I dati del World Economic Forum.Un campanello di allarme che ha avuto grande risonanza è quello del rating elaborato dal World Economic Forum nell’ottobre del 2004.
L’unico risultato in comune tra le più autorevoli forme di rating riguarda il peggioramento della nostra posizione competitiva tra il 2003 ed il 2004. La valutazione fornita dal Forum per l’insieme dei fattori considerati ci colloca al 47° posto preceduti da tutti i paesi europei (inclusi i nuovi paesi membri del Centro Europa) e persino dal Botswana. Secondo le percezioni del Forum i fattori più gravi della nostra declinante competitività risiedono in una Amministrazione insufficiente, in infrastrutture inadeguate e in normative sul lavoro troppo rigide.
Ma ci sono rating meno severi. La Heritage Foundation elabora un particolare Index of economic freedom assai più benevolo con noi classificandoci al 26° posto. Siamo classificati al 26° posto, con distacchi in punteggio totale che non sono drammatici, ma che forse sono troppi indulgenti rispetto al dato reale del quale tutti siamo preoccupati. Come paese siamo penalizzati nella qualità della regolazione per il carico fiscale in particolare. Il “rischio paese” in senso globale ci attribuisce la lettera B che si colloca tra la lettera A per i paesi a minore rischio e la lettera E per i paesi a massimo rischio. In termini numerici fatto, 100 il massimo di rischio noi siamo collocati a livello di rischio 32. Assumendo 10 come massimo valore dell’indice globale, ci viene attribuito il punteggio di 7,41. Su 60 paesi con tale valore, siamo collocati al 26° posto tra 60 paesi e al 15° sull’Europa a 17 paesi.
Competitività e fiscalità in Italia. Dal notiziario fiscale dell’Agenzia delle Entrate, rileviamo una serie di dati di estremo interesse riguardanti la riduzione delle tasse. Il prelievo del fisco sui ricavi delle imprese, dice l’Agenzia, ha fatto registrare nel corso del 2004 “un piccolo primato”: l’aliquota media dell’area Ocse è scesa al di sotto del 30% fermandosi a quota 29,96. È infatti la prima volta che le imposte sulle aziende dei paesi membri dell’Ocse scendono sotto la soglia del 30%. Per il lettore italiano sarà sorprendente apprendere che in questo intervallo di tempo nel nostro Paese la pressione fiscale sulle imprese si è ridotta di 16 punti. Ma c’è chi ha fatto di più e meglio di noi. L’Irlanda, per esempio, ha ridotto la pressione sulle imprese di 25,5 punti e nel 2004 il suo livello di pressione è del 12,5%. L’Italia è discesa dal 53,2% al 37,2% e, come appare chiaro, al 2004 si colloca tra i paesi a maggiore pressione fiscale sulle imprese. È interessante anche notare che, malgrado le molte voci in contrario, negli Stati Uniti la pressione fiscale sulle imprese resta stabile intorno al 40%.
C’è poi un altro dato che può essere giudicato positivamente. Il gettito complessivo delle Corporate Tax tende ad essere costante da almeno un ventennio intorno all’8,8%, nei diversi paesi dell’area Ocse. La spiegazione più attendibile è che al calare dell’aliquota di prelievo corrisponde un allargamento della base imponibile. In realtà non c’è da attendersi nessun miracolo lavorando intorno alla sola variabile fiscale. Ma è certo che soprattutto da una sana struttura di norme (quelle sottese ai rating), deriva la possibilità di crescita dell’economia che è il presupposto dell’allargamento della base imponibile.
Il melodramma italiano sulla competitività: molte ansie, qualche proposta positiva, scarsa capacità di realizzazione. In linea generale un solo risultato è stato ottenuto, quello di aumentare il livello di preoccupazione di tutti i soggetti istituzionali, politici e sindacali intorno alla gravità della malattia che, senza misure drastiche, è destinata a marcare ulteriori peggioramenti.
In genere c’è consenso intorno alla necessità di investire in innovazione anche se subito riappaiono profonde diversità sul come investire (il problema delle risorse pubbliche e private, il problema di definire priorità, quello della collaborazione tra scienza ed impresa e del collegamento degli incentivi ai risultati delle azioni di innovazione). Si concorda sulla necessità di arrivare a gestioni flessibili, di cui è parte anche il processo di gerarchia delle decisioni, e la stessa politica di mobilità soprattutto nel mercato del lavoro, delle professioni e delle conoscenze. Infine è generale il consenso intorno alla struttura ed ai contenuti della formazione, destinata tanto a creare sinergie con la dinamica tecnologica ed organizzativa, quanto alla capacità di intendere le prospettive culturali e politiche che si generano in particolare negli spazi esterni ai confini delle economie nazionali. Molte analisi ritengono che il nostro gap di competitività sia imputabile alla mancanza di sinergia tra risorse umane e dinamica dei cambiamenti tecnologici, organizzativi delle conoscenze e della gestione delle informazioni.
I problemi aperti: si accresce la competitività nella Ue. Nell’Europa a 15, tra il 2002-2003 il tasso annuo di crescita è stato intorno allo 0,8%. Nei Paesi Baltici i tassi di crescita superano o sono appena al di sotto del 5% annuo. Seguono la Slovacchia 4% e la Polonia 3% con l’Ungheria appena sotto il 3% e Repubblica Ceca, Slovenia e Cipro al 2%. Gli investimenti diretti per abitante si intensificano a Cipro, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia. Le economie più controllate da capitale straniero sono quelle dei Paesi Baltici, della Slovacchia, della Repubblica Ceca. Il ritorno economico sugli investimenti nel settore bancario appare elevato in Slovacchia (29%) con la Polonia, al limite inferiore con tassi del 7%.
Nel 2003 la produttività dei 4 paesi del Centro Europa più industrializzati, rispetto al 100% della media europea, varia tra il 50% della Polonia e il 64% dell’Ungheria. Il costo del lavoro per unità di prodotto varia dal 36% della Polonia al 52% della Slovenia. Le imposte sul reddito delle imprese sono altamente competitive. Polonia e Slovacchia sono al 19%, l’Ungheria al 16%, l’Irlanda al 12,5%, Cipro al 10%. Per ora possiamo dire che la competitività di cui siamo capaci non va oltre quello “zero virgola 8” che è la più indiscutibile misura delle nostre attuali capacità.
I problemi aperti: la competitività a livello di impresa. L’obiettivo delle imprese europee in tema di competitività è quello di superare la competitività degli Stati Uniti in 10 anni secondo le decisioni del Consiglio Straordinario della Ue a Lisbona nell’anno 2000. La situazione del sistema manifatturiero italiano, motore degli ultimi decenni dello sviluppo del paese, appare in difficoltà. Sia per la frammentazione delle imprese sia per il ritardo passato nella introduzione di innovazioni strategiche. I dati dicono che nel settore manifatturiero, in Italia, è occupato il 22% delle forze di lavoro contro una media del 19% nei paesi europei. È un dato confortante solo a metà. Il maggiore livello occupazionale potrebbe essere l’indicatore del divario di competitività delle imprese italiane.
Competitività e crescita in un documento di Confindustria, Cgil, Cisl e Uil. Il problema della competitività sta scuotendo anche le opinioni delle grandi organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori. Che sia una preoccupazione reale è dimostrato dal fatto inedito, per il quale le parti hanno sentito il bisogno di esprimersi in un documento comune. In comune riconoscono che una bassa produttività del lavoro (addirittura in regresso), si associa ad un tasso di attività (57%) che è in coda all’Ue a 15 paesi. Non può sorprendere, pertanto che il lavoro sommerso tenda ad ampliarsi piuttosto che a restringersi e che le disparità regionali mantengano uno squilibrio inaccettabile all’interno del Paese. L’accento sulla innovazione e la ricerca è molto forte. Si auspica una cultura dell’innovazione che abbia al suo centro un rapporto positivo tra Università ed imprese. Si auspica che il Paese sia in grado di attirare capitale finanziario e capitale umano per la ricerca e l’innovazione. Forse si intende anche attirare capitale e risorse straniere anche se non esplicitamente detto. Si riconosce che le forme di incentivazione debbano essere sostenute non solo da un giudizio programmatico sulle priorità ma anche da una semplificazione amministrativa. Come si vede, almeno in sede di analisi si ritiene che la strumentazione amministrativa debba essere al servizio degli obiettivi e non viceversa, come, sia pure nel settore del fisco che abbiamo più sopra rilevato. Eguale discorso appare per il Mezzogiorno, ove il problema principale è quello di attirare nuove iniziative produttive. Il capitolo sul Mezzogiorno risulta insufficiente perché fa troppo leva sulla strumentazione del passato e non si sforza di trovare modalità nuove. Trascura persino quelle novità, che sono implicite in alcuni strumenti amministrativi, che non hanno funzionato quali lo Sportello Unico, i Patti territoriali, i contratti d’area, ecc. Una decisa presa di posizione si rende necessaria perché strumenti amministrativi equivalenti possano funzionare perfettamente come ad esempio in Irlanda, in Spagna e persino in Francia oltremodo gravata da regolazioni amministrative. In poche parole, sarebbe stato necessario indirizzare il peso dell’organizzazione intorno ad una “demolizione” di carichi ed adempimenti procedurali che sono la vera causa dell’impossibilità di raggiungere finalità legislative quanto mai importanti e decisive.

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