Se fino a qualche decennio fa si pensava al potere dei media, si finiva per riflettere principalmente sul ruolo primario affidato e dominato in modo esclusivo dagli ideali etici della “libera stampa” e da quelli del cosiddetto “servizio pubblico”. Da diversi anni a questa parte, tuttavia, sono diventati numerosi i fattori che hanno contribuito ad amplificare gli spazi mediali oggi disponibili facilitando – con la riduzione dei costi per l’accesso, soprattutto digitale – le opportunità di partecipazione che un tempo appartenevano esclusivamente a coloro che detenevano il cosiddetto “quarto potere”.
A detenere questo “potere” restano ancora i giornalisti, unica categoria tra quelle degli agenti sociali, capace di conservare competenze professionali per definire, incitare, spiegare, giudicare e, in certi casi, persino sedurre diffondendo le notizie che ogni giorno il sistema sociale in cui viviamo produce. C’è però un fatto: se fino a ieri si sarebbe potuto pensare ai giornalisti come garanti di libertà di espressione e di sviluppo del processo democratico della società, oggi bisogna riconoscere che questo ruolo è quasi totalmente cannibalizzato dal mondo stesso dei media che ha ormai edificato uno strutturato sistema in cui nulla può più essere considerato “fuori”. Il mondo in cui viviamo, le esperienze che facciamo o le considerazioni che sviluppiamo, oggi provengono più che mai da “dentro” i media, al punto che i loro prodotti culturali contribuiscono ampiamente a (de)formare le nostre identità, a colmare di contenuti i nostri valori e ad attribuire concetti significanti (spesso nuovi) alle singole cose di ogni giorno, compresa probabilmente anche la nostra stessa vita.
Dalle illusioni necessarie all’autodifesa intellettuale. Rispetto alla libertà di informazione Chomsky (1989) sostiene che in quelle fortunate aree del mondo in cui le nazioni possono venire definite paesi democratici, tutti i cittadini devono impegnarsi a «intraprendere un corso di autodifesa intellettuale». Questo si rende necessario ed indispensabile per proteggersi dalle manipolazioni operate dai mass media, strategicamente implementate e diffuse per annebbiare le idee, i desideri e le percezioni della gente comune, al fine di diffondere e consolidare quelle che l’importante analista definisce “le illusioni necessarie”.
A rafforzare questa visione, connotandola con i contorni di un vero e proprio allarme, da lui lanciato però in tempi ancora non tanto sospetti, è Bordieu (1976) che definisce questa tendenza generativa di illusioni attivata dai media, come un processo di “dirottamento del senso”, individuabile soprattutto quando intorno ad interessi economici o politici si mira strategicamente a spostare blocchi di opinione. Finisce così che persino uno dei fondamenti dello Stato democratico, come consideriamo comunque in Italia la libertà di informazione, vada a ridursi a mero prodotto merceologico da spacciarsi (magari quanto prima possibile) anche attraverso una delle infinite televendite che ormai bombardano l’etere saturandolo di quella presenza ingombrante, fastidiosa e contagiosa che prende il nome di pensiero debole. Un pensiero, la cui debolezza può essere debellata solo attraverso un proverbiale “rimedio della nonna” da usare come antidoto, vale a dire una sana cura ricostituente in grado di rafforzare nel dinamismo della sfera pubblica (Habermas, 2002) l’idea forte e solida dell’informazione, intesa però come bene pubblico ed orientata pertanto ad un’etica pubblica in grado di poterne così «sostenere princìpi, regole ed applicazioni» (Morresi, 2003).
Ma quali interrogativi pongono gli eccessi di libertà di informazione quando essi generano processi diseducativi e risultati eccentrici? Innanzitutto non si possono calendarizzare fenomeni di evidente rilevanza degenerativa, collocandoli esclusivamente nell’ultimo decennio in cui il nostro Paese ha visto e subìto alternanze governative di tipo catodico, perché per non essere volutamente fuorvianti e mantenere un po’ di quello che oggi è il rarissimo senso di obiettività, occorre risalire ad abitudini da noi consolidatesi nel tempo.
Si afferma, ad esempio, in un Rapporto dell’Onu sulla libertà d’informazione che «il network televisivo pubblico Rai è stato pesantemente politicizzato fin dalla sua creazione nel 1954. All’epoca, e fino ai principali cambiamenti alla fine degli anni Ottanta – continua la nota – la televisione pubblica italiana fu controllata dal partito popolare al potere: la Democrazia Cristiana». Siamo di fronte ad una ricostruzione storicamente fedele ai fatti, ma anche davanti ad un modus operandi che da noi, in fatto di libertà di informazione, ha assunto i connotati di quel “pelo” per il quale i lupi dell’informazione nel nostro Paese non perdono e non perderanno mai il vizio.
Non è un caso se l’Italia, nell’ultima classifica mondiale della libertà di stampa resa pubblica dall’associazione Reporters sans frontières, risulta, tra i 168 paesi presi in esame, classificata solo alla quarantesima posizione.
Non stupisce quindi come nella classifica stilata nel 2005 sulla libertà di stampa dall’organizzazione americana no profit, Freedom House, il nostro Paese – addirittura dopo Ghana e Papua Nuova Guinea – era l’ultimo tra le nazioni europee occidentali occupando la posizione n.77.
Anomalie strutturali. Tale anomalie nel caso dell’Italia sono riconducibili a tre distinte dinamiche: concentrazione dei mass media (duopolio); presenza di conflitto di interessi; forte controllo politico da sempre esercitato sulla Tv pubblica dai governi in carica.
L’Ocse, in un Rapporto pubblicato nel 2005, parla di una «anomalia italiana» in cui «è incompatibile avere sia il controllo dei telegiornali che occupare un posto pubblico».
L’EFJ (European Federations of Journalists) in un Rapporto del 2003 dall’eloquente titolo “Crisis in Italian media”, ribadiva quanto sia: «impossibile non concludere che in Italia la crisi dei media sia seria e profonda. C’è un sistema di gestione profondamente sbagliato, una carenza di consapevolezza pubblica, un elemento di paralisi politica e una seria preoccupazione nel giornalismo italiano sul futuro dei media». Si tratta di una visione condivisa anche dalla International Helsinki Federation for Human Rights che, in fatto di timori sulla libertà di informazione in Italia, ribadisce nel suo più recente Rapporto che nel nostro Paese: «Le principali preoccupazioni per quanto riguarda il campo della libertà d’informazione, sono l’alto livello di concentrazione e controllo governativo su radio e televisioni pubbliche, inadeguata legislazione atta a proteggere le fonti giornalistiche e la continuata criminalizzazione e diffamazione attraverso i media».
Non solo Tv. Anche il mondo della stampa o meglio della carta stampata presenta forti anomalie e tutte imparentate con la stessa logica analizzata finora. Una logica che vede i principali gruppi editoriali e le principali testate giornalistiche quotidiane appartenere non ad imprenditori editoriali, ma ad importanti gruppi finanziari ed industriali, tutti con legami molto stretti con il mondo della politica.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148)

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