I trasferimenti erariali agli Enti locali hanno subìto, tra il 2003 e il 2004, una riduzione complessiva del 3,06% (considerando anche il blocco di una serie di trasferimenti minori) per i Comuni, pari a 404.143.122,64 euro. La riduzione del complesso dei trasferimenti statali incide sui singoli bilanci in misure variabili in dipendenza del grado di autonomia tributaria degli Enti.
La spesa per il 2005 non può superare la media del triennio 2001/2003, aumentata dell’11,5% o del 10%. Il tetto dell’11,5% riguarda gli Enti che nel triennio considerato hanno avuto una spesa media per abitante inferiore a quella media della classe demografica di appartenenza; il 10% si applica se la spesa degli Enti è superiore alla media di classe. Per il 2006 ed il 2007, l’aumento del tetto di spesa massimo consentito è del 2 per cento.
Le simulazioni sul federalismo fiscale. Il vero grande problema del federalismo è senza dubbio quello relativo alla distribuzione delle risorse finanziarie. Si stima, a questo proposito, che gli Enti decentrati (Comuni, Province e Regioni) dovranno trovare 61 miliardi di euro per far fronte alle nuove competenze derivanti dalla riforma del Titolo V. Una recente ricerca ha effettuato una simulazione sul federalismo fiscale dei Comuni. La ricerca prende in considerazione tre scenari: il primo considera le entrate composte da Ici, addizionale Irpef, gettito dell’Irpef sugli affitti e le imposte di registro, ipotecaria e catastale. La seconda aggiunge a queste voci il gettito dell’Irpef sugli affitti in nero e la terza aggiunge anche una compartecipazione comunale (il 15%) al gettito Iva. I Comuni italiani dispongono in media di entrate pari a 284 euro per abitante. Questa somma è composta da trasferimenti statali (198), addizionale Irpef (18) e gettito Ici (68). La distribuzione tra le Regioni è abbastanza equilibrata, andando da un massimo di 352 della Liguria ad un minimo di 254 del Molise.
Il primo scenario analizza alcune delle ipotesi fatte dall’Alta commissione per il federalismo fiscale. Lo studio del valore delle entrate derivanti dall’Irpef sugli affitti si basa su due ipotesi: un canone medio di 500euro/mese e un’aliquota media del 33 per cento. I Comuni mediamente potrebbero disporre di 270 euro per abitante, da 411 in Liguria a 137 in Calabria (che attualmente ha una media di 151).
Se si considerano il secondo e il terzo scenario, sulla base del provento dell’imposizione sugli affitti in nero (stimato pari al 16% del gettito totale), la media complessiva del gettito pro capite sale a 285, ma si accentua il divario tra le diverse aree. Ad esempio, i Comuni calabresi potrebbero vedere aumentata la loro media per abitante di 10 euro, mentre i Comuni piemontesi “guadagnerebbero” 20 euro.
Netto invece lo scatto nell’ipotesi di assegnazione della compartecipazione Iva, che porterebbe i valori medi nazionali a 499 euro, ma con una ulteriore accentuazione dei divari.
I Comuni che beneficerebbero maggiormente del primo scenario sono quelli della Lombardia, in quanto vedrebbero mediamente aumentare le risorse a loro disposizione di oltre il 20%. Seguono i Comuni dell’Emilia Romagna, del Piemonte, della Liguria, del Veneto e della Toscana. Sul fronte opposto, i Comuni che dovrebbero sopportare le maggiori diminuzioni di risorse sono quelli della Basilicata (-54%), seguiti da quelli della Calabria, della Campania e del Molise.
Passando a considerare il secondo possibile nuovo scenario, questo divario tende a diminuire anche se non in modo significativo. Se nel calcolo delle risorse disponibili per i Comuni, si considerano anche i proventi derivanti dalla tassazione degli affitti “in nero”, si può, infatti, evidenziare che i Comuni delle regioni del Centro-Nord possono contare su più risorse rispetto ad oggi, con punte di aumento che arrivano al 27,2% della Lombardia, al 25,5% del Piemonte e al 22,7% della Liguria. Viceversa i Comuni del Sud e quelli di Marche ed Abruzzo, vedono diminuire le proprie risorse un po’ meno rispetto alla situazione del primo scenario, ma in modo ancora molto significativo arrivando finanche a toccare punte negative del 50% (Basilicata e Calabria). Considerando il terzo possibile scenario (quello che alle risorse dei primi due aggiunge una compartecipazione comunale all’Iva), le cose cambiano significativamente. Da un lato, i Comuni del Nord vedrebbero raddoppiate le loro risorse rispetto ad oggi, ma ne trarrebbero un apprezzabile miglioramento anche i Comuni di Puglia, Campania, Abruzzo e Molise.
Gli Enti locali premono sulla leva dei titoli obbligazionari per rilanciare gli investimenti. Gli sviluppi della finanza innovativa hanno permesso agli Enti locali di affiancare alle tradizionali fonti di finanziamento nuovi canali di approvvigionamento di risorse finanziarie, il cui impatto sui bilanci è, ormai, evidente. Comuni e Province si finanziano anche mediante il significativo ricorso all’emissione di strumenti obbligazionari, sia per quanto riguarda le emissioni domestiche, sia con riferimento a quelle “lanciate” sull’euromercato. Dal 1998 al 2003, sono circa 500 i buoni obbligazionari emessi dai Comuni (Boc), ai quali vanno aggiunti circa 60 buoni obbligazioni provinciali (Bop). La gran parte dei Boc sono stati emessi nelle aree territoriali del Centro-Nord (soprattutto in Veneto ed Emilia Romagna), mentre nel Sud gli strumenti di finanza innovativa non sono molto diffusi. La stima ufficiale delle emissioni obbligazionarie in Italia è di 19,5 miliardi di euro. L’anno più importante è stato il 2002, con 5,6 miliardi di nuove emissioni. Nel 2003 il mercato si è fermato a 3,6 miliardi.

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