Lo sviluppo sostenibile è stato considerato come la risposta al modello di sviluppo inadeguato ad affrontare la complessità dei problemi connessi al territorio (dissesti idrogeologici, desertificazione, inquinamento delle acque, emergenze alimentari) e alle biotecnologie. La gravità e la complessità dei problemi ambientali sono tali da richiedere profonde trasformazioni al sistema produttivo e all’organizzazione sociale, riattivando la domanda di nuovi modelli di consumo, di produzione e, quindi, di nuove professionalità per il ristabilimento di un equilibrio nuovo tra società e natura. In questo contesto le tecnologie pulite sono state rivalutate come fattore strategico in grado di sostenere le aziende nella competitività del mercato. Bisogna ritenere l’ambiente come parte integrante della cultura d’impresa e considerare i costi ambientali tra i costi di produzione, come elemento di spicco dei prodotti e dei processi produttivi.
I nuovi obiettivi della formazione in campo ambientale. Diventa necessario individuare prima di tutto le figure professionali in grado di operare per garantire una visione ed un governo unitario del territorio. È indispensabile lasciare spazio a un sistema in grado di attuare uno sviluppo sostenibile integrato, che trova le premesse in una formazione progettata e realizzata in chiave sistemica. Per acquisire le competenze trasversali necessarie alle figure professionali che agiscono sul territorio per produrre in realtà lo sviluppo sostenibile, è strategica una formazione connotata dalla coesistenza di saperi e discipline differenti, polivalente e polifunzionale, flessibile anche nei confronti dei diversi linguaggi e discipline specialistiche. La formazione ambientale dovrà generare innovazione a più livelli, tenendo presente l’importanza degli aspetti economici, sociali e legislativi nell’adozione dei modelli. In sintesi, la formazione nel settore ambientale deve consolidare capacità e competenze per un vero e proprio agente di cambiamento.
Le nuove professionalità ambientali. Dall’analisi dei percorsi formativi in campo ambientale emerge che i vecchi contenuti professionali sono soggetti a ridefinizione e alla trasformazione in nuove professioni. Questo mutamento è destinato a consolidarsi poiché nelle politiche sociali l’ambiente è una responsabilità condivisa, una variabile portante dello sviluppo economico e sociale. Per quanto concerne le professioni i dati Istat sulle forze di lavoro, nel periodo compreso tra il 1993 e il 2004, evidenziano le tendenze del mercato del lavoro ambientale in Italia. I dati relativi a tale mercato, che presenta aspetti molto interessanti, registrano un incremento dell’occupazione pari al 27,3%. Osservando la connotazione di genere del mercato del lavoro ambientale, fino al 2001 si rileva, oltre ad un incremento del numero delle donne occupate, un loro riposizionamento sul mercato del lavoro di maggiore entità rispetto alla componente maschile, evidenziando un’importante variazione di tendenza rispetto all’andamento tradizionale del mercato del lavoro. Nel 2002, pur confermandosi il forte incremento (+10.600 unità) dell’occupazione femminile, essa sembra, tuttavia, perdere la connotazione a forbice e si posiziona in attività che richiedono scarsi livelli di qualificazione. Nel 2003 e sopratutto nel 2004, il mercato del lavoro femminile si caratterizza per una minore consistenza di lavori scarsamente qualificati e un aumento eclatante di occupazione legata a professioni intermedie di carattere tecnico. Tale tendenza è confermata dal fatto che più dell’80% delle donne impegnate in attività ambientali ha livelli di scolarità medio-alti, contro appena la metà degli uomini. Dall’analisi dei dati relativi al 2003 e al 2004, che evidenziano un incremento degli occupati in possesso di un diploma, appare chiaramente la connotazione medio-alta delle professioni verdi, fondamentale per affrontare in maniera adeguata la complessità delle tematiche ambientali. I dati relativi al 2004 confermano il carattere stabile di tale occupazione: poco meno dell’80% degli occupati ha un lavoro a tempo indeterminato, con uno scarto del 10% a favore dei maschi. Per quel che riguarda la tipologia dell’occupazione, in termini di tempo pieno o parziale, il primo è prerogativa più della componente maschile che di quella femminile e privilegia chi detiene un diploma rispetto ai laureati. Sulle caratteristiche dell’occupazione sembra influire più la divisione sociale del lavoro, che vede le donne impegnate in diversi ambiti, che il livello di scolarizzazione. Il 2004 presenta un forte aumento dei liberi professionisti e dei lavoratori autonomi, mentre forme di precarizzazione e di uso flessibile della forza lavoro riguardano, sopratutto, le donne. Dai dati emerge che gli occupati passano da 263.900 nel 1993 a 311.200 unità nel 2003, con un incremento che si avvicina al 18%: nel 2004 si verifica un ulteriore aumento dell’8%, che conferma la connotazione positiva del mercato del lavoro ambientale. Se si considera, invece, il trend di sviluppo si rileva che tra il 1995 e il 1996 il numero dei lavoratori è aumentato di ben 16.400 unità, passando da 270.800 a 287.200. Negli anni successivi l’andamento dei valori percentuali è discontinuo e raggiunge nel 2004 i 336.000 occupati. All’interno delle professioni verdi il settore agro-forestale impiega la gran parte della forza lavoro che oscilla tra il 48% e il 52%; segue il comparto dei rifiuti che raggiunge il picco nel 2002, occupando il 33,5% dei lavoratori. Nel 2004 i dati relativi a tali ambiti mostrano forti scostamenti rispetto agli anni precedenti ed evidenziano una perdita rispettivamente di 30.000 e 13.000 occupati (37% e 25,1%), mentre cresce l’occupazione nei campi del turismo ambientale (dal 6,7% del 2000 al 12,1% del 2004), della sicurezza (dal 3,7% del 2003 al 12,2% del 2004) e della difesa, controllo e disinquinamento (dal 3,6% del 2003 al 7,2% del 2004). Rispetto al totale degli occupati, nel periodo compreso tra il 1993 e il 2003, si registra un forte incremento della componente femminile che cresce di 27.500 unità, passando dal 12,7% al 19,6% rispetto alla componente maschile. Nell’ultimo anno tale tendenza si accentua (23,8%), registrando un aumento di 19.000 occupati di sesso femminile. Il numero degli uomini impiegati nelle professioni ambientali subisce una progressiva diminuzione rispetto alla componente femminile: dall’86%-87% negli anni compresi tra il 1993 e il 1996, l’incidenza percentuale maschile scende all’83% tra il 1997 e il 2001, poi all’80% nel 2003 e al 76,2% nel 2004. Si evidenzia, tuttavia, in termini assoluti, un aumento di circa 26.000 occupati tra il 1993 e il 2004. L’incremento della presenza femminile si verifica anche in settori tipicamente maschili come quello energetico (da 200 unità nel 2001 a 700 nel 2004, con una punta di 900 nel 2003), della difesa, controllo e disinquinamento (da 1.100 nel 2001 a 3.700 nel 2004) e quello della sicurezza e igiene (da 3.700 a 15.000).
Tale incremento si conferma pure nel turismo (dove le lavoratrici, che costituiscono il 20,3% della forza lavoro nel 2003, salgono al 36,8% nel 2004). Questo settore appare caratterizzato da una forte connotazione di genere, favorita dalla propensione naturale delle donne verso lavori di accoglienza. Nel settore agro-forestale, invece, dopo aver assistito nel decennio 1993-2003 ad un aumento dell’occupazione femminile (che sale dalle 13.100 unità del 1993 alle 28.800 del 2003), nel 2004 si registra una sua diminuzione rispetto all’anno precedente, con 20.100 lavoratrici impegnate in quest’ambito. L’occupazione maschile aumenta in tutti i campi, ad eccezione di quello dei rifiuti (da 34,2% al 29,1%) e delle risorse agro-forestali (dal 51% al 40,7%). Gli occupati nelle professioni ambientali prevalgono nelle regioni del Sud e delle Isole costituendo una forza lavoro che oscilla tra il 42% e il 46% nel decennio 1993-2003: essi scendono al 39,9% nel 2004. Seguono le regioni del Centro e del Nord-Ovest con un tasso di occupazione intorno al 20%; nel Nord-Est si registra nel 1995 il valore percentuale più basso con il 13,6% di lavoratori impiegati nel “mondo verde” che salgono nel 2004 al 18,2%. La serie storica evidenzia uno spostamento verso l’alto del titolo di studio, a favore del diploma e della laurea. Infatti, i diplomati e i laureati passano rispettivamente dal 32,4 % e dal 7,7% nel 1993 al 43,6% e al 9% nel 2001, con un aumento dei primi di 43.000 unità e dei secondi di circa 9.000 unità. Questa tendenza crescente si stabilizza nel tempo; pertanto nel periodo compreso tra il 2002 e il 2004 si assiste ad un ulteriore incremento del numero di lavoratori in possesso della laurea (12,2%) e del diploma (45,7%). Diminuiscono nel 2004 gli occupati senza titolo di studio o con un livello d’istruzione inferiore: così coloro che detengono la sola licenza elementare scendono dal 12,1% all’11,1% mentre quelli in possesso della licenza media passano dal 35,2% al 31%. Complessivamente, la domanda di lavoro è proiettata verso la formazione medio-alta, coerentemente alla necessità di dover acquisire competenze e capacità adeguate ad affrontare la complessità delle tematiche ambientali. Nel decennio 1993-2003 i settori ambientali nei quali si verifica un innalzamento dei livelli di scolarizzazione sono il turismo, dove le lauree passano dal 5% al 17,9%, e i rifiuti, ambito in cui queste ultime salgono dallo 0,4% all’1,9%. Il campo della difesa, controllo e disinquinamento richiede in particolar modo diplomati (72,6% nel 2003) per soddisfare l’esigenza di professionalità intermedie con competenze tecniche, a fronte di una diminuzione del numero dei laureati (dal 20,8% nel 1993 al 14,1% nel 2003). Nel settore energetico la diminuzione del numero complessivo di lavoratori (da 7.600 nel 2001 a 5.200 nel 2003) si accompagna ad un considerevole aumento di laureati (da 2,5% nel 1993 al 9,5% nel 2003). Negli ambiti riguardanti i rifiuti, l’energia, l’urbanistica e l’igiene e la sicurezza si registra uno spostamento dalla laurea al diploma (specialmente nel 2004). Questa tendenza si conferma nel settore della difesa, controllo e disinquinamento dove i laureati raddoppiano il loro valore percentuale (dal 14,1% al 30,5%). In riferimento al titolo di studio, nel 2001 il più elevato livello di istruzione è appannaggio delle donne, che nel 25% dei casi possiedono una laurea o una laurea breve (contro il 6,5% degli uomini). Nel 2202 questo valore percentuale scende al 21% e nel 2003 al 18,4%; nel 2004 si registra un nuovo incremento pari al 23,6%. Rimane costante fino al 2003 la presenza di donne diplomate (52%-54% circa), che raggiunge il 57,7% nel 2004. Già nel 2001 è evidente il divario tra le donne e gli uomini rispetto al diploma, conseguito dal 51,6% delle prime e solo dal 41% dei secondi: questo divario continua a crescere costantemente nei tre anni successivi. Infatti se nel 2002 sono diplomati il 52% delle femmine e il 39% dei maschi, nel 2003 il 54,1% della componente femminile possiede un diploma, a fronte del 41,8% dei maschi; infine nel 2004 mentre le lavoratrici diplomate registrano ancora un incremento fino a raggiungere il 57,7% del totale, i lavoratori che detengono il diploma aumentano dello 0,2% rispetto all’anno precedente, raggiungendo appena il 42%. Quindi, si può affermare che le donne impegnate in attività ambientali possiedono un livello di istruzione medio-alto nell’81,3% dei casi, contro il 50,6% degli uomini (2004). Considerando l’area territoriale di appartenenza degli occupati nel periodo compreso tra il 2001 e il 2004, si rileva che nelle regioni del Centro la licenza elementare e la licenza media interessano complessivamente il 35% degli occupati nel 2001 e nel 2004, con una punta del 39% nel 2002 e del 40% nel 2003; invece nel Mezzogiorno ben il 56-58% circa dei lavoratori possiede un livello di istruzione medio-basso. Nel 2001 non è il conseguimento della laurea l’elemento di differenziazione tra gli occupati del Nord e quelli del Sud (aumentando i laureati tra il 7,4% e il 12,8%), ma il conseguimento del diploma: infatti sono diplomati oltre la metà dei lavoratori del Nord-Est e del Centro (rispettivamente il 52,8% e il 52%) e solo il 34,8% di quelli del Mezzogiorno. Tra il 2002 e il 2003 il numero di laureati è costante nel Nord-Ovest, mentre diminuisce al Sud. Nel 2004 l’incremento del numero dei laureati nel Nord-Est è del 15,2%; anche nel Mezzogiorno il loro numero raddoppia (dal 4,7% al 9,4%). L’aumento del livello di istruzione degli occupati ambientali trova ulteriore conferma nella loro posizione professionale sul mercato del lavoro. I livelli dirigenziali, infatti, aumentano di circa 7.000 unità tra il 1993 il 2004. I quadri intermedi (impiegati) presentano un incremento progressivo tra il 1993 e il 2002, passando dal 41,6% nel 1993 al 42,6% nel 2002; nel 2003 si registra una flessione e si attestano al 40,4% per salire poi impetuosamente al 44,4% nel 2004. L’andamento dal punto di vista numerico dei livelli più bassi (operaio/apprendista) rimane costante fino al 2001 (circa 120.000 unità), superando di poco le 130.000 unità nel 2002 e 2003. Nel 2004, invece, si registra un aumento della loro presenza sul mercato del lavoro pari a 144.100 unità. Il numero di liberi professionisti presenti nel “mondo verde” sale da 6.500 nel 1993 al 9.100 nel 2001, con una crescita percentuale pari al 40%. Nel 2002 e nel 2003 si ha una contrazione di questa tipologia di occupati (rispettivamente si calcolano 8.500 e 6.700 unità) che nel 2004 vive una nuova fase di sviluppo con 9.300 professionisti. Costantemente variabile negli anni è la presenza dei lavoratori in proprio (tra le 11.000 e le 13.000 unità), che soltanto nell’anno 2004 raggiungono il considerevole valore di 19.400 unità. Rispetto alla variabile sesso, considerando i dati relativi alla posizione professionale degli occupati ambientali, nel 2001 si manifesta un’inversione di tendenza dell’occupazione femminile rispetto alle generali caratteristiche del mercato del lavoro nel quale le donne, nonostante abbiano un livello di scolarizzazione più elevato degli uomini, rimangono discriminate in termini di pari opportunità professionali e retributive. Invece nel mercato del lavoro ambientale c’è una presenza maggiore di donne in posizioni professionali medio-alte, specialmente in ruoli dirigenziali (8% contro il 4,3% degli uomini) o a livelli intermedi (55,3% contro il 42,5% dei maschi). Dal 2002 al 2004, si registra un lieve ridimensionamento della componente femminile in posizioni medio-alte, mentre aumenta nel 2004 la presenza delle donne in posizioni intermedie (61,5% contro il 33,8% degli uomini). Per quanto riguarda la componente maschile si evidenzia una diminuzione degli impiegati nel settore ambientale che scendono (dal 42% al 33,8%) a vantaggio degli operai (che salgono dal 46% al 50,2%). Soltanto nel 2004 la rilevazione permette di evidenziare anche la presenza sul mercato di forme di lavoro atipico (co.co.co e prestazioni occasionali) che riguardano il 5,8% delle donne e solo l’1,4% degli uomini, e incidono complessivamente (considerando sia la componente maschile che quella femminile) per il 2,4%. Le professioni intermedie di tipo tecnico, nell’arco temporale compreso tra il 1993 e il 2003, presentano un incremento considerevole, passando da 37.100 lavoratori a 56.100, con un aumento di circa 19.000 unità. Nel 2004 esse confermano il loro trend positivo, raddoppiando la propria consistenza a svantaggio delle professioni relative alla vendita di beni e servizi. L’aumento di questa tipologia di lavoratori è la risposta all’esigenza di figure con un buon livello di specializzazione tecnica e con capacità professionali immediatamente spendibili nel mercato del lavoro. Per quel che riguarda le professioni intellettuali i dati del 2001 mostrano la presenza delle donne in posizioni medio-alte sia con competenze scientifiche che di elevata specializzazione (10,5% contro il 2,3% degli uomini); la presenza della componente femminile è rilevante anche nelle professioni intermedie di tipo tecnico (28,7% contro il 16,2% degli uomini). Nel 2003 invece le donne diminuiscono sia nelle professioni medio-alte (7%) che in quelle intermedie (27,6%). Nel 2004 si conferma la loro presenza in professioni intermedie di tipo tecnico (60,8%). La consistenza del dato deve essere considerata sia in relazione agli elevati livelli di scolarità femminile, che alla perdita di importanza delle professioni non qualificate. Circa un terzo degli uomini è impegnato in professioni che non richiedono nessun tipo di qualificazione (32,1% nel 2001; 35,1% nel 2002 e 32,9% nel 2003). In conclusione si può affermare che l’occupazione in campo ambientale presenta caratteristiche complessivamente stabili. Infatti l’80% dei lavoratori, nel 2004, ha un’occupazione a tempo indeterminato: tale modalità di occupazione è quella prevalente in questo ambito. Un notevole incremento del lavoro a tempo determinato interessa 10.800 occupati nel 1993 e 16.000 nel 1995; nel periodo compreso tra il 1996 e il 2003 la diffusione di questa tipologia lavorativa è costante, con oscillazioni comprese tra 22.000 e 29.000 unità, mentre nel 2004 coinvolge più di 40.000 occupati. Il lavoro autonomo acquista sempre maggiore consistenza: infatti se tra il 1993 e il 2003 interessa l’8-10% degli occupati, nel 2004 il 12% della forza lavoro è costituita da lavoratori autonomi (39.700 occupati). I dati relativi quadriennio 2001-2004 mostrano un notevole divario fra uomini e donne nell’occupazione di posizioni di prestigio, appannaggio dei primi nell’80-82% dei casi e solo nel 70-71% delle seconde. Negli anni 2001 e 2002 il 15-16% delle occupate solo lavoratrici autonome, contro l’8% circa degli uomini. Nel 2003 questo valore scende al 12,6% per tornare, nel 2004, su valori superiori al 15,7%. Il lavoro a tempo determinato (dal 9% al 12%) presenta un notevole incremento per quanto riguarda sia gli uomini che le donne. Nel triennio 2001-2003, gli occupati in settori ambientali svolgono un’attività lavorativa a tempo pieno nel 92-93% dei casi, percentuale che scende all’89,3% nel 2004. Diminuiscono i laureati e i diplomati occupati a tempo pieno che, negli ultimi quattro anni, passano rispettivamente dal 94,4% all’88,4% i primi e dal 94,4% all’89,9% i secondi. In relazione infine alla variabile sesso gli uomini svolgono un lavoro a tempo pieno nel 94-95% dei casi; nel 2001 l’86% delle donne è impegnato a tempo pieno, ma nel 2003 scendono all’84% e nel 2004 subiscono un ulteriore calo percentuale attestandosi al 76,3%, registrando un divario con la componente maschile pari a 10 punti percentuali.

“OUTLOOK” Uno sguardo fuori regione
Rubrica di scienze economiche e sociali
a cura di Rosario Palese
(ISSN 1722-3148 )

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