Nel 2003 l’Italia ha realizzato privatizzazioni per un controvalore di 16.600.300.500,00 euro, pari al 34% delle privatizzazioni realizzate su scala mondiale. Dal 1994 al 31 dicembre 2003 lo Stato ha ceduto quote di proprietà pubblica per un ammontare di quasi 90 miliardi di euro. L’Italia si colloca al secondo posto, tra i paesi dell’area Ocse, per valore di introiti, e al primo a livello europeo, nella cessione ai privati delle imprese pubbliche. Particolare attenzione è stata posta dal Governo nella realizzazione di una serie di operazioni riguardanti la CDP (Cassa Depositi e Prestiti), con la cessione a questa di una quota del 10,35% del capitale di Enel, di un pacchetto pari al 10% del capitale Eni e del 35% del capitale di Poste Italiane, connessa con la vendita del 30% del capitale sociale della CDP (1.050 milioni di euro) a favore di 65 Fondazioni bancarie (Monte dei Paschi, San Paolo, CR Province lombarde, CRT, ecc.). Altre operazioni di un certo rilievo hanno interessato la vendita dell’Ente Tabacchi Italiani (100% del capitale), la vendita del 6,6% del capitale sociale dell’Enel. A queste si aggiungono partecipazioni “simboliche”, ma non per questo meno importanti: Seat Spa (0,1%) e Telecom Italia Spa (0,1%). Secondo quanto affermato nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria per il 2005, «grazie alla manovra di aggiustamento e sviluppo che si intende attuare con la Legge finanziaria, con eventuale provvedimento collegato e con le operazioni di privatizzazione, cessione di crediti e di immobili ed altri attivi per un ammontare complessivo di circa 100 mld di euro nel quadriennio 2005-2008, il rapporto debito-Pil è previsto scendere al di sotto del 100% nel 2007».
Le motivazioni economiche e finanziarie delle privatizzazioni.
Una valutazione di quanto è stato realizzato in Italia in materia di privatizzazione deve prendere le mosse dagli obiettivi che i sostenitori delle dismissioni delle Partecipazioni statali hanno adottato. Fondamentalmente, sono rinvenibili due filoni di pensiero: il primo è riconducibile all’obiettivo di incidere sull’apparato produttivo nazionale, modificando alcune delle caratteristiche strutturali; il secondo attiene all’obiettivo di “fare cassa” riducendo l’indebitamento pubblico mediante l’acquisto e l’annullamento dei titoli pubblici in circolazione. L’intento di migliorare l’efficienza delle attività produttive era anche connesso a quello di ridurre le interferenze politiche e di dare maggiore spazio alla libera iniziativa.
Gli effetti delle politiche adottate.
Gli effetti delle privatizzazioni sono di tipo finanziario e tecnologico-produttivo. Dal lato “produttivo” è bene ricordare che mediamente i “costi” variabili delle imprese sono condizionati dai servizi erogati dalle public utility per una percentuale pari a quasi il 10%, mentre per le famiglie al 9%. Si stima che per ogni 100 euro di prodotti dell’industria manifatturiera acquistati da imprese e consumatori, attraverso le interdipendenze tra settori, vengono attivate 16 euro di pubblica utilità. Forse in questo modo si spiega l’interesse da parte dei privati per questi settori. Se sul fronte occupazionale il passaggio da pubblico a privato non ha prodotto variazioni di rilievo, è comunque aumentata la redditività delle società, senza che si sia prodotto un significativo abbassamento dei prezzi dei servizi. In tal senso, è del tutto evidente che i nuovi proprietari hanno favorito i dividendi a discapito della riduzione dei prezzi o degli investimenti.
In tale contesto, lo spostamento del risparmio delle famiglie verso i fondi di investimento e il mercato obbligazionario e azionario è stato di certo favorito dalle privatizzazioni, consentendo l’introduzione di elementi di azionariato diffuso attraverso una produzione legislativa sulle privatizzazioni flessibile che teneva conto sia della necessità di preservare un nocciolo duro di governo delle imprese privatizzate, sia della necessità di coinvolgere i cittadini che “prestavano” il denaro.
In un certo senso, le misure fiscali e politiche adottate hanno intercettato un bisogno vero del Paese: da un lato, il sistema delle imprese che aveva bisogno di nuovi e più robusti finanziamenti per acquisire nuove società al fine di “traguardare” una dimensione di scala adeguata per “competere” sul mercato internazionale, da un altro punto di vista la necessità dei risparmiatori di trovare uno sbocco “finanziario” più redditizio per fare fronte al decrescente rendimento dei titoli di Stato.
L’aspetto più “inquietante” della ri-allocazione del risparmio delle famiglie è legato al listino del mercato della Borsa e agli effetti finanziari. Infatti, i titoli di imprese pubbliche oggetto di Opv (Offerta pubblica di vendita) hanno rappresentato da prima il 32,5% della capitalizzazione complessiva della Borsa (1992), fino al 51,9% del 2000. Sostanzialmente soltanto attraverso la dismissione delle ex PP.SS è stato possibile fare crescere la Borsa. In sostanza, si è privatizzato per fare cassa, senza un piano organico di privatizzazioni funzionale al mantenimento non tanto di un ruolo di controllo nelle imprese, bensì di regolazione e di stimolo.
Inoltre, l’aver accettato il sistema dell’acquisto del patrimonio pubblico “a credito” attraverso i prestiti bancari che venivano successivamente caricati sul bilancio delle imprese acquistate; la debolezza e l’assenza di requisiti tecnologici da parte degli acquirenti nelle clausole di cessione; la debolezza e la sottovalutazione dei processi economici reali necessari per creare le condizioni di effettiva concorrenza, l’assenza di una visione di insieme dei processi internazionali in tema di mercato e competitività tecnologica; l’assenza di capacità d’intervento pubblico sugli extra profitti nel caso delle concessionarie di servizi, hanno concorso ad un enorme trasferimento della ricchezza del Paese di cui ha beneficiato solo un gruppo ristretto della popolazione, ma con delle pesanti implicazioni economiche e tecnologiche per il Paese stesso.
In conclusione, mentre l’Europa “industriale” si è integrata attraverso il consolidamento dei beni intermedi e di investimento, l’Italia ha continuato il suo percorso di “meridionalizzazione” specializzandosi nei beni di consumo. Questo processo, nei fatti, si è rafforzato a partire proprio dalle privatizzazioni mal gestite.

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