E quale dovrebbe essere il motore in grado di alimentare il possibile timore nei confronti della Sua persona. C’è un motivo particolare?
Ce ne sono diversi di motivi. Io sono una persona molto rigida sul piano etico. La risposta finisce qui, chi vuol capire capisca.

Entrando nel merito delle Sue linee programmatiche, quali saranno i primi interventi che intende avviare?
Parto dall’inizio. Quasi vent’anni fa, dopo appena un anno dal mio arrivo in Basilicata, la maggior parte della dirigenza di allora diceva che la nostra era un’Università in via di sviluppo, nei confronti della quale bisognava avere pazienza, perchè gli Atenei richiedono tempi di maturazione particolarmente lunghi. Questo è vero, ma qui non c’è più il tempo di passare dal Medioevo alla “modernità” di molte università italiane. Io dissi che scientificamente quando si comincia con degli errori in genere c’è una grossa tendenza ad andare peggio, non meglio. Ho, quindi, avuto l’impressione che questa fosse un’Università non in via di sviluppo ma in via di sottosviluppo. Impressione che mi è stata ampiamente confermata. Questa Università nel tempo è sicuramente migliorata, molto migliorata, ma siccome le altre Università sono migliorate di più l’intervallo di distacco con è molto elevato e rappresenta un lusso che non ci possiamo permettere.

Quindi, quale potrebbe essere la ricetta giusta per il salto di qualità?
Non esistono le ricette, ma esistono altre cose. Innanzi tutto ci deve essere una dirigenza universitaria che non può che essere collettiva, facendo partecipare in tutto ciò la maggior parte dei colleghi, ovviamente dei colleghi bravi e disponibili; un processo che dovrebbe avvenire in tutti gli organismi. Del mio programma elettorale una cosa tendo a sottolineare: è un programma scritto da persone perbene e fatto per persone perbene. Questa è l’Università che voglio. Come si fa? Dando spazio ad un collettivo; poi bisogna scatenare la fantasia dei vecchi ma anche e soprattutto dei giovani; bisogna fare qualcosa di nuovo e di diverso, bisogna far si che questa Università per quanto piccola diventi un’Università in cui ci sia qualcosa di assolutamente particolare e originale. Il problema non è catturare studenti, questo non sarà mai un mega-Ateneo, perchè bisogna dirlo una volta per tutte: i mega-Atenei italiani sono orrendi, dove circa l’80 per cento è spazzatura, e questo lo sostengo a ragion veduta. Sono spazzatura come didattica moderna.

Perchè questo?
Perchè c’è di tutto e di più. E’ chiaro, però, che dal punto di vista didattico, siccome i grandi Atenei hanno molti docenti possono disporre anche di punte di grande eccellenza, ma per costruire un’ottima Università non servono le grandi eccellenze ma serve che la media dei docenti sia elevata (cosa fondamentale) e questa cosa qui si può fare. Non le sto per presentare una vuota formula, ma è fuori ogni discussione che per fare una buona docenza è condizione necessaria ancorché – come si diceva una volta – non sufficiente che chi insegna sia un ottimo ricercatore. Se lei fa una pessima ricerca non sarà mai un ottimo docente, ma se lei fa un’ottima ricerca può diventare un ottimo docente, perchè questa è la storia. Non si può nemmeno immaginare di fare docenza senza aver fatto della ricerca. La docenza universitaria è difficile, o meglio una buona docenza universitaria è difficile; la cattiva docenza la può fare chiunque (come spesso capita), dappertutto, non qua. E’ un bene se si fa qualcosa di unico, di particolare, di eccellete in pochi settori di questa Università, perché si avrà la possibilità di migliorare moltissimo quella che adesso viene chiamata banalmente offerta didattica. In secondo luogo, per tirare su un’Università come questa ci vuole tanta e tanta voglia di lavorare. Oggettivamente ci sono alcune cose difficili da realizzare in tempi rapidi ed io ho solo quattro anni perchè non farò il Rettore per più di quattro anni.

Crede che siano sufficienti per costruire qualcosa di positivo e per lasciare il segno?
Devono. Non per risolvere tutti i problemi ma per invertire la tendenza. Il problema è che bisogna lavorare tanto e lavorare con entusiasmo. Io spero e credo di essere in grado di invertire questa tendenza perchè ho un certo numero di persone che credono in questo progetto.

Dall’alto della Sua esperienza di vita vissuta nella nostra realtà universitaria crede che sia possibile tutto questo?
Si, credo di si, ma bisogna superare un grande ostacolo che è rappresentato dall’assenza di tradizione universitaria, ma più in generale di tradizione culturale completa. Qui per cultura si  intende quella che una volta era la cultura del liceo classico – ottima, per carità – ma è monotòna. Una cultura da liceo classico è come una monocultura e/o monocoltura della canna da zucchero a Cuba. Un paese non va avanti con le monocolture meno che mai con le monoculture. In Basilicata c’è quindi questa difficoltà oggettiva a far capire alla gente, non solo ai dirigenti, che l’Università è un valore aggiunto.

Ho l’impressione, invece, che questa università sia troppo scollegata dal resto del tessuto urbano e sociale, come una sorta di “cattedrale nel deserto”…
E’ vero, ma bisogna capire ciò che intendiamo per collegamento con il tessuto urbano e sociale. Dobbiamo dire, senza ombra di dubbio, che l’Università deve collegarsi al tessuto sociale in modo culturale e non banale. Talvolta può anche offrire dei servizi, ma il compito fondamentale è quello di rappresentare il punto di riferimento totale e complessivo da un punto di vista culturale. Naturalmente, quando si fa cultura si fa cultura a livello planetario perchè la ricerca che si fa non è certo una ricerca che guarda solo alla Basilicata, alla Puglia o al Mediterraneo. E’ una ricerca che riguarda i principi fondamentali della scienza e quindi riguarda tutti. Però, accanto a questo si può fare anche una ricerca mirata ad alcuni aspetti del tessuto urbano e sociale regionale. Per il momento non c’è un grandissimo collegamento e se è questo il collegamento esistente abbiamo una parte di responsabilità.

Una domanda legata alla didattica. Si ha intenzione di allargare il ventaglio delle Facoltà?
L’allargamento è cosa già decisa dal Senato Accademico attuale ed è riferito a cinque facoltà: tre di queste sono già state approvate dal Comitato Universitario Nazionale (Economia, Farmacia e Scienze della Formazione) e due sono in corso di approvazione (Architettura e Veterinaria).

Quali saranno i tempi di attuazione?
Partiamo appena possibile. La Regione ci ha dato tre milioni di euro all’anno come spese fisse e, nel frattempo, stiamo trattando a livello nazionale con il Ministero competente per un progetto di
co-finanziamento regionale e nazionale in modo da nazionalizzare un problema che era stato prima  regionalizzato. Se riusciamo ad avere sei milioni di euro fissi penso che si possa attuare con dignità il processo che porta all’introduzione di queste nuove Facoltà. E’ chiaro che, ad esempio, l’introduzione di una Facoltà come quella di Economia – per la quale c’è grande richiesta – può creare dei problemi conseguenti all’aumento dell’afflusso dal punto di vista degli spazi fisici, di segreterie, da mettere a disposizione della nuova facoltà; un discorso diverso va riferito, invece, alla facoltà di  Farmacia per la quale si prevedono non più di 50/100 iscritti all’anno. E l’altro grosso impegno è quello di Scienze della Formazione.

Cosa mi dice, invece, per quanto riguarda una possibile assistenza nonché orientamento per i neolaureati?
E’ questo un problema irrisolto in Italia nel 90 per cento dei casi. Problema, invece, risolto in tutte le Università nel resto del mondo. Si tratta dei cosiddetti “Sportelli in uscita” che, ad esempio, nelle migliori università anglosassoni sono qualcosa di spettacolare perchè lì un neolaureato può verificare giorno per giorno (diciamo quasi in tempo reale) quali sono tutte le opportunità lavorative rispetto all’esterno. Questi sportelli sono dei veri e propri osservatori messi in atto dagli Atenei sul mondo esterno, sulla realtà economica e sociale in modo da stabilire sia come indirizzare sia come catalizzare le proprie risorse. Questo potrebbe avvenire in Basilicata oltre che mettere a conoscenza dei neolaureati anche le opportunità di posti di lavoro extra-regionali. Le faccio un esempio: noi qui promettiamo agli studenti di Chimica di farli diventare degli ottimi chimici, ma fin dal primo momento devono mettere in preventivo la possibilità di andare a lavorare fuori dalla Basilicata, perché, diciamolo, non fa poi tanto male uscire dalla Basilicata. Io ho scoperto che una delle cose più belle nella vita di un essere umano è quella di avere una radice, ma una radice nella propria memoria. Attenzione, avere una radice – nel senso di essere sempre radicati – è un errore clamoroso. Nascere e lavorare sempre nello stesso posto è una cosa di un inguaribile provincialismo italico…

Un’ultima domanda. In questo contesto, quale dovrebbe essere il ruolo degli studenti?
Bella questa domanda. Prima di rispondere chiarisco che quello che sto per dire non fa parte del programma condiviso da un collettivo ma è una mia personale visione – per quanto molto antica – sul ruolo degli studenti. Gli studenti hanno due ruoli entrambi fondamentali: il primo è un dovere il secondo è un diritto. Il dovere di studiare e il diritto di essere la spina critica nel fianco di tutta la  dirigenza universitaria. Se si imposta così il concetto di studente (perchè il concetto è una categoria mentale e non una sciocchezza) è evidente che io dimostro subito di essere totalmente contrario alla cosiddetta partecipazione studentesca negli organi regionali. Da questo punto di vista non mollo sulle mie convinzioni: uno studente non deve co-gestire, deve criticare e lottare per i propri diritti e per il miglioramento della propria Università. Mettere uno/due rappresentanti nei vari organi accademici non serve a nulla perchè gli studenti non hanno né la competenza tecnica né potere contrattuale. Nel mio programma elettorale ho promesso che darò agli studenti degli spazi autogestiti (non solo fisici) in quanto è loro il compito di gestire se stessi ed il proprio futuro.

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