Questa settimana, l?agenda di lavoro della Pastoral Fronterizia di Tulcàn-City prevedeva, tra le altre cose, un ?Taller di Capacitaciòn?, rivolto alla popolazione della frontiera nord, a cavallo tra Ecuador e Colombia, organizzato in coordinamento con le istituzioni di frontiera colombiane e con l?UNCHR della vicina provincia.

Si tratta di una sorta di seminario, teso a promuovere l?autosviluppo delle comunità di confine, tramite lezioni partecipative, lavori in gruppo e diffusione d?informazioni pratiche sull?accesso a taluni servizi basici.
Il luogo individuato per lo svolgimento del taller (scelto per favorire l?afflusso di rappresentanti delle diverse realtà esistenti nella zona) si trova a poche decine di km ad Ovest di Tulcàn, ma per raggiungerlo occorrono 4 ore e vi accede tramite una strada non asfaltata che si snoda tra Ande e valichi, costeggiata da una vegetazione abbondante, seppur bassa e monocolore, manifesto inoppugnabile del clima pungente ed umido proprio di quella altitudine.
Una volta sopravvissute al viaggio, io e la mia collega Dalila (ma qui si usa il termine compañera, che mi piace molto di più), siamo quindi scese ? dopo un paio di controlli di polizia ? in questo paesino dall?apparenza amena, che conta 1000 anime delle quali non s?intravede la presenza.
Al posto del cartello che dice ?Benvenuti a Maldonado del Carchi?, una cascata altissima ti introduce nella strada principale, nonché l?unica, del villaggio .
Nel piccolo cuore del piccolo borgo, accanto alla piazza centrale, ad una trentina di metri più in là, scorre un fiume, abbastanza stretto. L?altra riva del fiume è già territorio colombiano.
Arriviamo che è quasi buio. Una volte scese le tenebre, Maldonado si trasforma in un posto oltremodo inquietante.
Nebbia tutt?intorno, tra la vegetazione dall?aspetto subtropicale nonostante gli oltre 1000 metri, pioggia non fitta ma incessante.
Case come baracche, cresciute sparse come funghi.
Vocii in lontananza, latrati di cani, beccarsi di galline, sottofondo d?insetti d?ogni tipo. E imperioso, tumultuoso, lo scorrere dell?acqua, da ogni direzione.
Una volta in camera, tanfo di chiuso e di umido da grotta profonda, scarafaggi di varia misura sul letto, stormi di farfalle contro i vetri, i muri, le lenzuola.
In giro ? alle 8 di sera ? nessuno. Neanche una sola persona, nè una caféteria aperta nè uno dei tipici negozietti sparsi ovunque e forniti di tutto con le serrande alzate.
La prima notte è stata non placida ma affascinante, comunque all?insegna della suggestione ? a conferma del potere che è in grado di esercitare la forza selvaggia della natura.
Iniziato di buon?ora il mattino seguente, al taller hanno partecipato oltre trenta persone ? un grande successo di affluenza rispetto alle più ottimistiche previsioni, davvero!
C?erano persone provenienti dai villaggi tutt?intorno, chi dalla Colombia chi dai paesini più spostati verso l?interno, oltre ai rappresentanti delle comunità indigene Awa, organizzate in federazione, che rappresentano l?unica etnia indigena presente nella provincia del Carchi.

Le due giornate di lavori hanno previsto vari interventi.
Dalle procedure per richiedere documenti personali ai procedimento per sollecitare rifugio; dalle attività di coordinamento e assistenza umanitaria svolte dalla Pastoral Fronteriza, alla possibilità per le donne di organizzarsi in comunità per partecipare a progetti di microcredito.
Inoltre, alcune lezioni hanno tentato di promuovere le periodiche campagne di cedulaciòn (che facilitano l?accesso ai servizi anagrafici degli appartenenti alle comunità indigene, che nella maggior parte dei casi non posseggono alcun documento).
Oltre ai momenti strettamente didattici, il programma del taller ha previsto dibattiti plenari, lavori di gruppo, riflessioni educative per il controllo della corruzione, momenti di confronto e spazi liberi ove ognuno poteva raccontare la propria esperienza. Nessuno aveva timore o vergogna di parlare di sè, dalle persone più umili a quelle mediamente erudite. Ognuno di loro manifestava a parole e sorrisi l?amore per la propria terra, la fiducia nel futuro, la volontà di migliorare le proprie condizioni di vita, la gratutudine per il nostro lavoro. È stato molto bello. Davvero molto bello.
È incredibile quanto questa gente è in grado di darti, ed è incredibile che ? giorno dopo giorno ? ti rendi conto con crescente chiarezza che quello che riceverai, durante questo intenso anno di volontariato, sará in ogni caso inimmaginabilmente di più di quello che mai riuscirai a dare e a fare, nonostante l?impegno, la dedizione e il tempo quotidianamente impiegati.

Ciò detto, vi saluto miei cari amici virtuali, e nel salutarvi vi confesso che spero di ricevere tante vostre lettere, visto che ? ve lo assicuro ? risultano infinatamente utili, quando a dividerti da casa sono migliaia e migliaia di kilometri di oceano.

Marica

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