Una delle attivitá piú emotivamente cariche cui occorre adempiere nelle lunghe giornate tulcanensi, é ? come giá raccontavo tempo fa ? quel lavoro di discreta intrusione nella vita dei poveretti che popolano quest?ufficio per disperati: in altre parole, le visite domiciliari.

In nessuno altro caso é possibile avvicinarsi con tanto attendibile realismo alle storie umane che si nascondono dietro i visi a volte assenti, a volte pacificamente rassegnati al loro destino, altre volte rabbiosi o sereni o pieni di paura.
Questa settimana mi é toccata in sorte una visita cosiddetta di proseguimento, ovvero una missione esplorativa nel domicilio privato di turno, al fine di verificare lo stato economico e psicologico dei componenti la famiglia, e poter cosí valutare la necessarietá o meno di approntare ulteriori strumenti di aiuto.

Nel caso specifico, si trattava di verificare le condizioni abitative di questa famigliola colombiana, formata da madre padre e 5 figli d?etá compresa tra i 14 e i 5 anni. L?ingresso economico della famiglia ammonta, nei mesi fortunati, a 48 dollari, dei quali mensualmente 30 sono da destinare all?affitto dell?umile casetta dove vivono, e 6 servono per pagare la retta scolastica dei 5 pargoletti. A conti fatti, la rimanenza destinata a soddisfare il resto dei bisogni primari dei sette abitanti della casa, tra cui prioritariamente l?alimentazione, difficilmente supera la decina di dollari per l?intero mese.
La casa consta di due stanzette ed una cucina, due lettini in tutto, non un tavolo né una sedia, una montagnetta di patate come unico alimento, ed un piccolo televisore adorato come un totem dai bimbi festanti e mostrato fieramente come unico vezzo dai genitori.
I visi dei padroni di casa, che con un intimo senso dell?ospitalitá mi guidavano nel breve tour, non tradivano il minimo imbarazzo o la minima disperazione per una condizione di disagio cosí evidente.
La signora, che per un periodo aveva provato a contribuire all?economia domestica, aveva alla fine deciso di abbandonare il lavoro, perché spaccarsi mani e schiena lavando panni 10 ore al giorno, in un consorzio, dove non aveva il diritto di mangiare quotidianamente se non ? per contratto!! – una patata medio piccola, ed in piú per due dollari di paga giornaliera, non erano condizioni accettabili neanche in una situazione tanto disperata.
La visita domiciliare era scattata all?indomani di un giorno piuttosto triste, per la famiglia, ma anche per noi dell?ufficio. Il giorno precedente, infatti, ci avevano comunicato in via definitiva il dettato della sentenza che concludeva la causa intentata dal signore e patrocinata da noi, contro il piú ricco dei signorotti locali.
I fatti su cui il giudizio verteva erano questi: nell?ultimo anno, il sollecitante di rifugio in questione, signor Domingo, aveva trovato lavoro presso la tenuta agricola del benestante cittadino.
Oltre a possedere ettari ed ettari di terra, il signorotto annoverava e continua ad annoverare tra le sue proprietá numerosi edifici (non appartamenti, edifici!!) ed una casa di cambio.

Il prezzo concordato per le 12 ore quotidiane di lavoro manuale prestato senza risparmio si aggirava allora sui 120 dollari mensili.
Alla fine del?anno di lavoro, con un incomprensibile decisione, il padrone decideva peró di non pagare al povero contadino gli ultimi 4 mesi di duro lavoro, 480 dollari che gli avrebbero dato un pó di respiro.
Il signor Domingo si rivolgeva quindi all?ufficio, per decidere infine, insieme, di intentare causa contro l?avaro padrone tramite la Defensoria del Pueblo, che é quell?ente pubblico deputato a difendere in giudizio i poveracci.
Nonostante la palese ragione del piú debole, tuttavia, a causa del denaro del ricco avvoltoio, in grado di pagare l?avvocato piú potente della cittá (che notoriamente da anni ha corrotto tutto il personale del tribunale e tutte le cause) abbiamo malamente perso la causa, e ci é toccato faticare per rientrare delle spese legali a nostro carico.
Quello che piú mi stupisce, in tutta questa storia, é che la gente del luogo pare essere completamente rassegnata e direi quasi indifferente di fronte ad avvenimenti come questi.
L?insopportabile ingiustizia che ne deriva pare non lasciare tracce di delusione o rabbia. É? come se non vedere rispettati i propri diritti basici fosse quanto di piú normale puó succedere.
Io non posso reagire come loro.
Non riesco a celare la rabbia, l?incredulitá, la delusione.
Ho fatto l?impossibile affinché il caso fosse presentato al consiglio degli avvocati, ma anche lí ? mi dicono ? é ben difficile che si giunga ad una desisione che non tenga in imparziale conto le parti in causa.
Ad ogni modo, anche quest?altra trafila é iniziata, e non ci resta che aspettare, sperando che, per lo meno sotto forma di eccezione, i principi della giustizia questa volta almeno abbiano la meglio.
Questo é. In latinoamerica funziona cosí.

E ció detto… a presto miei cari, sperando di cuore che sia con notizie migliori.

Un?ultima breve cosa: prima di lasciarvi, sento di dovere solenni scuse per il ritardo di questa settimana a tutti coloro che mi seguono con interesse e continuano a scrivermi con puntualitá e dedizione.
Iniziate a diventare importanti!
Grazie a tutti, davvero!

Marica

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