Cenni sull’emigrazione italiana e saldo migratorio. Come indicato nel Rapporto Migrantes 2006 sugli italiani nel mondo, è durante gli anni Cinquanta che si registra per il nostro Paese il ritmo più alto di espatri, con quasi 300.000 unità l’anno. Il picco si è avuto nel 1961 (387.000 espatri), mentre per quanto attiene ai rimpatri è nel 1962 che si è registrato il risultato più significativo, fino a raggiungere quota 229.000, il livello più alto del dopoguerra. Il 1975 è stato l’anno dell’inversione di tendenza perché, a fronte di 93.000 espatriati, i rimpatriati furono 123.000, con un saldo migratorio positivo di 30.000 unità. Si colloca convenzionalmente in quell’anno l’inizio del fenomeno immigratorio in Italia, quando gli immigrati da appena 186.000 sono raddoppiati ogni decennio fino ad arrivare agli attuali 3 milioni.
Il carico, anche di tipo economico, legato al rientro dei “rimpatriati” non è stato gestito a livello nazionale, ma è stato sostenuto da misure regionali che hanno interessato diversi ambiti e si sono applicate, a seconda dei casi, seguendo linee politiche e strategie che appaiono più o meno efficaci a seconda che si tratti, rispettivamente, del Centro-Nord o del Sud.
Il secondo sradicamento: la nuova migrazione di ritorno. Negli anni Ottanta, la media delle partenze è pari a 80.000 unità e altrettanti sono, in media, i ritorni; negli anni Novanta si registra un ulteriore calo, con una media annuale che scende a circa 50.000 unità per le partenze e a circa 42.000 per i ritorni. Nel 2001 e nel 2002 le partenze sono, rispettivamente, quasi 47.000 e 34.000, i rientri 35.000 e 44.000, e anche attualmente non ci si discosta da questi numeri. Tra chi rientra vi sono anche i “vecchi” emigrati, giunti all’età della pensione, che preferiscono vivere in Italia, o fanno la spola con il paese d’emigrazione dove vivono figli e nipoti. Per seconde, terze o anche quarte generazioni si intendono i figli, nati sul posto, e i discendenti degli italiani emigrati all’estero, giovani e meno giovani, che a volte conservano e altre volte no il loro status di cittadini italiani e per i quali si pone la questione del senso d’appartenenza all’Italia. Il 28% del totale dei registrati all’AIRE (Anagrafe Italiana Residenti all’Estero) lo è in qualità di «discendente di migrante nato all’estero».
Migrazioni di ritorno: il caso dell’Argentina. Con 272.047 iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) all’inizio del 2002, il 9,5% del totale, il paese sud-americano conferma di essere uno dei territori più importanti per consistenza dell’emigrazione italiana. L’Argentina infatti ospita la quarta comunità di italiani residenti all’estero, la più numerosa fuori dal continente europeo. Secondo le registrazioni delle Anagrafi consolari gli italiani presenti in Argentina alla stessa data erano oltre 600mila, più del doppio rispetto ai dati Aire. Sulla base delle Anagrafi consolari, dunque, la comunità italo-argentina risulta, per numero di registrati, seconda soltanto a quella dei connazionali che vivono in Germania.
Dall’analisi della ripartizione per regione di provenienza emerge che il 55% degli italiani in Argentina è originario delle regioni meridionali, il 33% proviene dall’Italia settentrionale e il restante 12% dalle regioni centrali. Dei 272mila iscritti all’Aire, il 15% è arrivato dalla Calabria, regione con la comunità più numerosa, seguita dalla Sicilia (11%) e dalla Campania (10%). Molto vasta è la presenza dei molisani, quarta comunità regionale nel paese con circa 20mila residenti, il 7,3% del totale. Al quinto posto della graduatoria regionale, prima tra le comunità non meridionali, si colloca il Veneto con 19mila residenti (7,1%).
A partire dal 1989 si registra in Italia una corrente migratoria silenziosa e quasi invisibile: la seconda ondata d’immigrati argentini (1.653 nel 1999) che, dopo gli esuli politici degli anni Settanta, arrivano in Italia per sfuggire al disastro economico. Questi immigrati argentini d’origine europea, soprattutto italiana, con doppio passaporto e due cittadinanze lasciano un paese martoriato da una crisi economica e sociale, un paese in bancarotta soprattutto a partire dal 2002.
La migrazione di ritorno è una risorsa per la modernizzazione del paese? Mentre la fuga di cervelli procede, nel nostro Paese non si sfruttano, o si sfruttano poco, le opportunità del brain exchange e del brain gain: gli immigrati che arrivano nel nostro Paese hanno spesso un alto grado di scolarità che rimane sprecato e coloro che vengono per formarsi non sono intercettati, ma rientrano nel proprio paese prima di aver contribuito alla “crescita” latu sensu della nostra nazione. Una percentuale notevole degli immigrati residenti in Italia ha una formazione post-secondaria: il 12,1% tra loro possiede infatti un diploma di laurea o un diploma universitario o terziario di tipo non universitario, a fronte del 7,4% stabilito dagli italiani.
Nelle sue trasformazioni il segno di un paese che cambia. A partire dagli anni Novanta, l’interesse per le istanze collegate alle migrazioni di ritorno cresce considerevolmente. L’amplificarsi del problema dei rifugiati, come quello manifestatosi in seguito alla guerra civile nella ex Jugoslavia, ha dato avvio alla ricerca di nuovi modelli di accoglienza. Paradossalmente, l’interesse per le migrazioni di ritorno sembra emergere in un periodo in cui le percentuali di rientri sono scese considerevolmente rispetto al passato. L’immigrazione di ritorno dalle società occidentali infatti è diminuita sensibilmente negli ultimi decenni in seguito al cambiamento nella composizione della popolazione immigrata.
Migrazioni di ritorno. I diversi tipi di ritorni: il rientro di fallimento (diffuso nei primi anni della Grande emigrazione) tipico di chi non è riuscito a integrarsi nella nazione ospitante; il rientro di investimento, che fa riferimento a coloro che sono determinati a utilizzare i mezzi e le competenze acquisite per raggiungere nuovi obiettivi nei paesi d’origine; il rientro di conservazione (si ritorna quando i mezzi acquisiti consentono di appropriarsi di status symbol: terra, casa e con questi di un’onorabilità che prima non si aveva); il rientro di pensionamento (rientro nella terra d’origine, terminata la vita lavorativa).
Prove di ritorno: il viaggio di visita. Le visite di ritorno rimettono in discussione il concetto stesso di insediamento, se per insediamento s’intende l’esclusiva identificazione con il paese di adozione. Infatti è possibile dimostrare che gli emigrati che ritornano spesso al proprio paese non sentono di appartenere ad un unico territorio, ma si sentono legati ad entrambi.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148)

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