Negli ultimi due decenni gli Investimenti diretti esteri (IDE) hanno registrato tassi di crescita particolarmente significativi e decisamente superiori a quelli del commercio internazionale, diventando una delle forme più rilevanti di internazionalizzazione delle imprese operanti nei paesi industrializzati. Un attento monitoraggio sugli indicatori previsionali più accreditati segnala per l’Italia del 2007 un trend di “aggancio” delle componenti più dinamiche dei flussi mondiali di investimenti e commercio. L’inarrestabile globalizzazione dei mercati e l’integrazione tecnologica offrono opportunità di crescita che alimentano investimenti diretti esteri, transazioni finanziarie cross border e, più in generale, intensi flussi di commercio internazionale.
Rispetto a questo nuovo fenomeno di internazionalizzazione l’Italia ha da qualche anno mostrato tassi di crescita elevati degli Ide in uscita, avviando quindi il fenomeno della produzione all’estero. Tradizionalmente l’Italia si connotava invece per una limitata internazionalizzazione attiva in quanto riceveva prevalentemente Ide dall’estero, sebbene in misura inferiore rispetto agli altri paesi europei.
Sin dal 2004 le quote di investimenti italiani all’estero sono raddoppiate rispetto a quelli esteri in Italia. Le posizioni relative tra paesi però non mutano nonostante tale notevole accelerazione: l’Italia rimane distante dai grandi paesi industrializzati, superata nelle statistiche degli Ide in uscita anche da paesi medi, quali Olanda, Canada, Svizzera e Spagna. Si assiste al progressivo spostamento delle zone di interesse economico verso regioni emergenti come l’Europa centro-orientale, in cui è triplicata la presenza italiana nell’ultimo ventennio, e verso il continente asiatico, in cui la presenza è raddoppiata, a scapito dei paesi industrializzati come il Nord America, dove si è ridotta della metà dal 1986 al 2004, e l’Europa, che perde quasi 14 punti percentuali nello stesso periodo. L’incremento degli Ide italiani in uscita si connota per una riduzione della quota dei settori scale intensive, i quali conservano comunque un peso significativo pari al 42% del totale. Non superano invece il 10% i settori specialistici e science based a riprova della scarsa consistenza del sistema innovativo nei comparti produttivi italiani con un presidio insufficiente in termini di multinazionalizzazione attiva in settori quali l’informatica, l’elettronica, le telecomunicazioni, la farmaceutica e la chimica fine. Risulta inoltre inadeguata la dimensione delle imprese investitrici italiane nei suddetti settori.
La fiducia negli investimenti. I numeri ci dicono che: se il 2004 aveva registrato, per la prima volta dal 2000, un significativo balzo in avanti dell’indice, con una percentuale del 70% di executive che si dichiaravano più ottimisti dell’anno precedente circa il futuro prossimo dell’economia globale (contro uno scarso 12% di pessimisti), nel 2005 questa quota si è quasi dimezzata al 36%, superando di poco il 31%, corrispondente alla quota di manager che hanno oggi una visione del futuro più pessimistica.
Le mete preferite. Per il quarto anno consecutivo, la Cina è prima nella classifica mondiale di attrattività delle destinazioni di investimento. Nelle preferenze degli investitori segue l’India che ha addirittura superato di slancio gli Stati Uniti, scivolati alla terza posizione. L’Europa Occidentale, è presente con Gran Bretagna e Germania tra le prime dieci, piazzando, per la prima volta dal 1999, solo due paesi nel gruppo di testa. Non a caso il dato aggregato per l’Unione europea a quindici segnala un arretramento del 40% degli Ide totali in entrata. La tenuta della Gran Bretagna testimonia una dinamicità superiore del sistema attrattore britannico sulle realtà continentali come la Germania (quinta nella precedente edizione) che perde quattro posizioni, così come la Spagna, oggi diciassettesima, o la Francia che arretra di ben otto posti, fino al quattordicesimo. Cina e India a parte, sono comunque i paesi emergenti, quest’anno in misura ancora maggiore, a fare la parte del leone nella classifica, in Asia, America e nell’Europa dell’Est. Polonia, Russia, Repubblica Ceca, Ungheria, Turchia e Romania migliorano tutte il proprio posizionamento rispetto al 2004, anche sensibilmente: la Turchia passa dal 29° al 13° posto, la Romania addirittura dal 42° al 25°. Anche Brasile (dal 17° al 7° posto) e Messico (dal 22° al 16°) fanno un balzo in avanti, così come l’Asia centrale. L’Italia è da sempre fanalino di coda europeo nella gara ad attrarre investimenti esteri. Gli Ide in entrata, anche se in lieve incremento nel 2005, in proporzione al Pil rimangono tre volte più bassi che nel resto dell’Europa a 15. Se si guarda il dettaglio dell’indice di fiducia per settore di attività, sono proprio gli investitori del comparto finanziario, infatti, a registrare il peggioramento più marcato nei nostri confronti: a livello globale, l’Italia si posiziona nel 2005 al 16° posto come meta di investimento, rispetto al 7° dell’anno precedente. Se si prendono in considerazione i paesi che arretrano, oltre agli Usa in calo di una posizione, anche altri grandi paesi industrializzati extraeuropei registrano consistenti perdite. Giappone e Canada, entrambi a meno cinque, sono quest’anno rispettivamente al quindicesimo e al ventunesimo posto. Ma il record negativo, in termini di variazione, è assegnato proprio all’Italia, che non solo lascia la top 10 delle mete di investimento al mondo, ma scende dal nono al diciannovesimo posto.
Sono i settori ad intensità tecnologica medio-bassa a tenersi ad un grado significativamente alto di attrattività degli investimenti dall’estero. Si registra infatti una discreta tenuta del settore dei servizi di trasporto, in particolare legati al comparto turistico, per il quale l’Italia si posiziona all’ottava posizione come destinazione di investimento. La migliore performance settoriale italiana in termini di attrattività spetta però al comparto energetico grazie al combinato disposto di cinque ordini di fattori: il fabbisogno crescente di energia, il nostro status di grandi importatori, e tre fattori eventuali, il primo sono le politiche di liberalizzazione nelle utilities, il secondo è la futura vendita a privati di ulteriori quote del gestore nazionale elettrico e il terzo è costituito dalla costruzione di nuovi impianti termoelettrici.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148)

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