Che il sistema italiano sia in crisi è dimostrato anche dai dati relativi alla crescita del Prodotto interno lordo. Il Prodotto interno lordo rappresenta la quantità di beni e servizi prodotti all’interno di un paese o di un’area geografica (per esempio l’Italia o l’Europa comunitaria) da imprese nazionali ed estere, al netto dei beni e servizi usati per la produzione e al lordo degli ammortamenti. In definitiva il Prodotto Interno Lordo (PIL) mostra la ricchezza prodotta in un paese. Numerose critiche sono rivolte a chi usa questo indicatore come specchio del grado di sviluppo di un paese, ma qui non si vuole considerare il Pil come unico e solo metro di giudizio per valutare lo sviluppo economico dell’Italia, ma lo si vuole utilizzare per quello che realmente è: un indicatore di ricchezza. Apportando delle correzioni che tengano conto dei diversi livelli di prezzo in diversi paesi (parità di potere d’acquisto), si possono confrontare i livelli di ricchezza prodotti in Italia con quelli prodotti in altri Stati. L’analisi mostra come la ricchezza prodotta dal sistema Italia si sia andata riducendo nel 2002 e nel 2003 a livelli inferiori allo 0,5%. Il maggiore accrescimento del Pil, che si è avuto nel 2004 (+1,2%), è già stato vanificato dalla performance del 2005 che vede una crescita sostanzialmente nulla (+0,2% rispetto al 2004). Questi valori sono tutti molto al di sotto della media nazionale calcolata dal 1994 al 2005 (1,6%) e ancor più bassi della media della Unione europea a 15 paesi che si attesta al 2,2%.
La crisi dell’industria si inserisce dunque in una crisi più profonda del sistema economico italiano che, negli ultimi anni, ha principalmente consumato ricchezza senza produrre innovazione ed ora si trova a fare i conti con una situazione economica generale a dir poco preoccupante.
Il panorama produttivo italiano soffre di una crisi che, in modi e tempi diversi, ha colpito tutti i paesi europei, ma che nel nostro Paese non sembra conoscere una sostanziale battuta d’arresto. Il problema è costituito dal fatto che la condizione di sofferenza dell’industria italiana non ha provocato una reazione finalizzata anche all’innovazione di prodotto, ma solamente all’innovazione di processo (incapace, da sola, di anticipare gli orientamenti dei mercati internazionali), e le strategie di sviluppo si sono basate principalmente sulla leva del prezzo. Questa scelta strategica è stata favorita dall’andamento del mercato valutario e da politiche sui tassi di cambio generalmente favorevoli alla produzione italiana. Con la moneta unica e un equilibrio monetario internazionale nel quale si è assistito alla rivalutazione della moneta interna rispetto al dollaro Usa, la leva del prezzo non può più essere usata a favore della produzione italiana. La stessa cosa vale per tutti gli altri paesi europei, ma nel caso italiano la situazione è aggravata dal permanere di una politica dei prezzi, mentre sono rari gli esempi d’innovazione tecnologica. In buona sostanza la crisi dell’industria è legata principalmente ad un divario in termini di competitività che non può fondarsi esclusivamente sul prezzo dei prodotti. La cartina di tornasole della situazione di grave ritardo in termini di innovazione è data dall’andamento degli investimenti in Ricerca e Sviluppo in Italia da parte del settore privato. Bisogna evidenziare che dal 1990 (anno in cui gli investimenti in R&S erano attorno allo 0,75% del Pil), si è verificata una costante diminuzione degli sforzi del settore privato e negli ultimi anni gli investimenti di tale settore in R&S si attestano intorno allo 0,55% del Pil, mentre all’inizio degli anni Novanta la quota era ben più alta. Per avere un quadro più preciso della situazione dell’industria italiana è tuttavia necessario analizzare in dettaglio alcuni indicatori economici che meglio rappresentano le dinamiche dell’industria.
Indicatori economici dell’industria. I principali indicatori economici dell’industria sono il livello di produzione, la quantità di ordinativi e il fatturato.Questi indicatori sono stati considerati una ideale prosecuzione di un monitoraggio già iniziato negli anni passati; si è cercato di verificare se, rispetto alla situazione delineatasi precedentemente, ci siano stati dei cambiamenti di tendenza. Il primo indicatore della produzione industriale non mostra sostanziali cambiamenti di tendenza, ma al contrario viene confermato un trend analogo a quello degli anni scorsi. I dati mostrano gli indici della produzione industriale per destinazione economica dal 2000 (pari a 100) al 2005 (stime fino ad ottobre 2005). Nel caso dei beni di consumo si registra una variazione del 3% rispetto all’anno precedente, con una diminuzione del 5,4% rispetto al 2000. Per i beni strumentali la produzione continua nel suo trend negativo (ormai di medio-lungo periodo), riducendosi di ben 10 punti percentuali nel 2005 rispetto al 2000.
I beni intermedi, dopo un cambiamento di tendenza nel 2004, tornano ad avere una variazione negativa anche rispetto al 2003 e, se confrontati con il 2000, la loro produzione è diminuita del 6%. Soltanto la produzione di energia conferma un trend in crescita da attribuire, come negli anni precedenti, ad un aumento dei consumi finali piuttosto che ad un’intensificazione d’uso del processo produttivo. Analizzando il fenomeno più nel dettaglio con una differenziazione per settore produttivo sono evidenti alcuni andamenti emblematici di una situazione non più sostenibile. Dall’analisi dei vari settori industriali in ordine decrescente rispetto alla produzione del 2005 (stime sino ad ottobre 2005) emerge che come negli anni passati, i settori in crescita sono quello della produzione di energia, della produzione di carta, della stampa e dell’editoria, dei prodotti petroliferi e del legno. In un clima generale di stagnazione, in cui si riscontrano variazioni minime rispetto all’anno precedente, spiccano con evidenza i quattro fanalini di coda rappresentati dai settori del cuoio e pelle (-31% rispetto al 2000), della produzione di macchine elettriche (-28,7%) e dei mezzi di trasporto (-21,3%). Come si può notare la crisi investe maggiormente gli ambiti caratterizzati da produzioni a basso valore aggiunto che subiscono la concorrenza dei paesi dell’Est europeo e dell’Estremo Oriente, capaci di fornire lo stesso prodotto a prezzi più competitivi e dove le stesse aziende italiane vanno a de-localizzare l’attività di produzione. D’altra parte anche le imprese che producono beni ad alto valore aggiunto (come i mezzi di trasporto) soffrono di una scarsa capacità di innovazione e di espansione al di fuori del mercato nazionale.
Anche per quanto riguarda l’andamento degli ordinativi, nel 2005 si assiste in generale ad una netta diminuzione rispetto al 2000; solo i prodotti chimici e le fibre sintetiche nonché il settore della lavorazione della pelle (quest’ultimo in ripresa rispetto all’anno precedente) registrano una crescita degli ordinativi che supera il 10% (rispettivamente 16,3% e 12% rispetto al 2000). Anche il campo dei prodotti in metallo ha un buon incremento degli ordinativi (+6,6%) come pure quello della carta e dei prodotti in carta (6%).
In tutti gli altri settori si verifica una riduzione degli ordinativi che si attesta su valori inferiori al 10% rispetto al 2000; essa colpisce maggiormente l’ambito degli apparecchi elettrici e di precisione (-23,6% rispetto al 2000) mostrando così le gravi difficoltà che colpiscono l’industria italiana, data la posizione strategica di tale settore nello sviluppo e nella competitività di un paese. Le buone performance dell’ultimo anno in alcuni settori, come il tessile o delle pelli, sono in realtà insostenibili nel lungo periodo data la forte competizione che esiste sui mercati asiatici. Si noti come l’andamento dei prodotti elettrici e di precisione (che sono quelli a maggior contenuto tecnologico) sia negli ultimi anni costantemente in declino.
Per quanto concerne il terzo indicatore costituito dal fatturato, si assiste ancora una volta ad una forte impennata dei fatturati nell’industria estrattiva (+86,8%). Questo dato è decisamente influenzato dall’andamento del prezzo del petrolio e contrasta in maniera molto evidente con tutti gli altri settori nei quali si raggiungono livelli ben più modesti di crescita del fatturato, se non addirittura delle riduzioni.
Le serie storiche registrano una maggiore profittabilità del settore primario e un calo del fatturato nei settori ad alto valore aggiunto. I settori maggiormente in difficoltà, che nel 2005 registrano una riduzione del fatturato di oltre il 10% rispetto al 2000 sono quelli del tessile e abbigliamento (-10,3%), dei mezzi di trasporto (-10,5%), del cuoio e della pelle (-11,5%) e delle macchine elettriche (-12%). Si riscontra un andamento negativo anche per l’industria della carta, stampa, editoria (-0,9%), quella dei mobili (-5,4%) e le altre industrie manifatturiere (-7,6).
L’occupazione nell’industria, un indicatore territoriale delle dinamiche dell’industria italiana. Esistono vari fattori che possono rappresentare il sistema industriale italiano (tra cui la tipologia del tessuto produttivo, le forme della produzione, il livello tecnologico e dell’innovazione, la dotazione infrastrutturale) e spesso agli indicatori geografici si fanno corrispondere modelli organizzativi diversi: il Nord-Est è associato alla struttura distrettuale, il Nord-Ovest alla grande industria, il Centro ai sistemi di sviluppo locale e il Sud ad una situazione mista nella quale coesistono grandi impianti produttivi ed un tessuto di piccole e medie imprese, organizzate a volte in distretti e a volte in sistemi locali.
La contrapposizione, spesso forzata, tra la grande dimensione industriale e un tessuto produttivo costituito da piccole e medie imprese non deve impedire di riflettere sulla complessità di un sistema che, alle congiunture interne e internazionali, ha reagito e reagisce in modo diverso a seconda delle caratteristiche territoriali in cui la produzione è localizzata.

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