Lo spettro della povertà non fa sconti a nessuno: colpisce gli anziani che percepiscono pensioni di appena 500 euro (più di sette milioni), i giovani precari che passano da un lavoro all’altro e coloro che finora erano considerati privilegiati, perché al riparo da ogni imprevisto economico, il cosiddetto “ceto medio”.
Il rischio d’impoverimento si è concretizzato. Ma chi sono “statisticamente” i poveri? Cosa si intende con il termine “povertà”? Essa si misura, convenzionalmente, valutando le risorse economiche di un individuo rispetto agli altri (povertà relativa) o utilizzando come riferimento un paniere di beni e servizi essenziali per il soddisfacimento dei bisogni (povertà assoluta).La povertà relativa viene calcolata in rapporto ad un indice, una media o mediana della distribuzione del benessere di una società, apportando di anno in anno dei correttivi che tengono conto della crescita dell’economia.
La “soglia” della povertà relativa è calcolata annualmente rispetto alla spesa media pro capite per consumi delle famiglie; questo significa che tale soglia si sposta di anno in anno sia a seguito della variazione dei prezzi al consumo, sia in base all’andamento in termini reali della spesa per consumi delle famiglie. In base a questi parametri, l’Istat sposta la linea di povertà di anno in anno, tenendo conto dell’ampiezza dei nuclei familiari. Gli ultimi dati disponibili (2004) rilevano che in Italia vivono in condizioni di povertà relativa ben 2 milioni e 674mila famiglie (l’11,7% delle famiglie residenti), pari ad un totale di 7 milioni e 588mila persone (il 13,2% della popolazione italiana).
Il confronto con l’anno precedente mostra un incremento della povertà relativa dello 0,9% (dal 10,8% del 2003 all’11,7% del 2004), in valori assoluti si contano circa 300mila famiglie povere in più, oltre 700mila persone.
Oltre all’incremento del numero delle famiglie povere (circa 300mila) è possibile stimare che circa 2.500mila nuclei familiari sono a rischio povertà, l’11% delle famiglie totali, ben 8 milioni di persone.
Il totale delle persone a rischio povertà e di quelle già comprese tra gli indigenti è allarmante: si possono stimare circa 5.200mila nuclei familiari, oltre il 23% delle famiglie italiane e più di 15 milioni di individui, di questi quasi 3 milioni sono minori di 18 anni (circa 1.700mila minori sono già poveri e i restanti a serio rischio povertà).
Anche secondo Eurostat, il rischio d’impoverimento in Europa costituiva un fenomeno allarmante già nel 2003 (elaborazioni nel 2005). L’Istituto di ricerca europeo stima ben 72 milioni di persone a rischio povertà, che scatta per coloro che guadagnano meno del 60% del reddito medio del paese in cui vivono.
Si tratta di individui che vivono in un equilibrio precario: il 19% degli italiani si trova in questa situazione, contro una media europea del 16%. Il nostro Paese, insieme a Portogallo e Spagna, registra un tasso di rischio povertà elevatissimo, inferiore solo a quello di Irlanda, Grecia e Slovacchia (21%).
In valori assoluti, in Italia si stimano addirittura 11 milioni di persone a rischio povertà, un dato preoccupante che si colloca al secondo posto nella classifica europea (al primo la Germania con 12,3 milioni di abitanti). Inoltre, l’Eurostat denuncia l’aumento delle disuguaglianze nella distribuzione della ricchezza: il 20% di europei in buone condizioni economiche possiede quasi cinque volte più ricchezza di quanta ne abbia il 20% dei cittadini meno abbienti.
In Italia, il dato trova conferma in una ricerca, del 2005, condotta dall’AIPB (Associazione Italiana Private Banking) che rileva un aumento dell’8% delle famiglie più abbienti rispetto allo scorso anno. Nello specifico, i ceti elevati detengono un patrimonio finanziario globale pari al 60% del Pil, ma solo il 2% di essi possiede fra i 5 e i 50 milioni di euro (esclusi gli immobili), pari al 18% della ricchezza totale.
Da ciò si deduce che alcuni non ce la fanno ad arrivare a fine mese, mentre altri mantengono un tenore di vita elevato. In Italia si sta ulteriormente ampliando il divario tra le classi sociali: da un lato i poveri aumentano e dall’altro i ricchi diventano ancora più ricchi.
Identikit del ceto medio. Con la cosiddetta “società del benessere”, il ceto medio è divenuto protagonista del tessuto sociale, detentore di uno status che non si limita alla semplice sopravvivenza o poco più. Considerato “la spina dorsale del Paese”, il ceto medio rappresenta la fascia intermedia della piramide sociale, collocata tra i “supergarantiti” ed i poveri veri e propri. Costituendo un ponte tra ceti bassi e ceti elevati, incarna anche la mobilità sociale, che è strumento di coesione e di dinamismo per la società.
I recenti studi del Luxembourg Income Study (LIS) evidenziano come in America i nuclei familiari di classe media sono diminuiti, in trenta anni, del 2,4%, il decremento più consistente fra quelli esaminati in altri paesi. Al contrario, i nuclei di upper class sono aumentati dell’1% e anche la lower class ha registrato un incremento dell’1,4%.
Da tempo, molti giornali statunitensi titolano “Il sogno americano svanisce”.
Anche negli Usa, questo progressivo “restringimento” della classe media è dovuto alla perdita di potere d’acquisto dei lavoratori. Afferma Bernie Sanders, deputato del Congresso indipendente: «Nel 1973, i colletti bianchi del settore privato erano pagati in media 9,08 dollari l’ora, oggi in termini reali 8,33».
Il ceto medio oggi è quindi esposto ad una vera e propria demolizione delle sicurezze.
I parametri economici di riferimento per identificare il ceto medio sono stati stabiliti partendo dal reddito mediano annuo (calcolato dalla Banca d’Italia) percepito da un nucleo familiare composto da due persone, a cui sono stati applicati i correttivi della scala di equivalenza sulla base del numero dei componenti della famiglia.È stato ritenuto opportuno tenere in considerazione l’ampiezza familiare, poiche fissare un parametro unico e indistinto sembrava una soluzione troppo restrittiva, che non avrebbe tenuto conto delle diverse e maggiori esigenze dei nuclei familiari più numerosi.
Gli appartenenti al ceto medio, a seconda dell’ampiezza del nucleo familiare, si collocano nelle seguenti classi di reddito (di ampiezza limitata): dai 13.000 ai 13.800 euro netti annui i nuclei familiari composti da una sola persona; dai 21.800 ai 23.000 euro le famiglie di due persone; dai 29mila ai 30.600 euro le famiglie con tre componenti; dai 35.500 ai 37.500 euro i nuclei familiari di 4 componenti; dai 41.400 ai 43.700 le famiglie più numerose. Naturalmente i limiti di reddito (minimo e massimo) costituiscono dei confini variabili che si modificano in base all’andamento del reddito mediano annuo e vengono influenzati dai processi inflattivi in atto.
L’usura. Negli ultimi anni, la crisi del ceto medio sta sfociando in un altro fenomeno raccapricciante: l’usura. Secondo le informazioni rilevate dalla Consulta Nazionale Antiusura, tra il 1992 e il 1995 il fenomeno dello strozzinaggio ha coinvolto imprese sane e famiglie produttrici; negli anni successivi ha trovato un terreno fertile tra gli strati poveri della popolazione e oggi coinvolge ampie fette del ceto medio, urbano e rurale. Attraverso una indagine (per la quale sono stati utilizzati 27 indicatori economici, finanziari e sociali) sulle 103 province italiane, si è stilata una classifica che mostra come Napoli sia la città maggiormente esposta al rischio di usura e Catanzaro presenti condizioni simili al capoluogo campano. Al contrario, Bolzano si configura come la città più virtuosa, collocandosi al primo posto.
Alcuni giornali riportano la notizia di un giro d’usura scoperto dai carabinieri a Modena (nella graduatoria nazionale collocata al 9° posto): i protagonisti, appartenenti al ceto medio, si servivano di questa attività illecita non certo per sopravvivere, ma per mantenere un tenore di vita adeguato.
Con grande stupore, lo strozzinaggio non coincide più solo con finanziamenti per attività commerciali e imprenditoriali, o con prestiti di sussistenza, ma si rivolge anche a famiglie insospettabili che, pur trovandosi in difficoltà, non vogliono rinunciare al benessere in cui hanno vissuto fino a qualche tempo prima.
Il ceto medio, pur godendo di condizioni di vita accettabili, vive in uno stato di precarietà tale che un evento critico, avendo esaurito le riserve a disposizione, può far crollare il tenore di vita. I suoi esponenti rischiano di passare rapidamente dall’essere non poveri oggi all’essere poveri domani.
Lavorare non basta. In passato, il lavoro non garantiva ricchezza ma almeno allontanava lo spettro della povertà, oggi, invece, anche chi ha la fortuna di non essere disoccupato, non sfugge alla morsa della povertà. Si chiamano i working poors, i poveri che lavorano e che, pur percependo uno stipendio, la sera invece di rientrare a casa, si dirigono verso il dormitorio pubblico.
Sono tutti lavoratori (falegnami, operai, manovali, ecc.) che non riescono ad arrivare a fine mese, hanno dovuto rinunciare alla casa e, superando ogni forma di vergogna, si rivolgono ai ricoveri assistenziali.
Alcuni dormono addirittura in macchina, aspettando che si liberi un posto al dormitorio o che gli venga assegnata una casa popolare. Sono vite legate ad un filo sottile che rischia di spezzarsi ad un minimo evento, e sono sempre più numerose.
Secondo l’Eurostat, il rischio di impoverimento dei lavoratori italiani incombeva già nel 2001 (i dati sono stati elaborati e pubblicati nel 2005), quando dieci lavoratori su 100 rischiavano l’indigenza. Un dato superiore alla media europea (pari al 7%) e che nella triste classifica Ue a 15, segue solo la Grecia (13%) e il Portogallo (12%). La condizione di marginalità, che caratterizza un numero sempre maggiore di famiglie e individui, deve essere colta come un campanello di allarme per il futuro, al fine di prevenire l’aggravarsi di un disagio sociale già esistente. Nessuna categoria può dirsi completamente al riparo dal rischio povertà e, come si è visto, lo status occupazionale non è sufficiente a garantire condizioni di vita dignitose.
L’Eurostat denuncia anche il maggior rischio di impoverimento per coloro che in Italia hanno un impiego di durata inferiore ad un anno: ben il 19% dei lavoratori italiani rischia l’indigenza contro il 12% della media Ue e il 2% della Danimarca.
I dati relativi alla tipologia contrattuale dei lavoratori a rischio povertà rimandano un quadro allarmante del nostro Paese: addirittura il 18% (10% la media Ue) dei lavoratori con contratto a termine rischiano l’indigenza, contro il 6% di coloro che hanno un impiego stabile.
Qualcosa si può fare. Il processo di impoverimento si origina e si sostanzia sempre più in percorsi di esclusione/emarginazione rispetto a opportunità decisive nel contesto odierno, come la fruizione di servizi educativi, socio-sanitari, scolastici e universitari su cui è necessario puntare per rafforzare il benessere del singolo e della società in generale. Dunque, il rischio-povertà investe non solo i soggetti eslusi da tali opportunità ma anche la società nel suo complesso, con le conseguenze che ne possono derivare in termini di perdita di produttività, incremento della spesa sociale e degrado sociale e ambientale.
Si ritiene urgente ed indispensabile una politica di attenta redistribuzione dei redditi, ispirata a criteri di equità e giustizia sociale. Il nostro sistema di tasse e trasferimenti redistribuisce molto meno ai cittadini più bisognosi, di quanto avviene in tutti gli altri paesi della Ue. Basti pensare che il reddito dei cittadini poveri in Italia aumenta del 50% dopo tasse e trasferimenti, mentre negli altri paesi dell’Unione si registra un aumento del 100% ed in Danimarca addirittura del 200%. In Italia, l’indennità di disoccupazione è erogata esclusivamente a coloro che hanno un contratto subordinato (la percepisce circa un disoccupato su cinque), e non esiste alcuna tutela per quelli che non riescono a trovare una nuova occupazione al termine del periodo di fruizione del sussidio. Per ridurre l’insicurezza socio-economica sono necessari più investimenti sociali, più welfare in tutte le sue articolazioni. In un mercato del lavoro statico, caratterizzato da scarse e disuguali tutele sociali, dove il precariato coinvolge circa 3,5 milioni di persone (il 20% dei lavoratori dipendenti) non ci sono le condizioni per parlare di “buona flessibilità”.
Al contrario, il lavoro stabile dovrebbe rappresentare di nuovo la condizione normale e non più solo una forma contrattuale agognata dalla maggior parte dei lavoratori. Mediante un’accurata analisi delle professionalità attualmente previste tra i lavoratori flessibili si potrebbe procedere ad una riduzione delle stesse: dalle circa 50 figure professionali esistenti si potrebbe scendere a sole 10 categorie, che effettivamente usufruiscono di questa tipologia contrattuale per propria scelta e per goderne i benefici.Infine, per favorire la ripresa dell’economia interna e, al tempo stesso, conquistare un posto di rilievo nella competizione internazionale bisognerebbe stringere un patto con le imprese: da un lato una riduzione dell’Irap (nella misura resa possibile dalla riduzione della spesa corrente) e, dall’altro, un aumento dei salari, grazie agli incrementi di produttività.
Forse in questo modo, si potrebbe inaugurare una nuova fase dello sviluppo economico che sappia coniugare le esigenze delle famiglie e le aspettative delle imprese.

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