Gli italiani e la convivenza. Il comportamento nuziale degli italiani ha seguito, fino agli anni Ottanta, un trend crescente. La propensione al matrimonio è stata tradizionalmente elevata ed ha subìto oscillazioni solo in concomitanza di eventi straordinari, quali guerre o gravi crisi economiche. Solo a partire dagli anni Ottanta si evidenzia una sostanziale inversione di tendenza. La situazione economica è un elemento che concorre alla determinazione del livello della nuzialità, ma sono soprattutto altri i fattori che hanno causato la contrazione della propensione al matrimonio, in particolare di natura culturale e di costume.
L’opinione della Chiesa è che il matrimonio è alla base della famiglia, la quale è sicuramente qualcosa di diverso da ogni altra forma di convivenza o di accordo. La famiglia ha, sempre secondo il clero, una tradizione millenaria e continuerà ad esistere, fino alla fine dei secoli, come pietra miliare della nostra società. E per tali ragioni, non è possibile equiparare giuridicamente la famiglia con altre forme di convivenza. Tuttavia, questa non sembra essere l’opinione della maggior parte degli italiani. Sul tema della convivenza sembra evidenziarsi una certa compattezza all’interno del campione. Il 70,6% degli interpellati, infatti, esprime un’opinione favorevole rispetto alla convivenza. Tale percentuale è particolarmente elevata tra i più giovani (91,7 % tra i 18-24 anni e 77,9% tra i 25-34 anni) e le persone con un più alto livello di istruzione (78,6% per i diplomati e 81,6% per i laureati). Da un punto di vista territoriale non si rilevano particolari differenze tra le macro-aree osservate. Si va dal 64% di favorevoli nel Nord-Ovest fino al 75,3% nel Nord-Est; il Centro e il Sud si collocano all’interno di questa fascia. L’ideologia politica sembra avere qualche influenza sul modo di rapportarsi rispetto a questa tematica. I contrari alla convivenza sono in numero minore tra le persone che si collocano agli estremi rispetto agli schieramenti politici (10,2% per chi si professa di sinistra e 16,5% per chi è di destra). Tra gli elettori del centro la quota di contrari è decisamente più elevata: 29,2%. L’opinione favorevole nei confronti della convivenza è confermato anche dall’alta percentuale di persone che concordano sull’introduzione del Pacs (Patto civile di solidarietà), che riconosce alle coppie di fatto i diritti in diverse materie, come l’eredità, l’assistenza in caso di malattia e di ricovero ospedaliero, la successione nei contratti di affitto, ecc. A livello politico il dibattito sui Pacs sembra difficile da portare avanti. Non è facile, infatti, spostare in ambito politico una scelta che è, a tutti gli effetti, di natura privata, legata all’affettività e alla nostra vita quotidiana. Il dibattito sui Pacs sta rimettendo in discussione sia il concetto di “coppia normale”, ma anche la natura del sentimento che consente a due persone di usufruire dei particolari diritti previsti dai Patti civili di solidarietà. Tuttavia, il parere dell’opinione pubblica, emerso nella nostra indagine, sembra abbastanza inequivocabile: gli italiani sembrano esprimere, in linea generale, grande disponibilità verso una norma che estenda ai legami di convivenza parte delle garanzie e dei diritti rimasti, sino ad oggi, una prerogativa del vincolo matrimoniale. Infatti, il 71,1% degli intervistati è favorevole all’introduzione dei Pacs (dalla scomposizione del dato emerge che si dichiara favorevole all’introduzione il 68,7% dei cattolici interpellati). Come prevedibile, si riscontrano forti differenze tra le singole classi di età: si va dall’89% tra i più giovani fino a scendere al 57,4% tra gli ultra sessantacinquenne. Anche il livello di istruzione influenza l’approccio nei confronti dei Pacs: si va dal 59,2% di chi è in possesso di una licenza elementare fino al 76,2% dei laureati. Inoltre, gli elettori di sinistra sembrano più propensi all’introduzione dei Patti civili di solidarietà, rispetto agli elettori di centro e di destra. Se c’è una certa unanimità favorevole nei confronti della convivenza, si riscontrano divergenze di opinione entrando nel merito dei sentimenti che investono tali unioni di fatto. Il 38,4% degli intervistati considera la convivenza come un modo per testare il rapporto prima del matrimonio, una sorta di prova per capire se è il caso di fare il “grande passo”, mentre il 30,4% la considera una scelta di vita personale. In particolare, tra i più giovani, c’è una larga percentuale che esprime pareri positivi sulla convivenza. Osservando il campione da un punto di vista professionale, notiamo che le categorie con un approccio maggiormente favorevole sono gli operai, gli studenti, i liberi professionisti, i commercianti, i lavoratori autonomi, gli insegnanti e gli impiegati. Esiste, comunque, una larga fetta di intervistati che la ritiene semplicemente una scelta di chi non vuole assumersi responsabilità (24,2%). Tali considerazioni sono vere soprattutto per le fasce di età più avanzate: in particolare, ben il 35,9% degli ultra sessantacinquenni considera questa scelta come opportunistica per mancanza di responsabilità. C’è anche un 9,3% di anziani che ritiene tale rapporto una scelta immorale.
Gli italiani e l’aborto. Si torna a parlare, come spesso accade ad intervalli regolari, della legge 194, indirizzata a tutelare la maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza. Da ultimo, basti ricordare l’intervento del Ministro della Sanità Francesco Storace, volto a riaccendere il dibattito sul tema dell’applicazione integrale del testo di legge, entrato in vigore nel 1978. Tale volontà ha suscitato le critiche di chi teme l’avanzare di posizioni neoconservatrici nell’opinione pubblica italiana, interpretando le recenti esternazioni della Chiesa come un’ingerenza nel governo dello Stato laico. Sul tema dell’aborto, gli italiani si mostrano favorevoli, in linea generale, ma sembrano essere poco propensi per alcuni casi specifici, come la mancanza di risorse economiche o la specifica volontà, da parte della madre, di non avere un bambino. Questo è quello che emerge dall’indagine Eurispes. Se da un lato c’è una buona percentuale di favorevoli nei casi di pericolo per la madre (84%), di gravi anomalie e malformazioni del feto (74,6%) e in caso di violenza sessuale (65,1%), dall’altro, se le motivazioni sono più attinenti alle condizioni economiche o alla volontà della madre di non avere figli, le percentuali scendono notevolmente, rispettivamente al 26,4% e al 21,9%. Anche in questo caso sono gli anziani ad avere una maggiore avversione, soprattutto nei casi in cui la madre sceglie l’interruzione di gravidanza perché non vuole il figlio (solo 15,6% di favorevoli). In linea generale, i diplomati e laureati sembrano avere un approccio più favorevole nei confronti dell’aborto, rispetto a chi ha un’istruzione medio-bassa, soprattutto nei casi di pericolo della madre e di violenza sessuale. Un dato particolare, e per certi versi poco atteso, evidenzia che, in quasi tutte le circostanze analizzate, con la sola eccezione per il caso di violenza sessuale, sono gli uomini ad essere maggiormente propensi all’aborto, con un significativo distacco di quasi cinque punti percentuali per il caso in cui è la donna a non volere figli (24,3% di favorevoli tra i maschi, contro il 19,6% per le femmine). Probabilmente, in queste risposte c’è anche la volontà, più volte rivendicata e in parte accolta da alcune proposte normative, di riconoscere qualche diritto di scelta al “padre” del nascituro. Anche se i partiti politici di fronte a tali tematiche difficilmente si schierano apertamente verso un’unica posizione, lasciando libertà di coscienza ai propri parlamentari, l’orientamento degli intervistati sembra decisamente più chiaro. Nel campione il comportamento si presenta omogeneo, in particolare per le situazioni di pericolo per la madre, di gravi anomalie del feto o di violenza sessuale. Nei casi specifici di difficoltà economiche o di volontà di non avere figli, tra gli elettori di sinistra c’è una quota più elevata di favorevoli all’aborto (rispettivamente il 46,1% e il 35,2%) rispetto a quelli del centro (12,5% e 22,9%) e della destra (20,9% e 17,6%).
Divorzio, eutanasia, pena di morte e fecondazione assistita. La legge sul divorzio è stata introdotta nell’ordinamento italiano nel 1970, ma è solo dopo il referendum del maggio 1974 (promosso dalla Chiesa) che arriva l’effettiva consacrazione popolare della legge in favore dello «scioglimento del matrimonio» (cosi come indicato nel testo di legge). La posizione dell’opinione pubblica sulla legge sul divorzio, ad oltre trenta anni dal referendum, è di una sostanziale, generale, condivisione: favorevoli al divorzio sono, infatti, il 69,1% degli italiani, soprattutto gli uomini, giovani e con un livello di istruzione medio-alto. La più alta percentuale di contrari la si trova nella fascia di età più avanzata, con il 38,8%. In relazione al sesso degli intervistati, emerge uno scarto di circa 5 punti percentuali fra il numero di donne favorevoli (66,7%) e quello degli uomini (74,4%). La componente di contrari non è, tuttavia, da sottovalutare e sembra riferibile a quella parte di cittadini che ritiene, seguendo rigidamente i precetti della Chiesa, il matrimonio indissolubilmente al centro della vita di un cristiano. La percentuale dei “divorzisti”, aumenta all’aumentare della scolarizzazione: si passa dal 49,5% di chi ha una licenza media, fino ad arrivare al 74,3% per i diplomati e al 73,5% per i laureati. Da un punto di vista territoriale, i residenti al Centro sono favorevoli al 58,1%, valori ben al di sotto di quelli evidenzianti nel Nord-Ovest (78,3%) e Nord-Est (74,6%). Nel Mezzogiorno i valori si attestano tra il 64,8% (Sud) e il 67,2% (Isole). Anche in questo caso, come per l’aborto, si notano alcune differenze tra le diverse ideologie. Un più ampio consenso nei confronti della legge sul divorzio proviene dagli elettori di centro-sinistra (i favorevoli sono l’82,8% a sinistra e il 72% nel centro-sinistra), rispetto al 69,4% del centro-destra, il 67% della destra e il 52,1% del centro.
La nostra indagine evidenzia che il tema dell’eutanasia è decisamente più controverso rispetto a quelli analizzati fino ad ora. Il campione osservato sembra particolarmente spaccato; infatti, i favorevoli sono il 41,9% contro il 44,6% dei contrari. Da sottolineare, inoltre, che la quota di indecisi è consistente (13,5%) soprattutto tra gli anziani e le persone con un basso livello di istruzione. La scolarizzazione sembra avere una correlazione positiva con il parere favorevole degli intervistati rispetto all’eutanasia: si va da una percentuale di 21,8% tra i possessori di licenza elementare fino al 44,2% tra gli intervistati con una scolarizzazione medio-alta.
Il tema della pena di morte periodicamente torna a dividere l’opinione pubblica in molti paesi nel mondo. In molti Stati in cui vige la pena capitale esistono movimenti che ne chiedono l’abolizione, mentre in paesi in cui non è praticata riaffiorano periodicamente richieste di reimmissione. Come era facile attendersi, ed auspicarsi, la quota di contrari alla pena di morte è consistente, pari al 77,4%. In relazione al sesso, sia per gli uomini che per le donne la percentuale di contrari supera il 76% (rispettivamente il 76,5% ed il 78,2%). Ad ogni modo, la quota di favorevoli non è certamente da sottovalutare, soprattutto in riferimento alla classe di età tra i 25 e i 35 anni, all’interno della quale circa un intervistato su quattro introdurrebbe la pena capitale. Emerge una correlazione positiva tra la scolarizzazione e la convinzione che la pena capitale non sia uno strumento attuabile nel nostro Paese: all’aumentare del livello di istruzione cresce il fronte dei “no”, raggiungendo una percentuale pari all’86,4% tra i laureati (rispetto al 78,6% dei diplomati e al 70,6% di chi non ha proseguito la scuola dell’obbligo). Il Nord-Est è la macro-area in cui si trova la più alta quota di favorevoli (22%) mentre nelle Isole si concentra la maggiore percentuale di contrari (83,6%).
Coerentemente con il dibattito e con le iniziative registrate in Italia negli ultimi trenta anni, si evidenzia che gli intervistati di centro-destra sono quelli più favorevoli alla reintroduzione della pena di morte (il 31,9% si dichiara favorevole, contro il 25% del centro e il 10,9% della sinistra).
I temi della ricerca sulle cellule staminali e sulla fecondazione assistita sono stati negli ultimi tempi diffusamente presenti sui media e nella discussione pubblica. Numerosi interventi, giunti da più parti, hanno alimentato un intenso e appassionato dibattito.
La fecondazione assistita, come evidenziato anche dal dibattito politico della prima metà del 2005 e dal successivo referendum del giugno scorso, è ancora un tema poco chiaro nella mente dell’opinione pubblica. Ne sono una dimostrazione i risultati del presente sondaggio.
Quasi un italiano su dieci non dà una risposta sull’argomento e tale percentuale raggiunge il 17,3% tra gli ultra sessantacinquenni. Le maggiori differenze si riscontrano dal paragone tra le classi di età (con il 70,6% di favorevoli tra i 18 e 24 anni e il 49,4% nella fascia più anziana) e tra i diversi livelli di istruzione (dove i livelli più elevati sono maggiormente propensi ad accettare la fecondazione assistita, rispetto ai livelli più bassi, dove la percentuale è anche inferiore al 40%).
Gli elettori progressisti fanno registrare le più elevate percentuali di favorevoli con l’86,7% per la sinistra e il 66,8% per il centro-sinistra. La percentuale scende notevolmente tra gli altri elettori con la punta inferiore toccata tra quelli del centro (41,7% favorevoli).
Gli italiani e le raccomandazioni. In Italia, ormai da molti anni, l’opinione pubblica si trova a doversi confrontare direttamente con la scottante questione delle raccomandazioni, ancora troppo spesso indispensabili per poter ottenere un posto di lavoro e per far carriera all’interno di qualsiasi struttura lavorativa.
Le raccomandazioni sono viste, da oltre la metà del campione, come una pratica negativa e discutibile per entrare nel mondo del lavoro. Sono in particolare i più giovani, alle prese con il difficile problema della ricerca di un posto di lavoro, a vedere con forte critica le raccomandazioni (72,5% nella fascia 18-24 e 56,4% nella fascia 25-34 anni). Sembra quasi che, tuttavia, crescendo e maturando le prime esperienze sul mercato, i giovani si rendano conto delle sempre maggiori difficoltà e assumano un atteggiamento diverso nei confronti di queste “pratiche di ingresso”. Infatti, la quota di intervistati che considera la “raccomandazione” come una discutibile scorciatoia scende dal 27,5% tra i più giovani fino al 13,3% tra i 35-44 anni e al 12,3% tra i 45-64 anni.
Tra i soggetti con un basso livello di istruzione c’è una maggiore polarizzazione verso gli estremi, tra chi considera le raccomandazioni come un aiuto per inserirsi nel mondo del lavoro e chi, invece, le ritiene un vero e proprio sopruso verso coloro i quali hanno pari titoli ma non gli appoggi necessari.
Le raccomandazioni offrono, per il 65% del campione, un’occasione di inserimento, ma è con la pratica e l’applicazione giornaliera sul posto di lavoro che la persona ha la possibilità di mostrare quanto vale.
Il 67,4% (con punte del 73,4% tra i più giovani) considera tali pratiche come necessarie, dal momento che, altrimenti, sarebbe impossibile farsi avanti nel mondo del lavoro senza conoscenze e appoggi.
L’analisi delle risposte del sondaggio sembra mostrare una sorta di assuefazione verso pratiche di ingresso nel mondo del lavoro incentrate sulla logica della raccomandazione. Le forti difficoltà incontrate negli ultimi anni nel mondo del lavoro, soprattutto per i nuovi ingressi, non hanno certo facilitato il contrasto di tali logiche poco virtuose.
Tanto è vero che, anche se buona parte del campione ritiene queste pratiche di ingresso poco apprezzabili, oltre il 54% si servirebbe di una raccomandazione. Tale tendenza è più accentuata tra le categorie di persone maggiormente svantaggiate rispetto all’ingresso nel mercato del lavoro, come i giovani e le persone con un’istruzione medio-bassa.
Dal punto di vista dell’ideologia politica, emerge che gli elettori di centro sono quelli meno propensi ad accettare raccomandazioni per ottenere un posto di lavoro (il 39,6% si servirebbe di una raccomandazione) seguiti da quelli di sinistra (50,8%), di centro-sinistra (57,5%) fino ad arrivare ai valori più alti, riscontrati tra il centro-destra (61,1%) e la destra (69,2%).
La quasi totalità degli intervistati non è disposto ad adottare comportamenti che sconfinino nell’illegalità, come falsificare documenti o curriculum, pagare una tangente o prostituirsi per ottenere un posto di lavoro. D’altro canto, tuttavia, quasi un terzo del campione, specialmente nella fascia di età 25-44 anni, sarebbe disposto a farsi raccomandare da un politico per riuscire ad ottenere un lavoro.
Si denota anche un certo pessimismo nei confronti di questa pratica; infatti, oltre l’83% ritiene che, rispetto al passato, la situazione è rimasta stabile o è addirittura peggiorata. Le principali posizioni critiche le troviamo tra i più giovani, dove il 52,3% di coloro che hanno un’età compresa tra i 18 e i 24 anni e il 45,6% di quelli che si collocano nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni, ritengono che la situazione è decisamente peggiorata, con una maggiore diffusione delle raccomandazioni rispetto al passato.
Una maggiore quota di sfiduciati si evidenzia tra i disoccupati (il 77,8% ritiene che la situazione è peggiorata e il 18,5% nota una sostanziale stabilità), i pensionati (rispettivamente 37,7% e 47,1%), gli studenti (50,8% e 31,7%), i liberi professionisti, i commercianti e i lavoratori autonomi (43,2% e 50%) e gli operai (44,3% e 39,8%). Nel Sud e nelle Isole la quasi totalità degli intervistati considera la situazione decisamente in modo negativo. Si ritiene che la condizione sia peggiorata, rispettivamente per il 50% e 49,2%, o comunque stabile, per il 41% e 32,8%.
Gli italiani e le elezioni. L’importanza dell’opinione pubblica diviene cruciale proprio nel momento in cui si avvicinano le elezioni, per tale motivo abbiamo cercato di approfondire quale è il sentimento degli italiani rispetto alle elezioni, con particolare riferimento alla partecipazione attiva degli intervistati alle tornate elettorali.
Gran parte del campione sostiene di votare con una certa regolarità. In particolare l’81,5% vota sempre e l’11,5% qualche volta. Non si evidenziano grandi differenze tra le singole classi di età. Il livello di istruzione influenza i comportamenti elettorali, dal momento che l’87% dei diplomati e l’86,4% dei laureati votano sempre, contro il 69,7% di chi ha conseguito la licenza elementare e il 76,1% di chi possiede una licenza media.
Gli elettori di sinistra sono quelli che si recano con maggiore frequenza nelle cabine elettorali, con il 93,8% degli intervistati che dichiara di votare sempre, seguiti dall’87,5% del centro, fino all’84,7% del centro-destra.

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