Il computo dell’economia sommersa. In Italia il peso del sommerso sul Pil raggiunge il picco nel 1999 (è pari al 28,2%), mentre a partire dal 2000 si stabilizza oscillando intorno al 27%. Le stime per il biennio 2003-2004 prevedono valori in linea con gli anni precedenti: essi si attestano rispettivamente al 27,5% e 27,4%, che in termini monetari si quantificano in oltre 300 miliardi di euro. L’economia sommersa grava pesantemente sulle entrate dello Stato, se si considera che nel 2002 sono stati evasi al fisco 129 miliardi di euro e si prevedono nell’ultimo biennio quote maggiori, superiori ai 130 miliardi di euro.
Nel periodo 1999-2002, il numero di occupati regolari presenta un significativo incremento, passando da 19.602.300 a 20.698.000 unità (+5,6%), toccando il massimo di addetti nell’ultimo anno; nello stesso periodo, la componente non regolare passa dai 3.486.400 di persone del 1999 ai 3.437.700 nel 2002 (-1,4%). Il numero delle posizioni lavorative plurime non dichiarate passa dalle 809.800 unità del 1999 alle 888.700 del 2002 (+9,7%). Ancora, i lavoratori indipendenti non regolari passano dai 563.200 del 1999 ai 585.600 del 2002 (+4%), mentre per i dipendenti si registra una diminuzione da 2.883.400 a 2.851.700 unità (-1,1%).
I settori del sommero. Sotto il profilo settoriale, si può osservare come il lavoro sommerso interessi la totalità dei rami di attività economica, anche se con pesi fortemente differenziati. Gran parte del lavoro irregolare risulta assorbito dal settore dei servizi (71,8%), il che si spiega anche in ragione dell’incidenza che, nel nostro sistema economico, ha il terziario sull’occupazione complessiva. Il sommerso restante è suddiviso quasi equamente tra il settore dell’industria (15,2% che scende però all’8,4% se si considera l’industria in senso stretto), ed il settore agricolo (13% sul totale complessivo di lavoro non regolare).
Sempre a livello di ramo di attività produttiva, è interessante considerare il tasso di irregolarità, ovvero l’incidenza che il lavoro non regolare ha nei confronti dell’occupazione complessiva di settore. In questo caso, è l’agricoltura a farla da padrone (33,7%), seguita a notevole distanza da industria (19,4%, gran parte riconducibile al comparto edilizio, 13,9%) e dai servizi (15,5%).
Nel periodo 1999-2002, il comparto agricolo è l’unico settore ad aver registrato una marcato incremento degli addetti non regolari. Inoltre diminuiscono gli occupati irregolari compresi nelle attività delle costruzioni e del terziario.
In ambito territoriale, è noto che l’incidenza del lavoro irregolare presenta differenze rilevanti che comportano un andamento crescente da Nord a Sud. Nel 2002 il tasso d’irregolarità del Mezzogiorno si attestava al 23,1%, contro il 9,5% del Nord-Ovest, l’10,3% del Nord-Est e il 13,3% del Centro. Per il Nord-Ovest e Nord-Est l’incidenza risulta in lieve diminuzione: rispettivamente 11,1% e 10,9% nel 1999. Anche nel Centro si è registrata una diminuzione rispetto al 15,2% del 1999.
In agricoltura, il Mezzogiorno spicca per un tasso di irregolarità superiore al 42%, con il caso estremo della Calabria dove più di una unità su due appartiene al sommerso. Nelle regioni del Centro, eccezion fatta per il Lazio e il Molise che raggiungono rispettivamente il 30% e il 39%, i valori raggiungono il 29%. Rilevante, rispetto alle aree territoriali considerate, la differenza percentuale esistente per i tassi di irregolarità del Nord-Est e del Nord-Ovest rispettivamente al 26,3% e al 21,5%. Anche nel settore dell’industria spicca il dato del Mezzogiorno che ha una media del 20,4% ma con valori significativamente superiori in Calabria (34,4%), in Basilicata (26,4%) e in Sicilia (25,8%). Altrettanto degno di attenzione è il tasso di irregolarità del Lazio, pari al 14,8%, e dovuto in gran parte alla fortissima incidenza del sommerso nel comparto edile (24,6%). Le regioni in cui si presenta in forte contrazione sono la Lombardia (-15,4%), la Toscana (-12,4%) e la Sardegna (-9,9%); altre realtà regionali, al contrario, principalmente nel Mezzogiorno, che partivano da livelli meno elevati tendono ad incrementare l’utilizzo di lavoro non regolare: Molise (31,4%), Friuli Venezia Giulia (26,6%), Calabria (15,2%), Basilicata (13,2%), e Puglia (13%).
Alla ricerca del lavoro non regolare. Analizzando il biennio 2001-2002, emergono delle novità interessanti sul versante del contrasto all’evasione fiscale e al lavoro nero. Quasi 149mila ispezioni nel 2002 (+16% rispetto all’anno precedente) hanno accertato la presenza di ben 81.763 aziende irregolari (+4% rispetto al 2001) con un’incidenza sul numero complessivo delle realtà imprenditoriali ispezionate di 55 punti percentuali; ben 22.347 le aziende in nero e i lavoratori autonomi non iscritti con un incremento dell’11% rispetto al 2001 quando il numero delle aziende in nero era pari a 20.085 unità. In diminuzione del 22% l’ammontare complessivo dei contributi accertati: 602 milioni di euro nel 2002 rispetto ai 769 milioni di euro nell’anno precedente.
Al di sopra del dato nazionale si collocano esattamente la metà delle regioni italiane con in testa la Basilicata e la Sardegna che presentano rispettivamente una incidenza di aziende irregolari sul totale delle aziende ispezionate pari all’83,4% e al 69%. Sul versante opposto, le realtà territoriali meno “fuori legge” si sono dimostrate la Liguria (35,4%) e la Valle d’Aosta (33,5%). Sempre a livello regionale, la Campania rappresenta il 13,3% del totale delle aziende in nero accertate, sul versante dei lavoratori in nero il primato in negativo spetta alla regione Lombardia con il 14,4% di lavoratori “fuori legge” sul totale nazionale.
Il totale degli evasi accertati corrisponde nel 2002 a quasi 602 milioni di euro e nel 2001 ad oltre 769 milioni di euro. In particolare, ammontano a 322 milioni di euro i contributi evasi accertati per lavoro nero (pari al 53% del totale) e a 280 milioni di euro le evasioni legate ad altre omissioni contributive.

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