La demografia del crimine organizzato. Oggi più che mai, i sodalizi criminali rappresentano una solida e reale minaccia per la vita dello Stato democratico. Una prima valutazione dell’attuale situazione della criminalità organizzata in Italia può essere effettuata attraverso un’analisi dei dati ufficiali relativi a determinati fenomeni criminali. I dati disponibili indicano che nel periodo compreso tra il 1999 e il 2003 si sono verificati 666 omicidi per motivi di mafia, camorra o ’ndrangheta. In Campania, si contano 311 omicidi, ovvero il 46,7% del dato complessivo nazionale degli omicidi riconducibili alle guerre interne nelle diverse organizzazioni criminali. A seguire la Calabria, la cui quota di omicidi è pari al 21,6% del totale nazionale, dove gli omicidi legati a motivi di ’ndrangheta sono stati 144. Infine la Puglia e la Sicilia rispettivamente con 108 e 89 omicidi. A livello provinciale, il territorio che fa registrare il più alto numero di omicidi per mafia è quello partenopeo: ben 234 morti in soli cinque anni. Va anche ricordato che oggi più che mai la criminalità a Napoli è diventata un caso nazionale. Infatti, gli ultimi sanguinosissimi episodi nella città partenopea hanno innalzato al massimo il livello di allerta. Segue in graduatoria un’altra provincia campana, Caserta, in cui, nel periodo preso in esame, sono state accertate 57 morti per motivi di camorra, a testimonianza della ferocia che contraddistingue l’organizzazione criminale radicata in quest’area del Mezzogiorno.Consistente anche il dato riferito al territorio pugliese, con 46 omicidi compiuti a Foggia e 38 a Bari, e calabrese, dove la provincia di Reggio Calabria fa registrare 43 casi di omicidi legati alle cosche mafiose.
Le azioni criminose direttamente riconducibili alle associazioni a delinquere di stampo mafioso sono per buona parte sommerse, perché spesso circondate dall’omertà ottenuta con minacce e intimidazioni. Un indicatore dell’impatto che i sodalizi criminali hanno in queste province può essere fornito dai dati sulle denunce fatte dalle Forze dell’ordine all’Autorità Giudiziaria. Per quanto riguarda la distribuzione dei reati nelle province considerate, dai dati delle diverse Forze dell’ordine emerge che, per tutti i crimini considerati, tra il 1999 e il 2002 sono state sporte in totale 112.834 denunce: 6.736 per estorsione, 37.818 per produzione, detenzione e spaccio di stupefacenti, 2.154 per associazione a delinquere (delle quali 722 per associazione di tipo mafioso, art. 416bis c.p.), 1.950 denunce per sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione, 61.770 per contrabbando e infine 3.768 per attentati dinamitardi. In particolare, analizzando il livello di distribuzione territoriale dei reati, con riferimento temporale sempre al periodo 1999-2002, la provincia di Napoli, con 49.270 casi, è il territorio che registra il maggior numero di denunce per reati assimilabili alle associazioni mafiose, pari al 43,7% del totale dei reati commessi nelle 24 province considerate a “rischio”. Seguono, a notevole distanza, la provincia di Taranto con 8.241 denunce, pari al 7,3% dei reati commessi, e Bari con 8.042 denunce (7,1%). Chiudono la classifica le province di Crotone ed Enna, rispettivamente con 589 e 325 denunce per reati assimilabili alle associazioni mafiose. Si può affermare che in media nei 24 territori provinciali ad “alto rischio”, in ciascun anno del periodo considerato, si sono consumati circa 166 crimini mafiosi ogni 100.000 abitanti. A guidare questa triste classifica troviamo anche in questo caso la provincia di Napoli, con 397 reati ogni 100.000 abitanti. A seguire Taranto (350,8), Brindisi (228,5) e Caserta con 166,8 reati denunciati ogni 100.000 persone. Chiudono la classifica due province siciliane, Enna e Agrigento, rispettivamente con 45,1 e 41 reati mafiosi ogni 100.000 abitanti. Nel periodo compreso tra il 1992 e il primo semestre del 2004, le Forze di polizia hanno complessivamente sequestrato e confiscato beni alle diverse organizzazioni, per un valore pari a oltre 3miliardi e 800 milioni di euro. I sequestri e le confische dei beni ai danni della camorra hanno un peso decisamente diverso rispetto a quello delle altre organizzazioni criminali presenti sull’intero territorio nazionale. La perdita di patrimoni da parte della camorra è addirittura quasi tre volte superiore a quella registrata per la seconda organizzazione criminale nella graduatoria della confisca dei beni, cioè la mafia. La sacra corona unita, con circa 164 milioni di euro tra valori confiscati e sequestrati, si colloca al terzo posto, seguita dalla ’ndrangheta.
Il giro d’affari delle cupole: 100 miliardi di euro nel 2004. Ammonta a quasi 100 miliardi di euro il giro d’affari delle “quattro cupole” italiane previsto dall’Eurispes per il 2004. Un fatturato “fuorilegge” pari al 9,5% del Prodotto interno lordo stimato, per l’anno in esame, in circa 1.052 miliardi di euro.
Il settore più remunerativo resta quello del traffico di droga, che determinerebbe introiti per 59.022 milioni di euro. Negli ultimi anni si è assistito ad un vero e proprio salto di qualità in questa particolare attività illecita: le “cupole” puntano ad ottimizzare sforzi e rischi verso una maggiore e più oculata gestione dei flussi di sostanze stupefacenti internazionali. Tra i maggiori proventi si confermano quelli legati all’ambito degli appalti dei lavori pubblici e delle imprese (17.520 milioni di euro), estorsione ed usura (13.520), prostituzione (5.104) e traffico di armi (4.774). Continua, anche per il 2004, il primato della ’ndrangheta principalmente per gli affari legati al traffico di droga (22.340 milioni di euro), seguita da cosa nostra (18.224), camorra (16.459) e sacra corona unita (1.999). Sul fronte della impresa (appalti pubblici truccati e compartecipazione in imprese in genere) è cosa nostra ad avere la leadership, con un fatturato di 6.468 milioni di euro, seguita da camorra (5.878), ’ndrangheta (4.703) e sacra corona unita (471). Diventa sempre più preoccupante e crescente l’atteggiamento assunto dagli imprenditori che, già al momento della partecipazione alla gara d’appalto, considerano il pagamento della tangente alla criminalità organizzata come una ineludibile voce passiva di bilancio, da imputare, dunque, tra i costi della propria azienda. Anche l’usura è un fenomeno fortemente presente, ancorché sommerso. In questa attività illecita, è la camorra a detenere il primo posto, con un giro d’affari stimato, per il 2004, di 4.703 milioni di euro; un mercato in forte espansione sul quale la Commissione Antimafia aveva lanciato l’allarme nella Relazione del 2003. Sulla prostituzione, l’organizzazione criminale calabrese riconquista il primato con un giro d’affari di 2.352 milioni di euro, seguita da sacra corona unita (1.764), camorra (587) e cosa nostra (401). Anche per quanto riguarda il traffico delle armi, la ’ndrangheta continua a posizionarsi in cima alla graduatoria: 2.352 milioni di euro il giro d’affari stimato per il 2004; un’attività che sembra interessare principalmente la cupola calabrese; a parecchie lunghezze di distanza seguono camorra con 824 milioni di euro ed ex aequo cosa nostra e sacra corona unita con circa 800 milioni di euro.
I tentacoli della ’ndrangheta: l’indice di penetrazione mafiosa in Calabria. L’Eurispes, nel tentativo di concorrere ad un ulteriore approfondimento del fenomeno e di sviluppare delle direttrici scientifiche entro cui muoversi per l’analisi delle sue principali dinamiche nel territorio calabrese, ha realizzato uno studio nel quale si è voluto evidenziare, partendo dal monitoraggio e dalla valutazione di alcuni parametri di disagio sociale, il grado di fragilità e di permeabilità di un territorio rispetto ai tentacoli della ’ndrangheta. Obiettivo principale dello studio è stato dunque quello di fornire alcune utili indicazioni circa il rischio di penetrazione mafiosa cui sono esposti i cinque territori provinciali della Calabria. A tal fine è stato creato uno stimatore ad hoc, l’indice IPM (Indice di Penetrazione Mafiosa), che per il secondo anno consecutivo ha misurato la permeabilità dei territori al crimine organizzato, con l’obiettivo di monitorare annualmente il rischio di penetrazione mafiosa cui sono esposti i cinque territori provinciali calabresi e di suggerire, per quanto possibile, i recenti sviluppi del fenomeno e le dimensioni che lo stesso sta assumendo e, cosa ancor più interessante, che potrà assumere nei contesti esaminati. Al fine di determinare una classifica del livello di penetrazione mafiosa delle organizzazioni criminali nelle province calabresi è stato predisposto un sistema di attribuzione dei punteggi sulla base di alcuni indici che scaturiscono, come premesso, dalla valutazione oggettiva e, per lo più, quantitativa di alcune variabili socio-economiche che caratterizzano un’area territoriale (tasso di disoccupazione, grado di fiducia nelle Istituzioni, reati commessi ed assimilabili alle associazioni mafiose, casi di Amministrazioni comunali cadute per infiltrazioni mafiose, nonché atti intimidatori a danno di amministratori locali). Alla provincia di Reggio Calabria, con un punteggio pari a 52,6, anche per il 2004, va la maglia nera del territorio provinciale calabrese più permeabile ai tentacoli della criminalità organizzata. A seguire, la provincia di Crotone (41,1 punti), Catanzaro (36,9 punti), Vibo Valentia (36,4 punti) e Cosenza (30,4 punti). Preoccupante il posizionamento nell’IPM relativo al 2004 per la provincia di Crotone: rispetto al 2003, il territorio provinciale ha realizzato, infatti, un balzo in avanti di ben tre posizioni collocandosi immediatamente al di sotto di Reggio Calabria. Nella graduatoria IPM del 2003, Crotone si trovava in coda. Dai dati emerge, in dettaglio, che il primato negativo di Reggio Calabria è dovuto principalmente agli atti intimidatori a danno di amministratori locali (ben 121 in meno di quattro anni, dal 2000 al 2004), ai 17 comuni sciolti per infiltrazioni mafiose dal 1991 al 2003 e all’elevato tasso di disoccupazione (27,5% nel 2003). Per la provincia di Crotone, l’escalation della ’ndrangheta è motivata dal massimo punteggio ottenuto per gli omicidi di mafia: 32 su un totale regionale di 144 morti, pari al 22 per cento, verificatisi nel periodo che va dal 1999 al 2003 (18,5 omicidi ogni 100mila abitanti); e, inoltre, per i reati assimilabili alle associazioni mafiose (108,8 reati ogni 100mila abitanti).

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