[Recensione di Mimmo Mastrangelo]

Andrea Satta (la voce della band) e suoi compagni hanno confezionato un prodotto di quattordici brani a conclusione di un viaggio su un vecchio camion Fiat del 1956 che li ha portati dalla Sata di Melfi  alle cartiere dell’Isola del Liri, dai campi dei pomodori del foggiano alle miniere di
Allumiere, dalle acciaierie di Terni ai call center di Roma durante la Notte Bianca.

Si sa, i Tetes de  bois  sono artisti impegnati, con quel loro spirito anarchico  di approcciare la musica li abbiamo ritrovati più volte laddove c’era da sposare una causa, una battaglia. Laddove c’era da contestare e anche giustamente. E “Avanti pop” non poteva essere diverso nella sua ideazione da precedenti percorsi, infatti  è un album-inno al lavoro che non c’é, oppure al lavoro che c’è e viene maltrattato e sfruttato. Ma “Avanti pop”, innanzitutto, è la speranza che non può (né deve) morire, è la prospettiva di un sogno che ti dà  l’energia per non fermarsi, è il sentire la rivoluzione di un cambiamento che  sta facendosi strada. “Avanti pop” è il giorno che non ti aspetti, dove tutto può succedere, persino l’inverosimile. Ossia, che “un caporale va dai sindacati e dichiara di aver pagato troppo poco gli operai…Che il Vaticano ammette che ci sono belle persone che non credono in Dio…Che i dirigenti della Fiat-Sata regalano una punto  ad ogni dipendente”. Aspettando che il vento soffi in direzione (ostinatamente) contraria per chi si trova sulla sponda sbagliata, sul versante dove la vita è il dolore di una profonda ferita, loro i Tetes de bois cantano la giustizia negata, il grido disperato di uomini sottomessi ai padroni, lo scandalo delle morti bianche (sono state 1200 nel 2006) che indignano l’opinione pubblica quando si verificano e nulla poi  si fa per lasciar rispettare le norme (già esistenti) sulla sicurezza (decreto 626 del settembre del 1994).

Ma i Tetes de bois sono altresì dei fuoriclasse nel rilegge e dare un propria originale interpretazione a testi (canori e letterari) di altri autori. E così in “Avanti pop”, oltre a brani propri,  come l’omonimo che dà il titolo al cd, la band rilegge   “La leva” di Paolo Pietrangeli su musica di Giovanna Marini, in “Rocco e suoi fratelli”  cantano  versi (“Noi siamo i deboli degli anni lontani/Noi siamo i figli dei padri ridotti in catene”) del poeta Scotellaro, lasciandosi accompagnare efficacemente dai cupa-cupa del leader dei Tarantolati di Tricarico, Antonio Infantino, e da un coro di artisti lucani di tutto riguardo come Rocco De Rosa, Rocco Papaleo, Canio Loguercio, Ulderico Pesce e Claudio Santamaria. Catturano al primo ascolto  la stessa versione di “Lu forestiero” del cantore popolare Matteo Salvatore, la censura “Andare camminare lavorare” del poeta-cantautore livornese Piero Ciampi e l’inedita di Ombretta Colli e Giorgio Gaber “Il mio corpo” dove le parole si convertono in uno sguardo sensuale e malizioso che sfiora il senso della paura. Ma il brano più bello è sicuramente  “Sa mondana commedia”,  scritto da un minatore cantastorie sardo nel 1916  e che Andrea Satta si fa accompagnare nell’ esecuzione dialettale dalla soffice voce di Monica Demuru.

“Avanti pop” è esattamente il disco che vuole essere, la voce di uomini, donne a cui è negata la propria dignità, è la bandiera in forma di rock che può far alzare i bollori di una rivolta che si estende dalla Sata di Melfi e attraversa ogni cantiere del lavoro sfruttato. Ricordiamo che gli altri Tetes de bois sono Carlo Amato (basso), Angelo Pelini (pianoforte), Luca De Carlo (tromba), Maurizio Pizzardi (chitarre) e Lorenzo Gentile (batteria). In viaggio con loro c’erano pure il giornalista di Repubblica Gianni Mura, lo stesso Paolo Rossi, i”mitici” Giganti, Petra Magoni, Ascanio Celestini, Teresa De Sio, Daniele Silvestri e tanta altra bella gente.

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