nostro paese vi è una grande questione salariale e retributiva che affligge le condizioni del lavoro subordinato, privato e pubblico. Allo stesso tempo, paradossalmente, si registra un notevole aumento di rendite e profitti.

Non è difficile riconoscere in questo stato le conseguenze delle politiche concertative, cioè degli accordi triangolari tra governo, Confindustria e sindacati, che hanno seppellito ogni forma di adeguamento automatico dei salari, stabilendo il sistema dell?inflazione programmata, e una riedizione della politica dei redditi. Il risultato è stato disastroso per le classi che vivono di pensioni o di lavoro dipendente. Non esiste azienda pubblica o privata che non ?vanti? problema affine. Perfino il fiore all?occhiello della sanità lucana, il plesso ospedaliero S.Carlo di Potenza, non gode di buona salute dal punto di vista lavorativo. Infatti, sono stati circa 1.360 gli operatori ospedalieri (ad eccezione della dirigenza medica ed amministrativa) a protestare vivamente in un recente incontro organizzato nell?auditorium del nosocomio potentino dai sindacati. Le richieste delle maestranze sono dirette al rinnovo del contratto integrativo, all?aumento dei salari, alla possibilità di fare carriera, alla eliminazione dei doppi turni e all?aumento del personale. Proprio quest?ultimo punto, ovvero, la difficile gestione di grandi reparti e di molti pazienti da parte di pochi operatori, potrebbe avere riflessi negativi sull?erogazione del servizio sanitario in essere. Viva una determinata unità d?intenti tra le organizzazioni sindacali, i quali intravedono una lunga fase di trattative. Si ha la sensazione che si chieda con troppa facilità di ?stringere la cinghia?, al fine di ridurre costi e prestazioni, quindi, limitando la qualità stessa delle prestazioni. Se questo è un problema quando si parla, ad esempio, di riduzione degli uffici postali sul territorio, figuriamoci che gravità deve assumere quando si parla di sanità.

Del resto, la riduzione ai minimi termini dei servizi a offerta universale colpisce non solo i ceti sociali più deboli ma la particolarità delle condizioni, la peculiarità delle infermità e delle disabilità, la specificità dei territori. Non basta perciò affermare il principio astratto dell?universalismo dei diritti, bisogna rimuovere le disuguaglianze, indirizzando le risposte sui bisogni della persona e definendo una sfera di diritti individuali certi ed esigibili. Soprattutto nell?ambito dell?assistenza sanitaria, in ogni aspetto organizzativo.

Si deve riconoscere come il servizio sanitario nazionale abbia incisivamente migliorato le condizioni di salute della popolazione, tuttavia, il progressivo contenimento della spesa pubblica ha indotto gravi e pesanti disuguaglianze sociali, che senza un?inversione di tendenza sono destinate ad approfondirsi. I ceti popolari fanno un uso dei servizi pubblici tendenzialmente limitato all?assistenza, ai servizi di base e all?emergenza (istruzione dell?obbligo, medico di base, pronto soccorso, medicina generica), polarizzandosi intorno ai servizi a offerta universale non sottoposti a tasse o ticket o costi aggiuntivi. Ma la discriminazione è abbastanza sentita anche all?interno di una struttura sanitaria. Mentre gli infermieri chiedono a gran voce un minimo aumento salariale c?è chi, come i dirigenti sanitari (o meglio, i manager sanitari) guadagnano cifre da capogiro (100-200 mila euro di soldi pubblici) per la propria attività di direzione e coordinamento. Uno smacco. E? saputo che un buon ospedale è costituito essenzialmente da buoni infermieri e da buoni medici e che senza questi l?attività di assistenza e di cura, fornita con il cuore, con la preparazione e con il sorriso, non avrebbe senso. Ma questo è un altro discorso.

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