Per i giovani imprenditori il futuro della loro azienda e dell’agricoltura italiana risiede nel potenziamento della qualità. Infatti, il 13,3% dei giovani agricoltori italiani indicano l’agricoltura biologica come l’ambito prevalente di intervento per un maggiore sviluppo del proprio mercato di riferimento. Seguono: la “sicurezza alimentare dei prodotti” (12,4%), le “colture e prodotti innovativi” (7%) e la “certificazione della qualità aziendale” (6,4%).
È il segno che le giovani generazioni di agricoltori sono convinte che lo sviluppo del sistema agroalimentare italiano deve essere veicolato, in primo luogo, dalla produzione di qualità, la quale, da questo punto di vista, può rappresentare una concreta opportunità di lavoro per fasce di popolazione altrimenti destinate ad alimentare la piaga dell’esodo o della disoccupazione rurale. In ogni caso, la produzione di qualità costituisce il leitmotiv di una competitività aziendale che persegue l’obiettivo (quantitativo) del profitto economico anche attraverso il mezzo (qualitativo) di prodotti e metodi di produzione a minor impatto ambientale.
Questo trend emerge dai risultati dell’indagine sui Modelli imprenditoriali e le culture del lavoro tra i giovani agricoltori italiani, che l’Eurispes ha effettuato su un campione di 1.000 giovani imprenditori agricoli italiani fino a 45 anni di età.
La “strada maestra”, dunque per i giovani che intendano dedicarsi all’attività di imprenditore agricolo, passa pertanto, all’alba del terzo millennio e considerate le aspettative del mercato, attraverso una più marcata attenzione alla specializzazione e alla qualità delle produzioni, oltre che una più decisa proiezione al futuro e all’innovazione.
Tuttavia, se è alla difesa del Made in Italy che si deve puntare, oltre che all’obiettivo della sicurezza alimentare, la strada da fare è tutta in salita, dal momento che anche la produzione di prodotti tipici risulta essere ancora limitata. Non sono incoraggianti, sotto questo aspetto, le risposte fornite dal campione esaminato. Infatti, per tutte le categorie di prodotti garantiti e protetti, la percentuale dei giovani imprenditori nelle cui aziende non ci sono prodotti di tal genere supera il 90% (con la sola eccezione dei prodotti DOC, per i quali, in ogni caso, la percentuale negativa è pari al 72,7%).
I fabbisogni formativi. La formazione delle risorse umane rappresenta un importante investimento per lo sviluppo di un’azienda, attraverso l’aggiornamento dei dipendenti e l’apprendimento di nuove metodologie di lavoro. I corsi di formazione risultano nel complesso finalizzati alla valorizzazione dell’impresa attraverso le sue risorse umane e, nella maggioranza dei casi, alla modernizzazione del lavoro (ad esempio attraverso le nuove tecnologie ed in particolare l’informatica). In questo senso risultano incoraggianti le risposte fornite dai giovani imprenditori in relazione alle aree di riferimento dei corsi di formazione effettuati all’interno dell’azienda. Infatti, pur risultando prevalente il settore della sicurezza sul lavoro (15,2%), l’altrettanto elevata partecipazione alle attività formative relative al “marketing” (12,7%), alla “qualità dei prodotti” (12,1%), all’“agriturismo” (12,1%), all’“agricoltura biologica” (8,0%) è indicativa dell’interesse ad accumulare le competenze necessarie ad un’agricoltura multifunzionale e, nello specifico, al settore delle produzioni di qualità.
Ai giovani imprenditori intervistati, è stato poi domandato se negli ultimi due anni essi stessi o i loro dipendenti avessero partecipato ad attività di formazione delle risorse umane. Il 67,9% del campione ha risposto negativamente, il 32,1% affermativamente.
Questi risultati dimostrano che nella maggioranza delle imprese la formazione del personale non costituisce ancora un’attività abituale oppure non viene considerata un investimento strategico; si può inoltre immaginare che in queste aziende non siano state intraprese nuove iniziative di sviluppo e modernizzazione che richiedessero una fase di apprendimento per i dipendenti.
Le attività di formazione nell’ultimo biennio hanno interessato soprattutto le aziende agricole del Nord-Est (47,5%) e, in misura minore, del Nord-Ovest (35,3%) e del Centro (32,7%). I corsi di formazione si sono svolti invece con frequenza minore al Sud (26,6%) e ancor più raramente nelle Isole (18,1%).
Alla domanda sulle ragioni per cui in molte aziende non è stata svolta alcuna attività formativa, il 26,8% dei soggetti ha risposto che non c’è stata necessità di attività formative. L’8,2% degli intervistati si è detto convinto che la formazione sottrae tempo alle attività lavorative, per il 6,2% l’offerta formativa era di qualità scadente, per il 5,2% i costi erano elevati o superiori alle disponibilità economiche dell’azienda, per il 4% l’offerta formativa non rispondeva alle necessità aziendali; solo per lo 0,8% la formazione era realizzata in sedi lontane dall’abitazione o dal posto di lavoro. Una percentuale elevata di imprenditori (45,4%) non ha saputo o voluto rispondere al quesito.
Prospettive occupazionali. Gli imprenditori prevedono che l’incremento occupazionale coinvolgerà principalmente i dipendenti fissi (16,6%), ma si registrano prospettive moderatamente positive anche per i lavoratori stagionali (12,3%) e occasionali (9,8%), anche se per queste categorie i valori del possibile decremento si attestano intorno all’8%. Il 40,8% degli intervistati afferma che non ci saranno variazioni nel numero di lavoratori stagionali, percentuale che arriva al 41,4% quando si tratta di occasionali e al 44,4% per quanto riguarda i dipendenti fissi. In riferimento alle previsioni sull’occupazione stabile, la disaggregazione territoriale evidenzia un netto segnale di ottimismo da parte degli imprenditori isolani: il 41,7% afferma che ci sarà un incremento, solo il 3,1% prevede un saldo negativo e il 26,8% dichiara che non ci saranno variazioni. Anche gli agricoltori dell’Italia centrale manifestano una discreta fiducia: i posti fissi resteranno invariati per il 58,5% degli intervistati, aumenteranno per il 15,7% e diminuiranno per il 2,5%. Nel Sud si registra una percentuale abbastanza consistente di previsioni di incremento dell’organico (+14,9%), ma anche il valore più alto per quanto riguarda i decrementi occupazionali (6,6%).
Investimenti e innovazione tecnologica. Sul fronte degli investimenti la crescita dell’impresa agricola e della sua competitività è influenzata dalla valorizzazione dei fattori endogeni: l’organizzazione aziendale, il capitale umano, i flussi commerciali, ecc. Il mercato attuale, regolato da moderne tecnologie produttive e comunicative che impongono un aumento degli scambi, spinge l’imprenditore a compiere delle scelte programmatiche che prevedono degli investimenti, diversamente l’azienda rallenterebbe il suo sviluppo e non risulterebbe concorrenziale. La maggioranza degli imprenditori intervistati ha recepito la necessità di promuovere la propria azienda, infatti, il 62,7% afferma che negli ultimi due anni ha operato degli investimenti.
Su scala territoriale, la propensione all’investimento è maggiore al Centro-Nord (la percentuale più alta si rileva nell’Italia centrale con il 68,6%), nel meridione c’è un grado di investimento minore (61,8%), comunque sempre in linea con il valore medio, mentre nelle Isole la quota di imprenditori che investe è solo del 40,9%.
Gli investimenti degli agricoltori sono stati finalizzati prevalentemente a migliorare il livello di meccanizzazione dell’azienda (39,3%), una parte molto ingente di capitali è stata destinata alle risorse di tipo strutturale per la manutenzione/ammodernamento dei fabbricati esistenti o la costruzione di nuove strutture (24,2%).
Una quota del 5,2%, calcolata sulle risposte effettive, ha indirizzato i propri investimenti verso il settore informatico, mentre il 4,8% ha scelto di introdurre nuove colture e nuovi prodotti. A seguire, con percentuali di risposte più contenute, altri ambiti in cui gli imprenditori hanno ritenuto opportuno investire, quali: i sistemi di qualità aziendale (3,2%), la gestione computerizzata degli impianti (3,1%), la sicurezza nei luoghi di lavoro (2%) e altri.
La meccanizzazione dell’azienda risulta l’ambito privilegiato di investimento in tutte le aree geografiche (con una punta del 45,7% di risposte nel Nord-Ovest), ad eccezione del Nord-Est dove la percentuale più alta di risposte si registra nelle modifiche di tipo strutturale (42,3%). L’Italia settentrionale ha scelto di investire in maniera più contenuta in altri ambiti, quali: la sicurezza alimentare (5% nel Nord-Ovest, 5,2% nel Nord-Est); la gestione computerizzata degli impianti (3,1% nel Nord-Ovest e 4,8% nel Nord-Est) e l’introduzione di nuove colture (rispettivamente il 2,5% e l’1,9%).
Agli imprenditori che hanno adottato nuove tecnologie negli ultimi due anni è stato poi domandato quali vantaggi ne abbiano tratto. Il 32,6% delle risposte si riferisce all’abbattimento dei costi di produzione; il 25,2% testimonia invece un incremento della produttività aziendale; il 15,3% si riferisce a vantaggi per la commercializzazione, mentre solo il 4,4% alla riduzione dei rischi per i lavoratori.
I benefici risultano quindi principalmente di tipo economico, soprattutto in direzione di un risparmio nella fase produttiva, ma anche di un incremento della produzione. Si tratta di vantaggi riconducibili in buona parte all’introduzione di nuovi mezzi meccanici.
I principali ostacoli all’adozione di nuove tecnologie risultano essere i costi elevati, citati dal 54,7% degli imprenditori. Al secondo posto si collocano le piccole dimensioni dell’azienda (12,1%). Solo una minoranza del campione attribuisce la difficoltà di adottare nuove tecnologie alla scarsa preparazione del personale (3,5%) e alla carenza di informazione (2,1%). Il 22,2% non sa rispondere alla domanda. Le indicazioni risultano dunque piuttosto chiare: il maggiore ostacolo all’acquisto ed all’utilizzo delle nuove tecnologie è di tipo economico. Le scarse disponibilità economiche si configurano di conseguenza, prevedibilmente, come un limite notevole al progresso ed allo sviluppo di un’azienda.
Le modalità di finanziamento. Per quanto riguarda la provenienza dei capitali utilizzati dagli imprenditori, si osserva che si tratta prevalentemente di autofinanziamento, infatti, negli ultimi due anni, il 73,6% degli intervistati ha fatto ricorso a fondi propri o di familiari.
Altro mezzo finanziario molto diffuso è il prestito bancario, utilizzato dal 36,5% degli agricoltori, a seguire il finanziamento pubblico di cui ha usufruito il 17,6% degli intervistati. Prodotti finanziari quali il leasing e il credito commerciale sono stati impiegati da quote più contenute di agricoltori (rispettivamente 8,8% e 5,6%).
Tutte le aziende più piccole hanno fatto ricorso ad autofinanziamento, in misura minore a prestiti bancari (32,3%) e ad altri strumenti finanziari quali il leasing bancario e il credito commerciale (entrambe al 6,5%), solo il 3,2% ha usufruito di risorse economiche pubbliche. Le aziende medio-piccole (da 1 a 50 ettari) hanno operato scelte finanziarie molto simili: sempre alte le quote di autofinanziamento, ma inferiori rispetto alle piccole aziende, molto consistenti anche le percentuali di agricoltori che hanno chiesto prestiti bancari e un discreto ricorso ai finanziamenti comunitari o pubblici. Più contenuti i casi di chi si è avvalso del leasing finanziario o del credito commerciale. Sono soprattutto le aziende più grandi a beneficiare delle risorse comunitarie e dei finanziamenti pubblici (il 17,1% delle aziende tra 50 e 100 ettari e il 23,4% di quelle con più di 100 ettari), senza escludere le altre forme di finanziamento, anche con percentuali abbastanza sostenute di aziende che hanno usato capitali propri.
Da questi dati emerge che l’imprenditore per la gestione dell’azienda ha investito principalmente risorse proprie, ricorrendo in percentuali minime all’esterno, enti pubblici o sistema bancario.
I fondi, comunitari o di altri enti, per le coltivazioni e gli allevamenti rappresentano i contributi pubblici maggiormente impiegati dagli imprenditori (26,7%), molto alto anche il ricorso alle risorse per lo sviluppo e l’ammodernamento dell’azienda (22,9%), mentre le sovvenzioni per la riduzione della produzione sono molto contenute (4,2%).
La richiesta di contributi in un’ottica di sviluppo conferisce l’immagine di una imprenditorialità agricola dinamica, orientata al miglioramento della propria azienda che possa rispondere al mercato e al consumatore moderno.

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