Qui c’è da sperare che nella realtà le promesse profuse e diffuse saranno mantenute. Una prima critica: nella stesura del Piano mi sembra di non aver intravisto un’azione di condivisione delle scelte e della politiche da attuare in merito. La condivisione sarebbe stata necessaria per il semplice fatto che nella formulazione di un progetto che individua dei destinatari non è possibile che i destinatari stessi – fortunati per essere stati scelti – si vedano calati dall’alto delle misure che ne agevolino la permanenza nella nostra regione. La partecipazione dovrebbe essere al primo posto, e chiaramente, dovrebbe essere una partecipazione attiva. Nel contesto del Patto che si aperto da qualche settimana, tra il rimbalzare continuo di commenti e giudizi, è quasi normale che vengano alla luce anche delle critiche. Quelle avanzate dai sindacati cavalcano quanto da noi anticipato e sollevato in tempi non sospetti. Cgil, Cisl e Uil pur apprezzando la filosofia di sistema alla base del progetto sono discordi sulle modalità ed i contenuti di un provvedimento che non esitano a bollare come un’operazione di lifting per dare un nuovo volto a strumenti di ordinaria programmazione regionale. A destare forte perplessità, secondo Cgil-Cisl-Uil, è il metodo adottato dal governo regionale che ha messo le forze sociali davanti al fatto compiuto a dimostrazione “della scarsa propensione al confronto radicata negli interlocutori istituzionali”.


Si può, ancora, rimediare. E bisogna partire dallo strumento dell’informazione per attuare la partecipazione attiva alle scelte con il fronte dei giovani. Più che Patto con i Giovani qui c’è un Impatto con i Giovani. Un impatto determinato con il fronte del rinnovamento, con il futuro della nostra regione, con la possibilità di concertare con le nuove generazioni un sistema di idee di sviluppo valido. Il tentativo dovrebbe essere quello della modellazione del progetto con le nostre esigenze, con le esigenze di quella fetta di società lucana che rappresenta il vero motore, la spinta propulsiva per uscire dall’isolamento. I giovani lucani dimostrano di voler essere partecipi, di essere protagonisti, di sperare, di pensare oltre la precarietà diffusa. Essere precari oggi significa essere precari in tutto: nel vissuto quotidiano dei rapporti sociali, nel progettare, nel partecipare alla vita politica, nell’impegnarsi nel sociale, nell’esprimere la propria opinione. La scossa deve esserci e credo che delle scelte unidirezionali non siano in grado di scuotere, ma a lungo andare di affievolire le passioni, di limitare il raggio d’azione, nel decostruire la creazione del proprio mondo. In una regione come la nostra che assiste immobile alle tante fughe abbiamo il dovere di creare quelle condizioni necessarie per ancorare le nuove generazioni al territorio. Siamo di fronte ad un processo lungo, anche ad un processo di cambiamento culturale indispensabile, perché – dispiace dirlo – la volontà di emigrare, di buttarsi alle spalle le insoddisfazioni lucane è un fatto culturale, di forma mentis e questo è da sovvertire.


L’idea potrebbe essere quella di ricominciare, di riscrivere, di rimodellare il Forum dei Giovani. Non c’è da rivoluzionare il contenitore ma rivoluzionare i contenuti con delle azioni sul territorio protese alla raccolta di nuovi spunti al cui servizio amalgamare le politiche regionali.

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