsabili dei cambiamenti climatici.Questi problemi non interessano solo i lucani ma anche le comunità e le istituzioni pugliesi, sicuramente più sensibili circa la necessità che le montagne dell’Appennino vengano tutelate attraverso un efficace e diffuso sistema di aree protette, piuttosto che da inutili condutture idriche che pur se imponenti rischiano di diventare, insieme alle dighe, costosissimi “vuoti a perdere” o peggio da invadenti ed inquinanti pozzi petroliferi ed oleodotti autorizzati dalle istituzioni regionali che feriscono, materialmente e moralmente, territori e comunità, svendute alle lobby energetiche.  Il processo di depauperamento del territorio della Basilicata non può essere considerato solo un problema dei Lucani. Così come non può essere considerato la carenza d’acqua in Puglia solo un problema dei pugliesi. Le due comunità sono quindi chiamate ad analizzare ed approfondire e risolvere insieme i loro problemi a partire dalle iniziative comuni per contrastare la privatizzazione delle reti e delle opere idrauliche quali dighe, condotte e derivazioni che fanno gola alle multinazionali dell’energia, come l’Enel. Non è un mistero come dietro la privatizzazione della preziosa risorsa ci siano gli interessi privati delle multinazionali energetiche.  Non è per caso che preziosa acqua potabile, pari a 500 litri al secondo, venga ceduta gratuitamente dalla Regione Basilicata all’ILVA di Taranto, che la preleva dall’impianto di sollevamento di parco del Marchese attraverso la derivazione di Statte (TA) dopo aver raccolto anche le acque destinate ad uso potabile provenienti dalla diga del Pertusillo. Così come non è casuale che si progettino altre centrali di produzione energetiche a Taranto, come quella del Gruppo Riva già proprietario dell’ILVA, che richiederà ulteriori apporti di acqua per il raffreddamento degli impianti. Il polo industriale di Taranto è tra i più inquinati ed inquinanti d’Italia e d’Europa. L’ILVA immette nell’atmosfera ben 11 milioni di tonnellate annue di CO2, la centrale Edison di Taranto (10 milioni di tonnellate di CO2) la centrale Enel di Brindisi (12 milioni e mezzo di tonnellate di CO2 all’anno). Senza contare le varie centrali realizzate e quelle che si intende realizzare sui territori pugliese e lucano che richiedono grandi quantità di combustibile fossile (gas ed altri combustibili fossili) alla cui gestione si candiderebbe la SEL (Società Energetica Lucana). Questi impianti richiedono anche enormi quantità di acqua per il raffreddamento degli impianti di cui non è possibile non tenerne conto.Il primo accordo stipulato tra le Regioni Puglia e Basilicata, risalente agli anni 70, conteneva importanti indicazioni sulla necessità di tutela dei bacini idrici della Basilicata attraverso la creazione di un articolato sistema di aree protette supportate da una politica di salvaguardia ed incremento delle foreste finalizzata al mantenimento della risorsa idrica ed il contenimento del dissesto idro-geologico. L’indicazione fu  “annacquata” nell’accordo di programma del 1999 per la gestione condivisa delle risorse idriche sottoscritto in base alla Legge 36/94 dalle regioni Puglia, Basilicata e dal Ministero LL.PP. che, pur enunciando i principi della salvaguardia dell’ambiente, non ha tenuto conto del mutato scenario climatico globale che condiziona e condizionerà maggiormente la disponibilità di acqua in futuro anche in ambito locale. L’acqua rappresenta una risorsa strategica di gran lunga più importante per lo sviluppo del territorio, che non ad esempio l’estrazione degli idrocarburi in Basilicata che già impone servitù non solo energetiche per il territorio lucano, rendendolo più fragile e vulnerabile sul versante dei potenziali effetti dell’inquinamento non solo ambientale ma anche morale ed economico unitamente alla disponibilità futura della preziosa risorsa idrica. E’ quindi necessaria una maggiore attenzione alle problematiche connesse al ciclo dell’acqua, ben oltre le ristrette visioni impiantistiche e tariffarie delle pubbliche istituzioni che dovrebbero avere l’obbligo di conservare un bene di tutti e non certamente favorire la sua privatizzazione forzata attraverso una  deregolamentazione delle leggi regionali.

DAL NOSTRO PASSATO, LE RISPOSTE PER IL FUTURO

Secondo l’analisi ricorrente la crisi idrica deriverebbe da fasi cicliche di origine naturale ma anche dal calo delle portate delle sorgenti del Sele-Calore che è pari a oltre 1.200 litri al secondo.  Le grandi perdite lungo l’acquedotto Pugliese sarebbero invece uno dei fattori di questa carenza di disponibilità idrica, soprattutto nei mesi estivi, unitamente all’assenza di politiche di razionalizzazione dei consumi. Costruito agli inizi del 1900 tra l’Irpinia, la Basilicata e la Puglia che da Capo Sele porta l’acqua a Bari, distribuendola a numerosi comuni delle province pugliesi. Un acquedotto che si sviluppa in  nel primo tratto in Basilicata, progettato e realizzato per soddisfare in via definitiva i fabbisogni della Puglia “siticulosa” che presentava gravi problemi sanitari agli inizi del Novecento. L’opera idraulica, ancora sconosciuta a molti, nasceva da un “faraonico”progetto pubblico voluto dalle amministrazioni locali dell’epoca che realizzarono anche la gestione pubblica del bene contro gli speculatori che ne chiedevano invece la privatizzazione. Con lo sviluppo di 245 chilometri, 4 province attraversate e con una capacità di trasporto d’acqua ancora oggi considerevole, pari a quasi 5.000 litri al secondo, L’acquedotto ridotto in molti tratti a colabrodo necessiterebbe di urgenti restauri che evitino stravolgimenti architettonici di un opera che può essere classificata tra le meraviglie del mondo, sia per la tecnica di ingegneria idraulica e materiali utilizzati, sia per le soluzioni ambientali adottate, ancora misconosciute ai moderni tecnici, allorquando progettano e realizzano, senza alcun rispetto per l’ambiente, opere pubbliche che hanno per fine l’utilizzo delle risorse naturali primarie per definizione esauribili. Lungo questo acquedotto, dell’età veneranda di oltre un secolo, si perde una gran quantità di acqua che andrebbe recuperata con restauri e manutenzioni ordinarie sui ponti canale in pietra, lungo le centinaia di chilometri di condotte in galleria. La conoscenza tecnica e gestionale di chi oggi sovrintende la gestione privatistica del bene acqua, sembra invece dimenticare la centralità della salvaguardia e riproducibilità della risorsa naturale e la stessa manutenzione degli impianti, obosoleti per assenza di manutenzioni.

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