Le poesie di Scotellaro si muovono parallelamente lungo due binari: uno si lega ?all?intimo? (aspirazioni personali, illusioni), l?altro alle istanze sociali, al realismo.
Nella sua poetica, anche le parole comuni acquistano un significato nuovo,originale ed insostituibile
che si armonizza con la costanza di un ritmo ben cadenzato: quello delle idee.

Come definire al meglio la vena poetica di Scotellaro?
Il poeta non è né propriamente ermetico né realista o neorealista; egli sperimenta una nuova strada: personalizza la ?levigatezza della tradizione?.
Riporto le parole di Barberi Squarotti contenute in ?Omaggio a Scotellaro? di AA.VV (1974):
?Alla letteratura può essere affidata la funzione significante di dare parola, nella forma più partecipe che si traduce nella mitologia del cuore, a un mondo, come è quello lucano, che non l?ha mai avuta, di farlo oggetto (sublime, non basso ovvero realistico; mitico e simbolico, non rispecchiamento più o meno fedele della condizione storico-geologica [?] di poesia, collocandolo così non alla periferia, sia pure polemica ed oppositiva della cultura nazionale, ma al centro nell?intenzione di obbligare a questo modo l?Italia intera a prendere atto dell?esistenza dei caratteri di quel mondo.
Per questo Scotellaro esaspera e porta all?estremo la letterarietà del suo discorso poetico ed usa rime (anche al mezzo), una metrica sapiente, calcolata negli accenti anche quando sembra più ?libera?, un movimento sempre rallentato, che tende ad una certa ieraticità o solennità, in rapporto preciso con l?elevazione a mito e a simbolo delle situazioni contadine, dei paesaggi e degli oggetti?.
Scotellaro si riferisce a contesti, situazioni e personaggi ben precisi e determinati, ma la sua poesia consente comunque, a ciascun lettore di trasferire nell?immaginario personale quel mondo contadino (e non solo) apparentemente tanto lontano da noi, ma sostanzialmente vicino:i problemi e le preoccupazioni di un tempo sono quelle di oggi sotto forme differenti.

?Cosa sarà di me??
?Cosa sarà di noi??

Questi sono i quesiti che si pone Scotellaro in ?Le tombe e le case?; non sono forse le domande martellanti che ci poniamo anche noi ogni giorno?
E le risposte?
Non esistevano un tempo e non esistono neanche oggi, né saranno date in futuro. Se per assurdo qualcuno riuscisse a rispondere sarebbe finita la nostra stessa esistenza.
L?essenza della vita consiste proprio nel vivere pienamente ciò che c?è per arrivare a ciò che si desidera ci fosse ( e magari ci sarà).
Sapere di percorrere un percorso già pronto, perfettamente definito spegne la nostra curiosità intellettuale e la dimensione utopica, anzi atopica della nostra mente.Quotidianamente viviamo la realtà, ma nello stesso tempo vagheggiamo luoghi che non ci sono, ci caliamo (almeno idealmente) in dimensioni che sono altro da noi, per provare anche a trovare probabili soluzioni ai problemi del nostro esistere.
Gli interrogativi del poeta nascono dalla sensazione che Dio si sia allontanato dall?uomo, abbandonandolo, nel momento della morte.
Ma nella ?Messa a lo Spirito Santo?, è evidente l?apertura del poeta alla fede cristiana, vista come rifugio, come consolatio.
La sua è una religione ?dei deboli?, non a caso Scotellaro si scaglia contro le gerarchie perché le vede esclusivamente dalla parte dei forti, ma si sente particolarmente vicino ai monaci, figli della povertà.
?I frati non furono un?esperienza negativa, lo capivo appena uscito, chiaramente se ero capace di sostenere il contegno davanti agli altri petulanti, prepotenti, se tra la folla ogni uomo con la sua faccia e il suo peccato, o con la sua bellezza, io dovevo rispettarlo come fratello?.

Scotellaro aveva trascorso un periodo della sua vita in convento, presso i Padri Cappuccini e, spesso gli tornavano in mente Padre Gregorio e le regole fisse di quegli anni trascorsi lì:
?sveglia, gettarsi a terra e baciarla, preghiera, pulizia, preghiera, studio, preghiera, colazione, preghiera, ricreazione, preghiera, lezione [?] ?.

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