Una popolazione in crescita. Nei 140 anni compresi fra il 1861, anno del primo censimento italiano, ed il 2001, la popolazione residente in Italia si è più che raddoppiata, passando da 22 milioni 182mila a 56 milioni 996mila persone. Il tasso di incremento della popolazione ha fatto registrare valori massimi in corrispondenza del primo decennio del secolo scorso e nel periodo che va dal 1936 al 1951. I valori minimi, invece, si rilevano in corrispondenza della prima guerra mondiale e negli ultimi vent’anni, quando l’andamento è divenuto sostanzialmente stabile. La crescita della popolazione, dopo il rallentamento registrato nell’ultimo ventennio, appare in ripresa. Al 31 dicembre 2003, infatti, la popolazione residente in Italia è pari a 57.888.245 unità. Territorialmente 26.100.554 abitanti (45,1%) sono residenti nel Nord, 11.124.059 (19,2%) nel Centro e 20.663.632 (35,7%) nel Sud e Isole. Nel 2003, rispetto all’anno precedente si registra un incremento di 567.175 unità, pari circa all’1%, dovuto, per lo più, alle iscrizioni anagrafiche successive alla regolarizzazione degli stranieri per effetto della legge sanatoria regolamentata nel 2002. Già nel corso degli anni Novanta si poteva osservare che il numero delle persone immigrate andava aumentando secondo un ritmo sostenuto: tra il censimento del 1991 e quello del 2001 la presenza di stranieri è triplicata, passando da 356.159 a più di un milione di presenze, pari ad un aumento del 274,8%. Successivamente l’andamento è diventato molto più sostenuto e, tra il 2001 e l’inizio del 2004, si è verificato quasi il raddoppio con 2.290.992 presenze regolari, il 71,6% in più rispetto a quelle registrate nel 2001 con un tasso medio di incremento annuale del 35,8%, decisamente superiore rispetto a quello medio annuale del decennio 1991-2001, pari al 27,5%.
Un Paese di anziani. Si conferma il fenomeno dell’invecchiamento. L’Italia continua ad essere all’interno dell’Unione europea il paese con la più alta incidenza di anziani sulla popolazione totale. L’indice di vecchiaia, definito come il rapporto percentuale tra la popolazione di età superiore ai 65 anni e oltre e la popolazione di età compresa tra 0 e 14 anni, è passato da 46,13 (al censimento del 1971) a 131,3 (al censimento del 2001). L’invecchiamento della popolazione investe tutte le aree del Paese, anche se il fenomeno è più evidente nel Nord e nel Centro, sfiorando circa il 160%. Gli ultimi anni confermano un incremento dell’indice di vecchiaia. Al 1° gennaio 2003 risulta essere pari a 133,8, ovvero per ogni cento ragazzi (di età compresa tra 0 e 14 anni) sono presenti sul territorio circa 134 anziani (di età superiore a 65 anni). Si consideri anche che il numero degli anziani presenti in Italia per ogni bambino, è triplicato: il rapporto è passato, nell’arco di trent’anni, da 1,14 al censimento del 1971 a 3,39 al censimento del 2001, con un’incidenza più elevata, al pari dell’indice di vecchiaia, nelle regioni del Nord e del Centro.
Il calo del tasso di fecondità. A consegnare il dominio agli ultra sessantacinquenni, oltre ad una speranza di vita che cresce costantemente (77 anni per gli uomini e 82,9 anni per le donne nel 2002 contro, rispettivamente, 76,5 e 82,5 dell’anno precedente) contribuisce certamente il calo del tasso di fecondità.
L’Italia è uno dei paesi con il più basso indice di fecondità del mondo, non tanto e non solo per i suoi livelli congiunturali attuali, ma soprattutto per la persistenza del fenomeno: da quasi trent’anni ormai il numero medio di figli per donna, il cosiddetto livello di sostituzione di una generazione, è inferiore a 2.
Solo negli ultimi sette-otto anni si assiste ad una timida ripresa della fecondità, che passa da un valore di 1,2 figli per donna ad uno pari a 1,3 figli. Sono soprattutto le regioni del Centro-Nord ad essere interessate dal fenomeno, particolarmente quelle dove la bassa fecondità aveva toccato livelli davvero molto bassi: meno di 1 figlio per donna. Nonostante la leggera ripresa delle nascite nell’ultimo anno (2003) che giustifica l’incremento dello 0,1% dell’indice di fecondità rispetto al 2001, esso risulta ancora troppo basso per compensare l’invecchiamento della popolazione. Un altro aspetto strettamente collegato a tale fenomeno è quello della cosiddetta “posticipazione”. Tutto il ciclo di vita individuale si è progressivamente spostato in avanti, con la conseguenza di aver determinato un inevitabile allungamento dei tempi che cadenzano gli eventi decisivi. Si lascia più tardi la famiglia di origine, ci si sposa più tardi, si hanno figli più tardi. L’età media al primo figlio è aumentata di circa tre anni in un ventennio e si assesta ormai sui 30 anni nelle ultime generazioni.
A casa con mamma e papà. Uno degli aspetti maggiormente caratterizzante la realtà italiana è la prolungata permanenza dei giovani nella famiglia di origine, che rappresenta un’ulteriore conferma del fenomeno della posticipazione. Dal punto di vista sociale e statistico-demografico, i giovani italiani restano nella categoria “figli” sempre più a lungo, anche dopo il raggiungimento della loro indipendenza economica e per più tempo di quanto non avvenga in altri paesi europei. Nel 2001 il 60,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni vive insieme ad almeno un genitore, con un aumento di circa il 5% rispetto al 1993. La permanenza nella famiglia di origine è un fenomeno che investe più gli uomini (dal 62,8% del 1993 al 67,9% del 2001) che le donne (dal 48% del 1993 al 52,1% del 2001). L’uscita dalla famiglia di origine viene, quindi, rimandata soprattutto dagli uomini. Le maggiori differenze di genere si riscontrano a partire dalla fascia d’età 25-29 anni. Infatti, sono i ragazzi a vivere, nel 72,7% dei casi, con i propri genitori contro il 51% delle ragazze. In seguito le differenze si fanno ancora più marcate: tra 30 e 40 anni il numero dei ragazzi che non hanno ancora lasciato la famiglia di origine è il doppio rispetto a quello delle ragazze (36,5% contro il 18,1%). A prolungare la permanenza nella famiglia di origine sono soprattutto i giovani studenti (98% per i maschi e 92,9% per le femmine) e i giovani alla ricerca del primo lavoro (81,2 % per i maschi e 69,6 % per le femmine). Per coloro che “un lavoro l’hanno già trovato”, tale percentuale è più bassa, ma non meno rilevante: il 56% degli occupati maschi vive ancora in famiglia contro il 44,3% delle occupate.
Il matrimonio? Sì, ma più tardi. Fenomeno certamente legato a quello della posticipazione, il matrimonio viene oggi sempre più rinviato da parte delle giovani generazioni. A dimostrarlo è l’età media al primo matrimonio, che si è alzata soprattutto per la donna, passando da 24,8 anni nel 1960 a 28,1 nel 2001.
Non solo ci si sposa più tardi, ma anche di meno. Infatti, il numero di matrimoni celebrati nel 2003 (257.880) è stato pari a poco più della metà di quelli celebrati nel 1971 (404.464). Solo nel 1999 si è registrato un aumento dell’1% rispetto all’anno precedente, subito ridimensionato dal calo dell’anno successivo. Si riscontra una generale sfiducia nell’istituto del matrimonio. Gli uomini e le donne del terzo millennio appaiono al riguardo spesso scettici e disincantati, spesso figli, essi stessi, di genitori separati o divorziati. Soprattutto in relazione alle nuove attese professionali della donna, il matrimonio appare difficilmente conciliabile con l’autorealizzazione in campo lavorativo. Quando ci si sposa, però, anche se sono decisamente in aumento le celebrazioni del matrimonio con il solo rito civile, quello religioso resta, comunque, il preferito dalle coppie italiane. In aumento i matrimoni con almeno un coniuge straniero. Questo fenomeno risente decisamente dell’effetto dell’immigrazione che, ormai da tempo, interessa l’Italia e che ha registrato un notevole incremento nell’ultimo decennio. Ci avviciniamo ormai ad una realtà nella quale su ogni 10 matrimoni celebrati 1 è misto. Certamente sono dati ancora lontani da quelli di paesi di radicata tradizione migratoria come Francia e Stati Uniti, dove i matrimoni misti risultano assai più diffusi. Il numero dei matrimoni misti celebrati nel nostro Paese è, tuttavia, molto basso rispetto al numero di coppie miste presenti. Nel 2001, infatti, sono state registrate 198.347 coppie italo-straniere (nel 76% dei casi si tratta di unioni tra uomini italiani e donne straniere), il triplo rispetto al 1991, quando se ne contavano poco più di 65mila.
La fine del matrimonio. A mettere in crisi l’istituto del matrimonio non è soltanto il numero sempre minore di riti celebrati, ma anche la grande facilità con la quale si decide di “rompere” un legame tradizionalmente ritenuto “importante” nella ricerca di una solidità e stabilità affettiva ed economico-sociale della coppia. Non solo il numero delle separazioni e dei divorzi nel nostro Paese è, ogni anno, sempre più alto ma molte coppie si separano addirittura dopo un brevissimo tempo di vita matrimoniale. Nel 2002, le separazioni sono state 79.642 e i divorzi 41.835, con una variazione positiva rispetto all’anno precedente, rispettivamente, del 4,9% e del 4,4%, mentre, rispetto al 1995, la variazione risulta essere pari, rispettivamente, al 52,2% e al 54,7%. Il ricorso alla separazione e al divorzio è particolarmente diffuso al Nord e al Centro, dove vivono ben i 3/4 degli individui che hanno vissuto una tale esperienza. Più precisamente, nel Nord-Ovest è separato o divorziato il 6,7% del totale della popolazione di 15 anni e più, nel Nord-Est il 5,5% e al Centro il 6,2%. Nel Mezzogiorno, invece, questa percentuale scende al 3,4%. In parte questo dato, decisamente più basso di quello registrato nelle regioni del Centro e del Nord, si giustifica per ragioni legate ad una più radicata tradizione familiare. Non bisogna dimenticare, inoltre, che è nel Sud Italia che si registra la più alta inoccupazione e disoccupazione femminile, per cui, specialmente le donne, sono vincolate molto spesso al matrimonio da necessità di carattere economico. La maggior parte dei separati e dei divorziati ha un’età compresa tra i 35 e i 44 anni (31,3%) e tra i 45 e i 54 anni (27,8%). Nelle fasce d’età successive si distribuisce un minor numero di persone con esperienza di divorzio o separazione: il 15,3% ha un’età compresa tra 55 e 64 anni e il 10,5% ha 65 anni o più. Questi dati confermano un fenomeno che registra un sempre maggior incremento nel tempo.
Single gli uomini, madri sole le donne. Il 35,2% delle persone che ha vissuto una separazione o divorzio vive da “single”. Il 25,2% è, invece, a capo di un nucleo monogenitoriale. Nel primo caso si tratta per lo più di uomini (45,5% contro il 25,8% delle donne), mentre, nel secondo, si tratta per lo più di donne (39,8% contro il 9% degli uomini). Questa più alta percentuale è riconducibile alla prassi di affidare i figli alle madri nella quasi totalità delle separazioni/divorzi. Il 14,7% vive in coppia con figli; il 9,1% in coppia senza figli. Sono i divorziati/separati delle regioni settentrionali a mostrare una maggiore propensione verso nuove unioni. Il 7,3% ritorna a vivere nella famiglia di origine come membro aggregato senza essere né partner né genitore (questa tipologia familiare la si riscontra particolarmente nelle regioni meridionali). La parte restante, 8,5%, vive all’interno di altre famiglie senza nuclei o in famiglie con più nuclei, cioè convive con altre persone, familiari o non. Territorialmente, quindi, possiamo sintetizzare i diversi comportamenti dei separati/divorziati evidenziando come, nelle regioni meridionali, è più elevata la propensione a tornare a vivere con le famiglie di origine, nelle regioni centrali, a costituire nuclei monogenitoriali, nelle regioni settentrionali, a nuove unioni.
Non stiamo più bene insieme? Separiamoci! Ma chi ci rimette? Dopo una separazione, ad essere coinvolti nei fallimenti familiari non sono soltanto i coniugi, che decidono di interrompere la loro relazione, ma anche i figli concepiti durante l’unione, con conseguenze spesso drammatiche dal punto di vista psicologico. Nel 2002, il numero delle separazioni con almeno un figlio minorenne affidato è stato di 41.176 (pari al 51,7% del totale delle separazioni), mentre quello dei divorzi è risultato di 15.288 (pari al 36,5% del totale dei divorzi). Nello stesso anno, i figli che hanno vissuto l’esperienza della separazione dei genitori sono stati 93.269 e quella del divorzio 39.156. Il numero di figli minori implicati nei casi di conflitto coniugale è stato 59.480 nelle separazioni e 19.356 nei divorzi, per un totale complessivo di 78.836 minori che hanno vissuto una situazione di disagio familiare. L’affidamento dei figli minori alla madre continua ad essere predominante rispetto agli altri tipi di affidamento, anche se in leggero calo. Nel 2002 sono stati affidati esclusivamente alla madre l’84,9% dei minorenni, a seguito di una separazione, e l’84%, a seguito di un divorzio, mentre, nel 1999, in entrambi i casi, le percentuali superavano il 90%. Questo tipo di affidamento è più frequente nel Mezzogiorno e per bambini con meno di sei anni. L’affidamento esclusivo al padre, invece, si attesta intorno al 4,1% per gli affidamenti conseguenti a separazioni e al 6,5% per gli affidamenti scaturiti da sentenza di divorzio. Il numero di affidamenti al padre cresce, rispetto agli affidamenti alla madre, con l’innalzarsi dell’età dei bambini. L’affidamento congiunto o alternato al padre e alla madre riguarda il 10,5% e l’8,8% dei minori affidati rispettivamente nei casi di separazione e divorzio esauriti nel corso del 2002. Risulta più frequente nelle separazioni e nei divorzi conclusi con rito consensuale rispetto a quelli chiusi con il rito giudiziale. Il ricorso a questo tipo di affidamento, specialmente nei procedimenti di separazione, è aumentato progressivamente nel corso degli anni a scapito di quello esclusivo alla madre: nelle separazioni ha riguardato il 2,8% dei minori nel 1997, il 4% nel 1999 e il 9,4% nel 2001. Una tendenza analoga si registra negli affidamenti associati a cause di divorzio.
La famigli oggi. Il processo di trasformazione delle strutture familiari incide sull’incremento del numero delle famiglie che, nell’arco di trent’anni, è aumentato del 36,5%, passando da 15.981.177 a 21.810.676.
Al censimento 2001, la tipologia familiare più diffusa è rappresentata dalle famiglie con un nucleo, pari a 15.532.005 unità, ben il 71,2% del totale delle famiglie residenti in Italia. Le famiglie senza nuclei, invece, ammontano a 5.981.882 (27,4%), infine quelle con due o più nuclei sono 296.789 (1,4%). I nuclei familiari, cioè coppie o nuclei monogenitori rappresentano il 13% del complesso dei nuclei familiari, pari a 2.100.999 unità. Essi sono costituiti per l’82,7% da donne. Le coppie con figli (pari al 66,1% del totale delle coppie) rappresentano, invece, la tipologia quantitativamente più rilevante, anche se in diminuzione, nell’ambito dei nuclei familiari, con un’incidenza pari al 57,5%. Infine, le coppie senza figli (pari al 33,9% del totale delle coppie, con trend in crescita) ammontano a 4.755.427 e rappresentano il 29,5% del complesso dei nuclei familiari.
Il boom delle coppie di fatto. Al censimento 2001 le libere unioni sono pari a 510.251, cioè il 3,6% del totale delle coppie presenti in Italia nel periodo considerato (percentuale che nel 1994-1995 era pari a 1,8%). Questa tipologia familiare, probabilmente, per il carattere di transitorietà di questa scelta, presenta una quota elevata di coppie senza figli (54%). Nel 2002-2003 le cosiddette libere unioni risultano ulteriormente aumentate, raggiungendo quota 564mila, ripartite in un 46,7% di coppie in cui almeno un componente è reduce da un’esperienza coniugale conclusasi con una separazione o con un divorzio, e in un 47,2% formato da coppie di celibi e nubili. In Italia, le famiglie ricostituite, al censimento 2001, ammontano a 715.538, pari al 5% del totale delle coppie. Il 62% è rappresentato da coppie coniugate e il 38% da convivenze more uxorio. Anche quest’ultima tipologia familiare è aumentata: infatti, nel 1994-1995 rappresentavano solo il 4,1% del totale delle coppie.
Uomini: single per scelta. Il censimento del 1971 contava appena 2.061.978 residenti soli, pari al 12,9% del totale delle famiglie; vent’anni dopo il loro numero era salito a 4.099.970, con un incremento percentuale del 98,8%. La crescita è ulteriormente proseguita tanto che al censimento del 2001 le famiglie unipersonali ammontano a 5.427.621, pari a ben un quarto del numero complessivo delle famiglie italiane. Nella quasi totalità dei casi (97,6%), si tratta di soggetti che non sono in coabitazione con altri.
La condizione di single è particolarmente diffusa, oggi come in passato, nelle regioni del Nord. Il 53,2% vive, infatti, nelle regioni del Nord-Ovest e del Nord-Est (rispettivamente il 32,6% ed il 20,6%).
Sono più numerosi gli uomini giovani che scelgono di vivere da single (il 40,2% contro il 14,7% delle donne) così come quelli in una fascia di età intermedia, 45-64 anni (il 28,2% degli uomini contro il 17% delle donne). Le donne single sono prevalentemente anziane e rappresentano il 68,3% del totale. Questo è dovuto in gran parte al fatto che le donne sono più longeve degli uomini, non a caso la maggioranza delle single è costituita da vedove (89,1%). In totale, comunque, va sottolineato che gli anziani costituiscono più del 50% di tutti i single.

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