Artigianato in Italia: il primato del Centro-Nord. Le imprese artigiane rappresentano, escludendo il settore agricolo, ben il 35,3% delle unità produttive attive in Italia. Nel terzo trimestre del 2004 il numero complessivo delle imprese artigiane (al netto delle cessazioni e comprensive del dato relativo alle nuove iscrizioni) risulta pari a 1.456.675 unità. Sempre per il periodo preso in considerazione, emerge che il settore di maggior concentrazione delle attività artigiane è costituito dalle costruzioni (35,38%), segue il settore della piccola industria che si attesta al 30,52% del totale. Le restanti imprese si distribuiscono in proporzioni poco più che residuali negli altri settori. Il dato più esiguo è da riferirsi al settore produzione energia elettrica e acqua calda (0,01%), seguono pesca e pescicoltura (0,02%), intermediazione monetaria e finanziaria (0,02%). Per quanto riguarda la distribuzione geografica delle imprese sul territorio si conferma, lo scenario tradizionale: un’assoluta concentrazione delle imprese nell’area del Nord (il 54,23% del totale), con una leggera prevalenza di imprese nel Nord-Ovest (440.625 unità) rispetto al Nord-Est (345.035 unità). Seguono Sud e Isole con un dato complessivo di 376.450 imprese artigiane iscritte e il Centro con 286.640 unità all’attivo. Considerando poi il numero di imprese per regione la Lombardia si attesta prima in graduatoria con 263.198 unità attive, seguono il Veneto con 145.128 unità e l’Emilia Romagna con 143.710. Se si pondera il dato regionale relativo al numero delle imprese attive con la numerosità della popolazione residente si esaspera maggiormente il ruolo del Centro-Nord e si produce un importante ridimensionamento circa la vocazione artigianale del Sud e delle Isole. L’indice di artigianalità regionale vede quindi l’Emilia Romagna come la regione ad artigianalità più spiccata, seguita da Marche, Valle d’Aosta, Toscana, Veneto e Piemonte. Lazio, Sicilia e Campania sono le regioni meno artigianali. Le regioni del Centro Italia – più analiticamente le regioni della dorsale adriatica ad esclusione del Lazio – sono quelle che assorbono una quota più consistente, in termini di numerosità aziendale, di imprese artigiane; tale dato è da ricondurre alla presenza in queste aree di una maggiore “distrettualizzazione”, oltre che ad una maggiore propensione alle attività artigianali nel corso della loro storia.
Artigianato e occupazione. In termine di occupati e limitatamente ai dati disponibili relativi all’anno 2001 la capacità di assorbimento di forza lavoro appare più omogenea fra le varie regioni italiane con tassi compresi fra il 19% della Lombardia e il 30% della regione Marche; il dato appare fortemente al di sotto della media nazionale (20,7%) per le regioni Lazio e Campania con tassi di occupazione sul totale degli occupati rispettivamente al 10,9% e al 13,5%. È da evidenziare il fatto che, in merito all’artigianalità della forza lavoro ed in termini percentuali, è meno evidente il divario Nord/Mezzogiorno, con l’affermarsi, nella graduatoria relativa all’incidenza di “occupazione” di natura artigianale medio-alta, di regioni come Molise, Sardegna, Puglia, Basilicata e Calabria. Regioni quali Trentino, Piemonte e Lombardia, pur mantenendo il primato in termini di numerosità di imprese artigiane, avrebbero un tasso di occupazione artigiana inferiore. La ragione di ciò è tuttavia di natura meramente statistica, in quanto il dato sarebbe mitigato da quote di occupazione non artigiana notevolmente superiore rispetto alle altre regioni. Per quanto riguarda la natura giuridica le imprese artigiane sono costituite nella grande maggioranza dei casi in imprese individuali (1.143.916 le imprese individuali attive alla fine del terzo trimestre), ragione sociale che denota un intrinseco ancoraggio ad una dimensione d’impresa piccola e micro. Tuttavia i dati registrano un buon incremento delle imprese che scelgono di costituirsi nelle forme delle società di capitali (+5,9% nel trimestre, contro un incremento delle imprese individuali di appena lo 0,58%), soprattutto per quanto concerne le imprese del Nord.
Solo l’edilizia in crescita. Nel terzo trimestre 2004 le imprese artigiane iscritte nel Registro delle imprese sono aumentate di 7.985 unità, una crescita in termini percentuali dello 0,55% rispetto al trimestre precedente; questo dato è in linea con l’incremento del numero di imprese registrato nei due trimestri precedenti (II trimestre: +0,55%). Tuttavia è evidente un rallentamento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (2003) quando il saldo percentuale era di +0,65%. Il settore traino del comparto, relativamente alla crescita è costituito dall’edilizia (che contribuisce all’incremento trimestrale dell’intero comparto con un rilevantissimo 88%), unico settore realmente in crescita. Gli altri settori invece risultano in stagnazione con una propensione di crescita estremamente bassa, o addirittura vicina allo zero: al netto dell’incremento del settore edile infatti l’intero comparto è cresciuto appena di 933 imprese, che rappresentano in termini percentuali lo 0,03% della crescita. Anche il settore manifatturiero riflette questa tendenza: pur catalizzando ben il 30% di tutte le imprese artigiane, nell’ultimo trimestre si è attestato su saldi di crescita vicini allo zero (+0,05%). Addirittura negativi risultano essere i dati relativi alle attività nel commercio e nella riparazione dei beni personali e per la casa che perdono 653 unità, pari a -0,50% sul dato complessivo. Positivi, se pur timidi gli incrementi per quel che concerne i servizi alla persona e i servizi nell’informatica (+466 imprese, 0,75% il tasso di crescita trimestrale) e le imprese di trasporto e magazzinaggio (269 unità in più).
Donne e artigianato. Nel 2004, una quota crescente del bacino imprenditoriale è costituito da donne, che raggiungono le 880.000 unità; di queste ben 420.000 sono artigiane e costituiscono il 48% sul totale delle imprenditrici italiane contro un 40% degli imprenditori-uomini artigiani sul totale degli imprenditori uomini. Il dato più evidente nel riferire la vocazione femminile dell’artigianato italiano è quello che riguarda regioni quali la Lombardia (80.000 imprenditrici artigiane, l’86% delle donne titolari d’impresa nella regione), l’Emilia Romagna (50.000 imprenditrici artigiane, l’83% del totale riferito all’imprenditoria femminile); dato fortemente significativo è quello della Calabria dove le artigiane raggiungono il numero di 30.000 imprenditrici pari a oltre il 90% del dato riferito alla totalità delle donne impegnate in attività d’impresa.
L’accesso al credito: un elemento di criticità per le imprese artigiane. Le ragioni delle criticità rilevate nel comparto artigiano sono molteplici e accomunano tutte le Pmi. Le imprese riconoscono principalmente come ostacoli alla crescita tre fattori: a) una domanda insufficiente; b) ostacoli di carattere fiscale; c) gli oneri finanziari; più limitata appare invece la percezione di difficoltà legate alla struttura del mercato del lavoro. Innegabilmente, fra i vincoli alla crescita, uno dei principali è costituito dalla difficoltà di accedere al credito da parte di questi soggetti, uno svantaggio competitivo notevole che non consente un congruo finanziamento degli investimenti; le imprese di dimensioni minori sono pressoché dipendenti dal credito bancario ordinario, per di più con un ampio ricorso al così detto pluriaffidamento (ossia l’accensione di fidi multipli della medesima impresa presso più banche creditrici). Tale situazione, se da un lato consente un virtuoso frazionamento del rischio d’impresa per le banche, dall’altra implica che spesso le imprese affidate non operino con criteri di accesso al credito prudenziali, esponendosi spesso ad eccessivo indebitamento e producendo squilibri di ordine economico-finanziario di cui è difficile che gli stessi imprenditori possano avere il polso, dal momento che molte micro imprese si avvalgono di un regime contabile semplificato.
Il pluriaffidamento inoltre implica un disincentivo a un rigoroso monitoraggio e controllo del merito del credito dell’impresa affidata da parte della singola banca creditrice. D’altra parte è noto che, sotto il profilo del costo del finanziamento, le imprese più piccole, con una esigua capacità contrattuale, operano sostenendo oneri maggiori rispetto alle imprese più grandi. In particolare, nel corso del 2003 la quota dei finanziamenti destinati alle piccole e medie imprese è stata pari, limitatamente ai primi due trimestri, al 46%, mentre il restante 54% è stato destinato alle grandi imprese; l’artigianato ha ricevuto mediamente il 7,5% dei finanziamenti, con una leggera prevalenza dei finanziamenti al Nord (8,1%) rispetto al Centro-Sud e Isole (7%). Le province in cui il costo del denaro è inferiore sono tutte nel Centro-Nord; nel Centro-Sud si concentrano province in cui il costo dell’accesso al credito è nettamente superiore. Il dato nazionale relativo al tasso d’interesse sui finanziamenti a breve termine (al 31 dicembre 2003) si attesta sul 5,08%; Bologna è la provincia in cui il costo del denaro è inferiore (solo il 4%), seguita dalla provincia di Milano (4,18%) e dalla provincia di Bolzano (4,51%); mentre a Vibo Valentia gli affidamenti a breve termine hanno un costo stimato attorno all’8,36%, preceduta dalla provincia di Isernia (8,31%) e dalla provincia di Reggio Calabria (8,21%). Tali dati rivelano che, oltre ad una sperequazione in fatto di accesso al credito relativamente alla dimensione aziendale, vi è un forte divario anche fra le piccole e medie imprese che localizzano le proprie attività al Nord piuttosto che al Sud.
La sproporzione è ancora evidente se si prende in considerazione la numerosità degli sportelli bancari. È Trento la provincia italiana dove si concentrano maggiormente gli sportelli (numero sportelli/numero imprese x1.000 = 10,43), mentre ancora una volta sono le province del Sud e delle Isole a evidenziare tassi di presenza assai inferiori. Crotone è la provincia italiana con la minor presenza di sportelli in rapporto al numero di imprese: appena un quinto della presenza nella provincia di Trento (2,67). Altro rilevante impedimento alla crescita è costituito dall’estrema polverizzazione delle imprese sul territorio; ad eccezione delle realtà distrettuali, il tessuto produttivo delle piccole imprese appare estremamente atomizzato. Le piccole unità, in particolare, operano in un contesto geografico estremamente limitato e vivono in una prospettiva fortemente concorrenziale il mercato locale; una sorta di “lotta fra poveri” la cui logica potrebbe essere facilmente scardinata, ad esempio, con la messa in moto di processi virtuosi di cooperazione territoriale.
L’universo delle aziende artigiane europee. Il 99% delle imprese europee (extra-agricole) rientra nella definizione di piccola impresa (dati del 2000); ben il 93,2% è costituito da imprese con meno di 9 addetti, il 5,8% avrebbe dai 10 ai 49 addetti, lo 0,8% raggruppa le imprese che hanno dai 50 ai 249 addetti e appena lo 0,2% è definito come grande impresa.
Le imprese artigiane costituirebbero quindi circa il 25% del totale delle piccole imprese extra-agricole, con circa 5.000.000 di unità. Tuttavia questo dato appare fortemente sottodimensionato dal fatto che alcuni paesi, ad esempio la Spagna, adottano una legislazione fortemente restrittiva in termini di definizione di impresa artigiana, escludendo di fatto dalle statistiche un consistente numero di imprese dotate comunque di forte connotazione artigianale; inoltre in alcuni paesi non esiste una definizione di impresa artigiana.
L’Italia è il paese con il più alto numero di unità afferenti a questa tipologia, con la più alta partecipazione dell’artigianato alle esportazioni totali tra i paesi dell’Ue e al secondo posto per la partecipazione dell’artigianato alla formazione del Pil (12,4%) dopo il Lussemburgo, il cui dato però appare trascurabile in termini assoluti e in cui l’artigianato concorre alla formazione del Prodotto Interno Lordo sviluppando il 15% dell’indotto. Anche sul versante delle esportazioni l’artigianato appare fortemente caratterizzante in Italia, concorrendo a costituire ben il 16% delle esportazioni nette dell’anno 2000.

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