Strategie preventive e società civile. La promozione di forme di rafforzamento del dialogo possono – anzi ormai devono – diventare una priorità per tutte le attività e gli ambiti in cui è chiamata ad essere protagonista quella che, per tante ragioni, non si può più definire “vecchia Europa”. Lo sviluppo di una governance volta ad allargare la partecipazione della società civile ai processi di elaborazione delle politiche e ad un maggiore rafforzamento della loro efficacia, spinge inevitabilmente a sviluppare “strategie preventive” nei confronti di molte dinamiche, soprattutto di quelle legate alla conflittualità che, purtroppo, in particolar modo l’Europa ha visto (ri)emergere e venire alla ribalta in maniera tragica anche negli ultimi anni. L’insegnamento tratto da questi eventi è che gli esperti nominati dai rappresentanti della classe politica, nei confronti della quale i cittadini in ogni caso sono chiamati a esprimere la loro fiducia, pur prevedendo il più delle volte l’avvicinarsi di sciagure e pericoli, hanno dimostrato di non saper tradurre facilmente le loro previsioni in azione. Anche questa incapacità dei tecnici di mettere in campo strategie in grado di scongiurare i conflitti nella società può essere considerata un indicatore della sempre maggiore sfiducia nutrita dai cittadini nei confronti delle istituzioni dello Stato. Si tratta di una crisi di fiducia confermata in maniera fin troppo evidente anche dai dati della tabella che segue. Tuttavia, fortunatamente, oltre ai consulenti fallibili, esistono anche altri protagonisti legati invece alla società civile che, se coinvolti sistematicamente dalle Istituzioni, potrebbero permettere anche agli organi dello Stato di riacquistare margini di fiducia da parte dei cittadini. Si tratta ovviamente delle parti sociali, delle Ong, delle associazioni comunitarie, religiose, del volontariato o del “Terzo settore” che hanno dimostrato di avere caratteristiche ideali per offrire affidabilità e garanzie. Infatti, in qualità di attori pienamente sociali, esse possono vantaggiosamente lavorare nell’ambito di quelle che abbiamo definito strategie preventive. Infatti queste caratteristiche, proprie delle organizzazioni della società civile, favoriscono, nell’elaborazione delle strategie preventive dei conflitti, il riconoscimento tempestivo (early warning) del profilarsi di una situazione pericolosa, consentendo azioni altrettanto tempestive (early action) fondate appunto sulla prevenzione. Sviluppare pertanto una governance partecipativa per prevenire le dinamiche conflittuali, favorendo il rafforzamento in maniera flessibile di partenariati tra attori sociali e autorità locali, significa evitare il verificarsi di processi di normalizzazione della violenza.
Prevenzione operativa e prevenzione istituzionale. Comunque è fondamentale, fin dall’inizio, essere consapevoli dell’esistenza di spazi e possibilità per agire prima che le dinamiche di contrapposizione e di conflitto si manifestino, degenerando successivamente in forme di violenza. Questa modalità di intervento si può definire prevenzione operativa. Riguardo all’importanza della prevenzione, bisogna comunque ricordare che, negli ultimi anni, nell’Unione europea la Svezia ha dato alle stampe un opuscolo nel quale proponeva cinque obiettivi principali da perseguire per favorire nel Vecchio Continente la prevenzione dei conflitti violenti. È ovvio che nel caso delle politiche di prevenzione dei conflitti, l’istituzione di gran lunga più importante per la definizione di una governance politica di riferimento è l’Unione europea che, in questo campo, dispone di un ampio ventaglio di misure che riguardano: la cooperazione allo sviluppo; gli aiuti umanitari; la diplomazia istituzionale; le politiche di tutela dei diritti umani; la politica estera e di sicurezza comune. Per le proprie strategie di intervento, la Commissione Europea ha dato vita anche ad alcuni organismi ad hoc come, ad esempio, la Conflict Prevention Unit e la Policy Planning and Early Warning Unit. Esistono anche alcuni interessanti documenti dai quali emerge la volontà della stessa Commissione e del Parlamento europeo, di definire una strategia integrata per la prevenzione dei conflitti. Il primo documento sul quale è opportuno soffermarsi riguarda la Commissione Europea, che ha formulato una precisa comunicazione sulla prevenzione dei conflitti. Il secondo documento è invece una risoluzione del Parlamento europeo.
Dal futuribile al praticabile. Benché l’attenzione dell’istituzione europea per lo sviluppo di una governance orientata alla prevenzione sia importante, le dinamiche che provocano conflitti violenti devono però, ancora, essere sistematicamente affrontate in tutta la loro complessità. Per questa ragione alle cosiddette strategie preventive dei conflitti, destinate a diventare concretamente – sia in Italia che nel Vecchio Continente – una futuribile priorità di tutti i settori e di tutte le attività, bisogna affiancare quanto prima un praticabile percorso di apprendimento delle pratiche di mediazione consensuale, tale da generare «cambiamenti nel comportamento, derivanti da precedenti comportamenti in situazioni analoghe» (Berelson – Steiner, 1969). Alcuni attori sociali, come le organizzazioni del Terzo settore, lavorano da tempo sulle strategie di prevenzione dei conflitti violenti sedimentando anche bibliografie contenenti alcuni importanti documenti, mentre altre hanno, invece, iniziato a promuovere positive esperienze di tipo fondamentalmente pratico nel campo della mediazione. Se esiste dunque la volontà, anche politico-istituzionale, di favorire lo sviluppo della prevenzione dei conflitti, allora possono legittimamente aprirsi canali concreti per una progettazione educativa e formativa volta a diffondere un approccio operativo alla mediazione consensuale dei conflitti. Si tratta di uno strumento che deve essere considerato ovviamente non come semplice suggestione informale, ma come arte del possibile, strutturata e configurata fondamentalmente in modo tale da potersi rivelare un’efficace dinamica sociale di mutamento dal grande impatto trasformativo e, proprio per questo motivo, ideale per immunizzare contesti ed ambienti dove il conflitto (come è accaduto in Europa) si può nuovamente scatenare senza controllo.
La mediazione consensuale e la ricaduta sociale maieutica. Malgrado il termine conflitto continui comunque ad evocare nella cultura europea concetti o immagini sgradevoli, questa resistenza culturale si può sradicare stimolando e praticando percorsi di nuova comprensione, che inizialmente educhino a riconoscere i conflitti come un fatto naturale e a discriminarli di per sé, non certo come beni assoluti, ma neanche come mali incurabili. Per far sì che ciò accada è indispensabile «attivare progetti che non rispecchiano la cultura dominante, ma sono piuttosto – come appunto la mediazione – espressione di (…)» quella che il sociologo francese Jean Pierre Bonafé-Schmitt considera giustamente «una controcultura» Questo è l’approccio di Ralf Dahrendorf (1971) secondo il quale non bisogna rimuovere, sopprimere o considerare il conflitto come un elemento che ha un valore negativo, ma anzi è necessario valorizzarlo come un elemento dinamizzante da non temere, ma da guardare con interesse in quanto stimola, in ogni caso, cambiamenti in una società che altrimenti apparirebbe statica ed irreale. Ciò diventa possibile favorendo un approccio culturale che sviluppi, soprattutto attraverso diffuse pratiche di governance partecipativa, una delle competenze chiave per la Mediazione: non bisogna continuare a rafforzare, nelle esperienze di conflitto, radicate dinamiche di assoluta competizione tra le parti, ma stimolare invece un approccio cooperativo in grado di far affrontare alle parti i conflitti insieme, non nell’ottica della prevaricazione, bensì in quella del cambiamento migliorativo. In fondo questo si richiede alla mediazione per ristabilire il dialogo tra agenti antagonisti e condurli a raggiungere un obiettivo concreto: la riorganizzazione completa delle loro relazioni, affinché questa diventi la più soddisfacente possibile per tutti e favorisca equità, non equidistanza, ma invece, equivicinanza. Alla mediazione consensuale dei conflitti viene riconosciuta una funzione sociale di tipo maieutico perché, facendo riferimento alla radice etimologica antica greca di questo aggettivo, contribuisce a far emergere, attraverso lo sviluppo delle risorse di cui dispongono gli agenti antagonisti, tutti quegli elementi squisitamente sociali che ne possono favorire ed amplificare le capacità di sviluppo e di apprendimento di nuove competenze. Non c’è dubbio però che comporre, regolare e superare i conflitti, anche violenti, resta comunque un cammino lungo e faticoso, sebbene proponibile con illuminate ed adeguate politiche nazionali e comunitarie di governance. Lungo e faticoso come tutti quei processi sociali ad alta intensità che possono proiettare, però, l’Italia e la Comunità Europea verso politiche di governance orientate al raggiungimento concreto di best practices, non certo impossibili da realizzare.

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