Alcuni giorni fa, i soci della Cerere Srl, pastificio interessato all?acquisto dello stabilimento Barilla di Matera, sono stati indotti a firmare una proposta irrevocabile di vendita delle proprie quote alla ditta F.lli Tandoi.

Il corrispettivo della cessione sarebbe quello nominale quale risulta dalle scritture contabili al 31/12/2004. Se così fosse le quote sarebbero soggette alla eventuale riduzione di cui all?art.2482 c.c., in caso di perdite di esercizio superiori al 30% del capitale sociale. La stipula dell?atto di cessione è, comunque, subordinata ad un nulla osta alla vendita delle quote alla ditta Tandoi, rilasciato dall?Autorità Amministrativa che ha concesso 12 miliardi di lire di contributo sulle spese sostenute dalla Cerere. I soci cedenti, inoltre, dovrebbero ottenere la proroga di un anno alla entrata a regime del complesso industriale Cerere che scadrebbe il 31/12/2005. Inoltre, dovrebbero sfiduciare il Consiglio di amministrazione ed il Collegio sindacale in carica, neutralizzare il diritto di prelazione degli altri soci e le prestazioni accessorie previste dal?art.16 dello statuto. Manca solo a questo punto, l?obbligo di fornire la luna nel pozzo. Se tutte queste condizioni non saranno rispettate, come è certo, a meno che non si stravolga il codice civile e lo statuto, l?atto di cessione non potrebbe stipularsi. Ma perché tanto accanimento contro la ?Cerere?, una società di agricoltori che hanno un proprio programma e obiettivi che interessano lo sviluppo economico e sociale delle aree interne della regione? Per una risposta si possono fare solo delle ipotesi. La prima è che chi acquista la Cerere acquisirebbe indebitamente un contributo di 12 miliardi di lire concesso alla società per i particolari obiettivi perseguiti, in deroga alle vigenti disposizioni che fanno divieto di incentivare l?industria molitoria. A leggere quanto si pubblica, l?altro obiettivo sarebbe quello di servirsi della Cerere per risolvere il problema Barilla. Su questo problema si è innescata una complessa speculazione che avrebbe come obiettivo finale la demolizione del pastificio e la costruzione di un grande complesso edilizio. Se questo è l?obiettivo finale di una manovra speculativa, non rimane che prenderne atto. Resterebbe il problema dell?occupazione del personale del pastificio Barilla.

Su questo punto la Cerere avrebbe già esposto in alternativa un proprio progetto. Lo stesso riproposto dalla ditta Tandoi con obiettivi solo speculativi riscuotendo ogni possibile appoggio da qualche banca, da organi istituzionali e da esponenti politici che, senza volerlo incoraggiano e sostengono la politica del ?cuculo?, messa in atto dei confronti della Cerere a scapito degli agricoltori e di quanti con me hanno lavorato per costruire il ?nido?. Si ripeterebbe a questo punto la solita storia: arriva un industriale, promette mari e monti, occupazione senza limiti, riscuote ingenti contributi e dopo qualche anno abbandona tutto. Non è il caso di riconsiderare la proposta Cerere che muove dal presupposto che la filiera azienda agricola-molino-pastificio è in grado di svolgere un?attività sperimentale, sebbene incompleta? Perché non chiedere alla Barilla di trasferire a Matera il proprio pastificio sperimentale che da Foggia dovrebbe migrare verso Parma?

Attraverso questa operazione, resterebbe nel Mezzogiorno una preziosa struttura sperimentale, si completerebbe con altre due linee il pastificio della Cerere e si darebbe spazio all?occupazione degli operai licenziati dalla Barilla. Se poi bisogna mantenere in attività il pastificio Barilla, o demolirlo per farne una vasta area edificabile è un problema questo, tutto da risolvere. Quali garanzie sono state offerte dalla ditta Tandoi sbarcata a Matera per salvare il pianeta pasta? Sono domande alle quali difficilmente oggi si può rispondere ma, considerando l?intricata vicenda sarebbe sbagliato da parte nostra tacerne le ?oscure manovre?, se non altro per diritto di cronaca e perché no, tentare di aiutare i lavoratori dello stabilimento Barilla di Matera.

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