La situazione sanitaria italiana è disomogenea. Il problema principale è rappresentato dalle enormi disparità da regione a regione. Si passa da casi di autentica eccellenza, in cui l’assistenza fornita è superiore a quella di molti altri paesi occidentali, a regioni in cui anche un intervento di rimozione di un piccolo tumore maligno della mammella non è garantita. In Italia esistono quindi due realtà sanitarie diverse, causa di quel terribile fenomeno che è la migrazione sanitaria dal Sud al Nord.
L’indicatore per comprovare questa diversità è il fenomeno della mobilità. In questo senso, il dato complessivo degli ultimi quattro anni segnala una sostanziale invarianza del fenomeno, con modesti segni di ulteriore incremento attrattivo da parte di regioni già caratterizzate da un elevato tasso di mobilità attiva e con segnali di peggioramento da parte di regioni già tradizionalmente esportatrici di ricoverati in altre parti d’Italia. Il fenomeno è stato analizzato regione per regione, sulla base della “mobilità attiva” – vale a dire il numero di cittadini che si ricoverano in una regione provenienti da altre regioni – e della “mobilità” passiva – cioè del numero di cittadini della regione considerata che si ricoverano in ospedali di altre regioni –, con riferimento alle cinque principali tipologie di ricoveri (per patologie acute, in regime ordinario; per patologie acute, in day hospital; per riabilitazione, in regime ordinario; per riabilitazione, in day hospital; per lungodegenza).
La lettura dei dati relativi al saldo sulla mobilità può essere fuorviante in quanto offre un’immagine negativa di alcune regioni (ad esempio, il Piemonte) che, invece, sono dotate di eccellenti servizi ospedalieri e che risultano esportatrici di ricoverati per ragioni prevalentemente legate a contiguità spaziali e a comodità di spostamento verso regioni contermini, dotate anch’esse di ottimi servizi ospedalieri. Viceversa, specie nelle regioni meridionali, la consistenza del fenomeno migratorio verso le regioni centro-settentrionali è mitigata da movimenti interni all’area meridionale. Questi movimenti in regioni circostanti attenuano la dimensione del saldo migratorio, dal Sud verso il Nord. Si è provveduto, quindi, a rappresentare i dati di mobilità attiva e passiva, distinguendoli per zona di provenienza e di destinazione.
La mobilità passiva di regioni come il Piemonte e la Valle d’Aosta (che presentano un saldo migratorio passivo) in realtà dipende da ricoveri in regioni vicine, della medesima zona. La vera mobilità verso ospedali del Centro, del Sud e delle Isole è di appena il 13% dei ricoveri fuori regione ed è da attribuire, probabilmente, a ricoveri occasionali durante i soggiorni estivi per ferie. Il fenomeno ha un andamento più marcato nelle regioni centrali, dove la mobilità passiva extra zona oscilla attorno al 30% dei ricoveri fuori regione, mentre è rilevante nelle regioni meridionali e insulari. Nelle regioni del Sud i ricoveri passivi extra zona si avvicinano al 90% dei ricoveri fuori regione, mentre sono pressocchè del 100% nelle regioni insulari. Per quel che riguarda la mobilità attiva è possibile individuare le aree di attrazione dei presidi ospedalieri delle varie regioni. La Lombardia, con 86.259 ricoveri provenienti dalle zone centro-meridionali e insulari, l’Emilia Romagna con 67.278 e il Lazio con 73.311, provenienti sia dal Meridione e dalle Isole che dal Settentrione, sono le regioni con la maggiore attrattività extrazonale. Ciò è dovuto al fatto che nelle tre regioni esiste la maggiore concentrazione delle istituzioni ospedaliere, pubbliche e private, di elevata qualificazione (Policlinici universitari, Istituti di cura e ricovero a carattere scientifico, Centri di eccellenza).
21 tipi di sanità? Oltre alla devoluzione della sanità alle regioni, sancita dalla modifica del Titolo V della Costituzione, la Finanziaria 2006 impone alle Regioni di stabilire un tetto massimo di rimborsabilità entro il quale erogare le prestazioni nelle strutture pubbliche e nei centri convenzionati, privilegiando i cittadini locali ed escludendo quelli che vengono da fuori regione, fatta eccezione per i pazienti oncologici e quelli bisognosi di trapianto. Questo ha rafforzato in molti il timore che con la devoluzione si avranno in Italia 21 tipi diversi di sanità. La preoccupazione appare eccessiva, nella pratica non cambierà nulla e tutto procederà come prima. Inoltre, la norma della Finanziaria non sembra esente da vizi di costituzionalità. Infatti, anche con la devoluzione il sistema sanitario pubblico resta “nazionale” e quindi a disposizione dell’intera popolazione. Il cittadino che si reca in una regione diversa dalla propria dovrà rispettare le regole organizzative vigenti nella regione di destinazione, ma a parte questo nessuno potrà impedire la sua libertà di movimento sul territorio nazionale, né potrà ledere il principio di libertà di scelta di cura.. La norma della Finanziaria e l’approvazione della devoluzione hanno, comunque, diviso il campo tra quanti paventano le difformità assistenziali future e quanti, convenendo che le diversità già esistono, interpretano l’evoluzione normativa in senso positivo per l’incentivo che può venirne alle Regioni a elevata mobilità passiva a colmare il divario rispetto alle altre. La mobilità attiva, valutata con criteri di sano liberalismo, peraltro, è indice di successo per la Regione ricevente ed è occasione di maggiori entrate. In termini di mercato essa rappresenta (un successo, un fatto positivo; caso mai la preoccupazione dovrebbe riguardare la Regione in cui i cittadini si rivolgono altrove: l’indicatore della mobilità passiva dovrebbe suscitare interrogativi e approfondimenti sulla qualità dei servizi offerti e, soprattutto, stimolare iniziative per ribaltare la situazione.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148 )

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