Se si riflette sul fatto che i collaboratori coordinati e continuativi, o a progetto, e tutta la vasta gamma di “flessibili” iscritti al fondo Inps non hanno il trattamento di fine rapporto, hanno bassi compensi e non hanno la possibilità di accantonare quote di reddito per sostenere forme di previdenza integrativa, si coglie immediatamente il paradosso di un sistema nel quale proprio coloro che più di tutti avrebbero bisogno della pensione integrativa ne sono esclusi in partenza. Nel dibattito che ha caratterizzato la cosiddetta “riforma previdenziale” strenuamente voluta dal Governo, poche voci si sono sollevate per ricordare che il vero punto di crisi del sistema pensionistico non riguarda tanto la sostenibilità dei costi, quanto le prospettive di pensionamento delle attuali giovani generazioni. In particolare, rimane coperta da un silenzio assordante tutta la tematica attinente agli effetti delle nuove flessibilità introdotte a partire dal cosiddetto Pacchetto Treu.
Il mito della flessibilità. Una parte cospicua delle cosiddette “ingiustizie previdenziali” prendono spunto dall’applicazione delle forme contrattuali flessibili. Non è un caso che il principale strumento di flessibilità a cui le imprese hanno fatto ricorso fino a poco tempo fa (eccezion fatta per il lavoro nero o sommerso che rappresenta il massimo esempio di flessibilità) sia stato il rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (noto come co.co.co.), un contratto regolato non da una legge ma frutto di un processo di interpretazione di natura giurisprudenziale. La Riforma Biagi ha decretato la fine delle co.co.co. ed ha introdotto nuove tipologie di contratti di lavoro che dovrebbero rendere più agevole la gestione delle risorse umane. Ha decretato anche la fine del contratto di formazione e lavoro, caratterizzato da poca formazione e da lauti sconti per quanto riguardava i contributi previdenziali. Il concetto di flessibilità è stato spesso declinato come soluzione alle rigidità concernenti l’ingresso e l’uscita dal mercato del lavoro. In particolare, il tema è stato sviluppato a partire dagli anni Novanta per spiegare come fare a rompere quella sorta di “cittadella dei privilegiati” abitata da quanti svolgevano un’occupazione a tempo indeterminato, difesi da norme che impedivano l’accesso al lavoro delle nuove generazioni. Le scelte in materia di previdenza hanno, fino ad oggi, totalmente ignorato le prospettive di pensionamento dei collaboratori. Basti pensare all’assenza totale di sostegno al reddito nei periodi di non lavoro, all’assenza di formazione, all’impossibilità di accedere a un prestito o a un mutuo. In più, le tutele classiche dei lavoratori e delle lavoratrici sono negate (pensiamo agli ammortizzatori sociali) oppure, se presenti, sono ridotte al minimo (maternità e malattia). Nel lavoro a progetto, che ha sostituito le co.co.co, sia l’infortunio che la malattia danno luogo addirittura alla risoluzione anticipata del contratto. Infatti, se il contratto ha una durata determinata può essere risolto nel caso in cui la sospensione, per infortunio o malattia, sia superiore a un sesto della sua durata. Invece, nel caso di un contratto la cui durata è indeterminabile, la risoluzione può avvenire se la sospensione per infortunio o malattia è superiore a 30 giorni. Nel dibattito politico non si parla più di riforma degli ammortizzatori sociali, che pure avrebbe dovuto accompagnare la legge Biagi di riforma del mercato del lavoro, garantendo una rete di protezione a chi si trova a passare da un contratto più o meno breve all’altro, con periodi più o meno lunghi di interruzione. Ed è del tutto sparito il Rui, Reddito di ultima istanza, destinato a chi non solo è incapiente, ma povero, anzi, gravemente povero. Annunciato nella Finanziaria del 2004 (e nel Libro Bianco sul Welfare) come successore del reddito minimo di inserimento (Rmi), dichiarato fallito come esperimento e comunque non fattibile, non ha mai visto la luce. Il regolamento che doveva consentirne l’eventuale co-finanziamento con le Regioni che avessero deciso di istituirlo non è mai stato preparato. Il progetto di Legge finanziaria per il 2005, appunto, non ne fa più neppure menzione. L’Italia rimane così, con la Grecia, l’unico paese dell’Europa a 15 a non avere una misura di garanzia del reddito per i poveri, tra i quali ci sono anche molti minori. Proprio coloro rispetto ai quali il Rmi, che comprendeva non solo una integrazione di reddito, ma misure di accompagnamento, aveva dato i risultati migliori. Lo testimoniano le fortissime riduzioni dei tassi di evasione scolastica nei quartieri e tra i soggetti beneficiari della sperimentazione. Gli stessi quartieri e gli stessi soggetti che ora sono lasciati di nuovo nell’abbandono, e spesso alle tentazioni della devianza e della criminalità. Eppure, spulciando tra no tax area e deduzioni, si potrebbe avere una idea del reddito minimo che i nostri governanti pensano sia necessario garantire ai cittadini perché siano in grado di soddisfare i propri bisogni. C’è solo l’imbarazzo della scelta, tra la deduzione di 7.500 euro per il lavoro dipendente, quella di 3.200 per il coniuge e quella di 2.900 per un figlio a carico maggiore di tre anni. Quest’ultima, la più bassa, a ben vedere non è molto lontana dall’importo dell’ormai defunto Rmi: si tratta di 241 euro mensili di deduzione riconosciuta, rispetto ai 268 euro di importo massimo previsti dal Rmi, per una persona sola che fosse assolutamente priva di reddito. Non molto, certo; anzi pochissimo. Ma è un pochissimo che si continua a non riconoscere come necessario per chi non lo ha».
Nessuno sa quanti sono i lavoratori parasubordinati in Italia. Il continuo passaggio da periodi di lavoro a periodi di non lavoro e la limitata possibilità di progettare pienamente il proprio futuro diventano gli elementi caratteristici di questa nuova condizione a cui devono assoggettarsi i lavoratori parasubordinati. Condizione che si contraddistingue per lo scarso riconoscimento sociale determinato essenzialmente da una condizione lavorativa priva di garanzie e di tutele. Chi svolge una ricerca sul tema della realtà dei lavoratori atipici in Italia scopre un dato piuttosto sconcertante: nessuno conosce con esattezza quanti sono. I dati disponibili non consentono di effettuare una distinzione tra le tra posizioni attive e quelle passive, dato che l’Inps fornisce solo il numero di tutti gli iscritti al fondo gestione separata, anche se hanno smesso nel tempo di versare i contributi senza chiudere la posizione assicurativa. In pratica, l’Inps non dispone di una procedura per la rilevazione d’ufficio delle posizioni inattive. Dunque, non ci sono dati disponibili sugli attuali contribuenti effettivi. I dati presentati in una ricerca realizzata dall’Inps nel 1999 indicano i contribuenti in 1.713.920 tra collaboratori, professionisti e altre categorie. Gli iscritti sono, comunque, cresciuti in modo esponenziale. Al 2003 le posizioni aperte nella gestione separata sono per l’esattezza 2.875.186. Questo vuol dire che la gestione in otto anni ha quasi triplicato il numero dei suoi iscritti, che nel 1996 era di 1.008.115 unità. Il termine parasubordinati identifica i lavoratori che svolgono un’attività professionale o di collaborazione (prima della Riforma Biagi definibile nei termini di “coordinata e continuativa”) non inquadrabili nelle categorie classiche del lavoro subordinato o dell’attività libero-professionale. Per questi lavoratori non tipici, “atipici” appunto, non era prevista alcuna assicurazione previdenziale obbligatoria fino al 1995. La riforma previdenziale Dini (legge n. 335 del 1995) ha istituito per questi lavoratori un fondo di previdenza obbligatoria presso l’Inps (fondo Gestione separata Inps).
Il trattamento pensionistico. I collaboratori hanno diritto ai trattamenti pensionistici di vecchiaia, invalidità, inabilità, reversibilità, oltre che ai supplementi di pensione e alla pensione supplementare determinati con il sistema contributivo. La pensione di vecchiaia si matura con almeno 5 anni di contributi, a partire da 57 anni di età. Prima dei 65 anni, però, affinché la pensione possa essere liquidata, è necessario che l’importo maturato sia superiore a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale in pagamento nell’anno in corso. La stragrande maggioranza dei collaboratori dovrà lavorare fino a 65 anni per andare in pensione. Un importo della pensione superiore di 1,2 volte l’assegno sociale, infatti, non è sempre facilmente raggiungibile da questa categoria di lavoratori. Per il 2004, ad esempio, l’importo dell’assegno sociale è stato fissato in 367 euro al mese. Questo vuol dire che il collaboratore dovrebbe avere accumulato una pensione pari a circa 440 euro mensili. Un importo che, considerando gli attuali livelli di reddito e di contribuzione, è spesso irraggiungibile. Per capire le criticità connesse alle prospettive pensionistiche dei collaboratori occorre fare riferimento al lavoro autonomo e a quello subordinato. Per i dipendenti privati l’impresa paga all’Inps a fini pensionistici il 32,7%, mentre l’aliquota di computo utile per l’ammontare della pensione è il 33%; i lavoratori autonomi (artigiani e commercianti) versano un’aliquota contributiva pari a circa il 17%, ma il loro montante contributivo annuo utile per la determinazione della pensione viene computato con un’aliquota del 20%; i parasubordinati invece, a fronte di un’aliquota contributiva del 17,30 e del 18,30% (secondo la fascia di retribuzione pensionabile), hanno un’aliquota di computo attualmente pari rispettivamente al 19,30% e al 20%. Il raggiungimento di un trattamento pensionistico dignitoso per i collaboratori rimane fortemente problematico. Gli esperti stimano che se la pensione dei lavoratori dipendenti, a regime contributivo, oscillerà tra il 50% e il 60% dell’ultima retribuzione, questa soglia sarà molto più bassa per i loro colleghi parasubordinati. Il lavoro parasubordinato è caratterizzato da compensi (e quindi redditi) bassi: il 60% degli iscritti al fondo Inps, che non siano pensionati o dipendenti, non superano mediamente, stando agli ultimi dati disponibili (1999), gli 11.589 euro lordi l’anno. È evidente che per costruire il futuro pensionistico di questi lavoratori, bisogna mettere mano a un significativo innalzamento dei compensi e a una revisione generale delle tutele sociali nel loro complesso. In assenza di ciò anche l’ipotesi di elevare la loro aliquota al livello dei dipendenti, cioè al 33%, non risolve il problema.
Previdenza complementare. La difficoltà di maturare una pensione dignitosa si collega anche al problema della previdenza complementare per i collaboratori. Appare evidente che per i giovani, la cui pensione sarà calcolata solo con il sistema contributivo, è necessario costruirsi una quota di pensione integrativa che, sommata a quella obbligatoria, assicurerebbe una rendita finale in linea con quella degli altri lavoratori. Si pensi che ad oggi per i lavoratori dipendenti il livello di copertura previdenziale oscilla intorno all’80% dell’ultima retribuzione, mentre le previsioni da qui a venti-trent’anni indicano una riduzione del livello di copertura fino al 50-60%. Questo gap quindi dovrebbe essere colmato dalla previdenza integrativa. È centrale per il futuro pensionistico di tutti i giovani lavoratori sottoscrivere l’adesione a un fondo pensione. La centralità di questo problema non sempre è percepita dai lavoratori più giovani: lo dimostra la bassissima adesione ai fondi pensione che per il momento non supera il 3,7% per i fondi aziendali o di categoria (cioè i fondi chiusi) e il 17,5% per i fondi aperti al mercato.

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