Non è vero ma ci credo, questo è in sintesi il rapporto della popolazione italiana con la Tv. Non ci si fida mai dei media e dei loro resoconti, però si dipende da loro per la conoscenza del mondo socialmente rilevante. La televisione si conferma come l’unico mezzo in grado di parlare a tutti gli italiani. In ogni abitazione è presente almeno un televisore che è utilizzato, abitualmente o occasionalmente, dal 96,4% degli italiani.
L’immagine che sembra emergere è quella di una popolazione televisiva che si pone dinanzi ai programmi trasmessi nei palinsesti televisivi con l’ottica di conoscere sinteticamente informazioni, fatti, storie che possono ampliare la propria base conoscitiva della realtà. La Tv è vista come un rifugio alle insoddisfazioni del mondo esterno, un angolo di speranza. La Tv come luogo di distrazione spinge a raccontare storie, sempre nuove, che possano incuriosire un popolo televisivo preoccupato e disorientato dalla realtà esterna. Ci si rifugia nelle storie degli altri, per poter dimenticare per un attimo le proprie.
Reality show. In quest’ottica, si percepisce meglio la continua presenza televisiva di trasmissioni basate sul genere reality show: da un lato la gente ha desiderio di conoscere storie nuove e al tempo stesso le aziende televisive hanno interesse a risparmiare sulla produzione, coinvolgendo gente comune che, favorita dall’ansia di apparire, accetta per la partecipazione un minimo di rimborso spese.
Il reality è un modello narrativo di facile assimilazione da parte del pubblico, i messaggi che vengono diffusi non richiedono grossi sforzi elaborativi o intellettuali, i fatti presentati coinvolgono spesso la sfera sessuale, quella del comportamento, dell’abbigliamento e della simbologia. In genere, questi programmi vengono trasmessi in prima serata quando la soglia di attenzione dello spettatore medio è più bassa.
Il reality show si diffonde in Italia tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, dapprima nell’ambito della “Tv Verità” in cui prevale l’ottica di servizio per poi assumere diverse forme. Tra i maggiori innovatori del linguaggio televisivo, possiamo identificare 3 tipologie di reality:
– l’Utility Show, dove prevale il ruolo di una televisione di servizio che risolve i problemi di tutti i giorni, è la televisione al servizio del cittadino di cui la migliore espressione, attualmente, è Mi Manda Rai Tre;
– l’Emotainment, un delizioso mix tra sentimenti e intrattenimento, che suscita emozioni sia in chi si pone come protagonista televisivo, sia in chi si pone all’ascolto. È una Tv che racconta la realtà ma è disposta ad assumere anche un ruolo di trasformatrice di questa, dove i sogni si possono realizzare, dove i parenti lontani si possono riabbracciare e magari ci si può fidanzare o sposare. È il modello De Filippi, in principio era Stranamore di Castagna, ma che vede tra i precursori anche la Carrà. In questa famiglia rientrano a pieno titolo i People Show, modello televisivo rappresentato dal Grande Fratello, dove prevale l’utilizzo di gente, apparentemente comune, con abitudini semplici e facilmente riconoscibili da un pubblico di estrazione socio-culturale medio-bassa;
– la Celebrity Show, che prevede il coinvolgimento di personaggi famosi in situazioni di vita quotidiana, competizioni, come Isola dei famosi, La Fattoria, Scherzi a parte, ecc., trasmissioni in cui lo spettatore osserva la vita quotidiana di personaggi già conosciuti o divenuti familiari e ne segue con dovizia i comportamenti.
Il successo di queste trasmissioni è confermato dal numero di ascolti Auditel. Nella confusione televisiva dovuta all’avvento del digitale, che ha condotto alla moltiplicazione dei canali televisivi, solo il reality show sembra esserne uscito vincente, in termini di ascolto, anche se alcuni quotidiani, riportando ricerche sulla comunicazione in Italia, hanno evidenziato che il 25% per cento di italiani “non sopporta i reality-show”, e il 17% sarebbe “colto da grande insofferenza” nel momento in cui si imbatte in Tv in questi programmi. Siamo di fronte ad una vera e propria schizofrenia mediatica: da un lato si disprezza un genere e dall’altro ci si pone davanti allo schermo per osservarlo.
Il genere reality (people e celebrity show) ha visto nel 2004 ampliare il suo spazio nei palinsesti televisivi italiani, abbracciando settori che non si pensava potessero esserne toccati e cercando di fornire al pubblico di casa la possibilità di interagire con il programma e con i protagonisti. Sicuramente un po’ di stanchezza da parte del pubblico verso i people show inizia a farsi sentire: l’analisi degli ascolti delle ultime puntate delle 5 edizioni del Grande Fratello evidenzia una riduzione del 50% degli ascolti, dai 16 milioni di spettatori della prima edizione agli appena 8.500.000 del Grande Fratello 5. Anche lo share, parametro che valuta percentualmente i televisori accesi rispetto al totale, evidenzia un calo, dal 60% della prima edizione al 40% dell’ultima. L’Ansa, elaborando i dati Auditel, ha provato a tracciare un identikit dello spettatore tipo, identificando una prevalenza femminile rispetto agli uomini (33,3% vs 24,2%), istruzione inferiore o media, residenza principale nel Sud o Isole. L’attenzione del popolo televisivo si è gradualmente spostata dall’osservazione microscopica della gente comune ai personaggi famosi. Infatti, alcune forme di celebrity show, tipo l’Isola dei Famosi permettono di osservare come alcuni personaggi famosi se la cavano in situazioni di estrema eccezionalità, come il vivere in un isola deserta privi di tecnologia. Questo format televisivo, giunto ormai alla seconda edizione, ha iniziato a trasmettere a settembre con 5 milioni di spettatori e terminato a fine novembre con 11 milioni di spettatori e il 46% di share. Il successo di pubblico di queste trasmissioni produce effetti scatenanti di “nomadismo televisivo”. L’industria del Gossip trova poi terreno fertile nella volontà dello spettatore di conoscere storie. I vip sono i protagonisti di pettegolezzi, dei “si dice”, di immagini che riempiono i settimanali cartacei o le trasmissioni televisive quotidiane. Ci si interessa dei matrimoni, dei flirt, delle case, dei gusti, voracemente offerti all’insaziabile platea televisiva in cambio di audience. Il divo di oggi non è più l’attore cinematografico, musicale o sportivo, nel suo campo di provenienza, bensì lo stesso spostato in un contesto non abituale. E lo spettatore voyeur si diverte ad osservarlo nella difficoltà della situazione nuova. Ma divo si diventa, e allora nascono personaggi comuni che, nella platea offerta dal piccolo schermo, si propongono come narratori delle proprie storie personali.

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