Il valore del deficit con il quale l’Italia è entrata a far parte a pieno titolo dell’Uem nel 1998, è stato del 2,7%. Questo rapporto si mantiene tuttora entro i limiti dei parametri attestandosi al 2,3% nel 2002 e 2,4% nel 2003. Ma questo dato, se correlato con il valore del debito pubblico, spinge a qualche cosiderazione. Nel 1998 all’ingresso nell’Uem il rapporto debito/Pil dell’Italia era pari al 120,2%, ma con un trend discendente. Negli anni successivi il trend discendente si è peraltro confermato arrivando all’attuale 106,2%. Dunque, nonostante un deficit in linea con le richieste dell’Unione, l’Italia ha un debito pubblico pari a 1.380 miliardi di euro, che corrisponde ad una quota di debito per ogni cittadino italiano pari a oltre 24.000 euro. Insomma, anche se nessuno ne è consapevole, una famiglia italiana di 4 persone è responsabile per circa 100.000 euro di debito dello Stato. Per rientrare nei parametri di Maastricht lo Stato italiano dovrebbe incamerare circa 600 miliardi di euro.
I parametri di Maastricht. Sono stabiliti cinque criteri di convergenza, tre di carattere monetario e due di carattere fiscale che ciascun paese deve rispettare per essere ammesso all’Uem, e per godere dei benefici dell’appartenenza: il tasso medio di inflazione, misurato sui prezzi al consumo non deve superare per più dell’1,5% il tasso medio d’inflazione registrato dai tre paesi con inflazione più bassa; il tasso d’interesse a lungo termine non deve superare per più del 2% quello dei tre Stati che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità di prezzi; il tasso di cambio della moneta nazionale deve rispettare i margini di fluttuazione dello Sme per almeno due anni prima dell’esame, senza gravi tensioni; il rapporto deficit di bilancio/Pil non deve essere superiore al 3% o, se superiore deve essere fatto scendere fino a raggiungere un livello che si avvicina al 3%, o deve superare il 3% solo in via eccezionale; il rapporto debito/Pil non deve essere superiore al 60%, o, se superiore, deve avvicinarsi al 60% con ritmo adeguato.
La bassa crescita economica. Se il Trattato conferisce alla Commissione alcuni margini per determinare l’eccessività o meno del deficit e per valutarne la natura, va tuttavia rilevato come l’insieme di regole numeriche e procedurali che formano il Patto di stabilità sia inadeguato per gestire le economie degli Stati membri in caso di prolungati periodi di bassa crescita economica. Questo si è tradotto, per paesi come l’Italia con una bassa solidità strutturale del sistema produttivo, nell’adozione di politiche di pesante ridimensionamento degli investimenti pubblici e nel drastico taglio degli interventi infrastrutturali. Sebbene si sia trovata una conferma che in Europa è evidente una correlazione inversa tra tassazione e Pil e che la crescita è più bassa quando la percentuale di tassazione diretta è più alta, senza dubbio il legame tra la spesa pubblica e la crescita a lungo termine è molto più debole. Se si parla però di spesa pubblica di “qualità” (infrastrutture, investimenti in ricerca, in comunicazione, in istruzione) vi è una sorprendente correlazione positiva con la crescita economica. Una quantificazione del valore viene riportato per alcuni Stati membri nella tabella seguente.
Appare evidente perchè gli Stati membri tendano ad aumentare la spesa pubblica in periodi di bassa crescita scegliendo con ciò di mettere a rischio il Patto di stabilità. L’esperienza europea conferma che i benefici di una moneta unica non sono automatici ma necessitano di riforme strutturali e misure specifiche per la creazione di un mercato unico, perciò l’Unione europea nel suo complesso non sembra essere ancora in grado di generare una adeguata domanda interna per garantire la progettata crescita economica. Gli Stati membri dunque per aumentare la crescita economica sono alla ricerca di una modifica del Patto di stabilità che permetta di incrementare la spesa pubblica.

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