Nonostante i progressi compiuti dalla società, la resistenza culturale ad accettare ruoli della donna al di fuori di quelli classici è ancora forte. Nel mondo della politica, si evidenzia ancora di più la marginalità della presenza femminile: nel Parlamento europeo, sono 15 le donne su 78 parlamentari italiani europei, pari al 19,2% (rispetto agli altri paesi europei che si attestano attorno al 31% la nostra è una delle medie fra le più basse in Europa). In cima alla graduatoria dei paesi con il più alto numero di donne presenti nel Parlamento europeo elette nei paesi membri troviamo la Svezia che con ben 11 donne elette su un totale di 19 deputati europei, risulta l’unica nazione europea con un numero di donne superiore a quello degli uomini. A seguire il Lussemburgo con il 50%, l’Olanda con il 44,4%, la Francia con il 43,6% di donne presenti nel Parlamento dell’Ue. Al di sotto della media europea (31%) troviamo la Grecia (29,2%), il Belgio (29,2%), il Portogallo (25%) e l’Inghilterra (24,4%). L’Italia con il 19,2% di donne elette (15) sul totale degli eletti al Parlamento europeo (78), occupa il quart’ultimo posto della graduatoria, seguita soltanto dalla Polonia con il 13%, e dalla Repubblica di Malta e da Cipro che fanno registrare la peggiore performance senza nessuna donna presente fra le fila dei propri deputati europei.
Le “poltrone” in Italia: più spazio in “periferia”. Con solo 71 donne su 618 parlamentari alla Camera (11,5%) e 26 donne su 321 senatori al Senato, ossia l’8,1%, la rappresentanza parlamentare femminile italiana si pone avanti solo alla Grecia (8,7%). Negli altri paesi europei, le donne hanno conquistato degli spazi politici più ampi, anche se il vero primato, in questo senso, spetta ai paesi scandinavi, in particolare alla Svezia (Camera bassa, l’unica, 45,3%), alla Danimarca (38%) e alla Finlandia (Camera bassa, l’unica, 37,5%). Per quanto riguarda la rappresentanza femminile ai vertici del governo si rileva una situazione ancora meno incoraggiante: alla fine del mese di settembre 2003 sono presenti solo 2 donne su un totale di 23 ministri, che occupano i Ministeri dell’Istruzione e per le Pari Opportunità, e 6 sottosegretarie su un totale di 56. Non molto difforme la situazione relativa agli organi di governo provinciali: su un totale di 102 presidenti solo 4 sono donne, vale a dire il 3,9%, presenti in Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto. Più elevata è invece la quota di donne che riveste la carica di assessore provinciale: il 13,6% del totale. I valori più elevati si riscontrano in Toscana con 23 assessori su totale di 84, vale a dire il 27,3%, nelle Marche con una quota del 25,8%, l’Umbria e l’Emilia Romagna, rispettivamente, con il 25% ed il 24,6%. La Calabria con il 15,9%, si colloca al 6° posto della graduatoria con 7 donne su un totale di 44 assessori provinciali. Ultime, la Campania (3,3%), la Sardegna (3,1%), la Valle d’Aosta e l’Abruzzo (in queste due ultime regioni la presenza risulta nulla). Rispetto alla composizione per genere degli organi legislativi provinciali, il numero di donne che ricoprono la carica di consigliere è pari al 10,2% (319 su totale di 3.117). La quota maggiore spetta ai consigli provinciali del Trentino Alto Adige (20%), dell’Emilia Romagna (18,5%), del Friuli (17,3%) e della Toscana (17%), mentre il numero minore si riscontra in Calabria con il 3,4% (in valore assoluto su un totale di 145 consiglieri provinciali solo 5 sono donne), nel Molise (2%), nella Campania (1,7%) e nella Valle d’Aosta, in cui non risulta alcuna componente femminile. Complessivamente, su 103 sindaci in carica nei comuni capoluogo delle diverse regioni, solo 7 sono donne (il 6,8%). La Calabria è una delle 7 regioni in cui è presente un donna al governo di una città capoluogo, insieme a Campania, Emilia Romagna, Piemonte e Veneto; in Puglia, invece, sono 2 le donne al vertice delle istituzioni comunali più importanti della regione. La ripartizione per genere degli organi di giunta vede una quota di donne pari al 14,4%, e cioè, su un totale di 1.023 assessori comunali 148 sono donne. In questo caso, in testa alla graduatoria del maggior numero di donne che ricoprono questa carica, la Toscana (24%), il Trentino Alto Adige (22,2%), l’Emilia Romagna (21,4%) e al 4° posto la Calabria e il Lazio con un valore pari al 19,6%. Inferiore risulta essere la quota di donne presenti nei consigli comunali: a fronte di un totale di 4.028 consiglieri, appena 457 sono donne, vale a dire l’11,3%. Le istituzioni comunali più “permeabili” alla partecipazione femminile sono principalmente le regioni del Nord: l’Emilia Romagna con una presenza di quasi due donne “consigliere” ogni dieci maschi (18,5%), Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige, rispettivamente con il 17,1% ed il 17,2%, e Veneto (14,1%); nelle ultime posizioni troviamo la Calabria (6,5%), la Basilicata (6,5%), il Molise (6,4%), la Sicilia (5,8%), la Puglia (5,4%) e l’Abruzzo (4,3%). In conclusione, in Italia la politica femminile è più consistente a livello locale che a livello centrale. L’Amministrazione locale, insomma, si presenta come una sede appropriata, per le aspettative politiche delle donne, che intendono impegnarsi in questo settore. Nella gestione locale del potere statale potrebbe tra l’altro trovarsi una soluzione sperimentale per la crisi della rappresentanza. I cittadini, infatti, esprimono con crescente vigore la propria esigenza di essere in contatto con coloro che li rappresentano: un rapporto che è possibile a livello locale. In questo senso, quindi, sarebbe interessante analizzare come le donne fanno politica nei comuni, dove sono più numerose, nelle province, nelle regioni. Si potrebbero trarre degli spunti interessanti per contribuire a ricostruire il legame spezzato, o deviato, tra politici e cittadini.

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