[Recensione di Mimmo Mastrangelo]

Achille Occhetto in “Potere e antipotere” (Fazi Editore) cita insieme Hanneh Arendt, Antonio Gramsci, Laurence Durrell, Giordano Bruno anche Celestino V, il papa che lasciò nel 1295, dopo pochi mesi dall’insediamento, lo scanno pontificio non per viltà, come è riportato  nella “Divina Commedia” da Dante, ma per lealtà e coraggio, disgustato dagli intrighi, le malefatte e la corruzione delle alte istituzioni ecclesiastiche: Sette secoli dopo che il povero fraticello abruzzese fece il grande rifiuto, i poteri non hanno perso il vizio di lasciarsi contaminare dalle scorie dell’immoralità. Anzi per certi versi il loro degrado appare ancora più disgustante.

A chi fa politica, e in particolare chi milita nelle forze della sinistra, è da consigliare la lettura del volume dell’ultimo segretario del Partito Comunista Italiano. Un saggio che vuole fare i conti con lo scadimento della politica (e del suo potere) nel nostro paese, Occhetto, senza giri di parole, sancisce che in Italia “la politica si è rotta, è malata profondamente”, il cancro che l’affligge da lungo tempo ha aggredito tanto la destra quanto la sinistra.

E il potere – che di per sé racchiude pure dei valori positivi – da pratica, esercizio di un servizio si è trasformato in accumulo di comodità. Secondo Occhetto la politica ha perso la propria funzione, scaricato la rappresentatività per indossare l’abito di un’esiziale “partitocrazia senza partiti”. Ma tuttavia il pantano in cui la politica si è cacciata, una sua rifioritura si deve necessariamente ipotizzare. E qui viene fuori l’Occhetto propositivo, il politico, l’intellettuale impegnato che non riduce a chiacchiera le sue argomentazioni, puntellandole su un prospetto che dovrà vedere protagonista una sinistra transnazionale e riformatrice, capace di rinnovare la pratica della politica, dare centralità alle regole e controllare le escrescenze del mercato. Nel panorama del risanamento della politica si pone l’urgenza di un passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia della partecipazione, nonché della costituzione di una formazione (ma non la si confonda con il nascente Partito Democratico) aperta alla feconda contaminazione dei riformismi di cui è ammantata tutta la sinistra italiana. Aggiunge Occhetto che ai tempi della svolta della Bolognina “avevamo spiegato che si doveva andare oltre la socialdemocrazia e comunismo, che non si trattava di trasferirsi, semplicemente, da una tradizione della sinistra storica europea all’altra. Oggi tutto riconferma che il problema della sinistra italiana è quello di trovare una soluzione originale al tema dell’incontro e del fecondo rapporto tra i diversi riformismi della nostra tradizione, e quindi riproporsi come elemento innovatore all’interno della stessa tradizione socialdemocratica”.

Anche a livello europeo secondo Occhetto la sinistra, per riconquistare credibilità, è chiamata a svincolarsi da burocratizzazione e autoreferenzialità, agire “dentro una concezione altra e profondamente critica del potere”, acquisire la consapevolezza della complessità della realtà, sostituire una visione gerarchia e verticale con un’ attenzione orizzontale e circolare. Occhetto offre al lettore anche degli ottimi spunti di riflessione sulla necessità di una piattaforma in difesa dell’ecosistema, sul terrorismo islamico, sulle gravi responsabilità dell’Occidente che foraggia gli interessi dell’industria militare, sull’obiettivo di imporre un diverso modello di sviluppo, sulla realizzazione di politiche per una governabilità planetaria che passi attraverso la riforma dell’Onu.

Un’ opera quella di Occhetto che, oltre a rigurgitare  di una sana passione civile, è minuziosamente articolata nell’esposizione e incoraggia a pensare – come rimarca in prefazione il più grande scrittore statunitense vivente, Gore Vidal, – che “in Italia una certa cultura politica non sia del tutto morta”.

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