[Articolo di Maria Fasano]

Così scriveva nel 1839 al fratello il giovane Dostoevskij. Aveva soltanto 18 anni, ma già sapeva che avrebbe dedicato la sua vita e la sua arte a comprendere quella tenera  e crudele creatura che è l’essere umano.
In scena al Teatro Stabile di Potenza, il 26  e 27 aprile, “Delitto e Castigo” capolavoro del sopraccitato scrittore russo rappresentato  e diretto da Glauco Mauri e la sua compagnia. La storia, nota a tutti, è quella di Raskolnikov, uomo che vive una vita misera che, per una sorta di riscatto morale, uccide, con una scure, una truce anziana usuraia alla quale si rivolgeva nei frequenti casi di difficoltà.

Due i sipari calati in scena che alternano le scene rendendole suggestive e coinvolgenti, supportate dall’alto da proiezioni di diapositive con una frase-emblema che di lì a poco l’attore di turno interpreta proprio come quando si sfoglia un racconto e ci si imbatte nei titoli dell’imminente  capitolo. Il profilo del protagonista vittima del destino, viene messo in contrasto con quello di Porfirij giudice istruttore, magistralmente interpretato da Glauco Mauri, chiamato ad indagare sul delitto e – allo stesso tempo -sul movente che ha spinto il povero Raskolnikov ad agire in tal modo. Come tutti i grandi, Dostoevskij non giudica mai, piuttosto cerca di capire. Le sue storie sono piene di inaspettate verità. I personaggi nati dalla sua fantasia sono sempre immersi nella realtà della vita: ladri, prostitute, timidi “idioti” pieni di tenerezza, assassini, angeli di bontà.

Questo è il mondo di ogni giorno, l’uomo vive la sua lotta tra il bene e il male: una lotta a fatica che però dà alla vita la dignità di essere vissuta.
Così è per Delitto e castigo -resoconto psicologico di un delitto lo definì io suo autore- che intreccia il dramma di Raskolnikov e la solitudine misteriosa di Porfitij, di fine intelletto di sapienti osservazioni- personaggio al  quale lo spettatore si affeziona. Con un certo rispetto verso i presenti e la devozione di chi svolge questa professione da tanti anni, Glauco Mauri e la sua compagnia chinando il capo hanno abbandonato il palco al termine dello spettacolo. L’attento pubblico presente, dalla sua, ha ringraziato l’impeccabile interpretazione  con tre minuti di applauso.

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