Continua il tour di promozione del nuovo disco del gruppo del Parto delle Nuvole Pesanti, che mercoledì sera farà tappa a Potenza, in un atteso ritorno dopo il coinvolgente concerto al Radicifestival di Viggianello nel 2003. Il disco, che s?intitola semplicemente Il Parto, è un lavoro estremamente originale, di matrice etno-autorale, che sta ricevendo entusiastici consensi di critica, proiettando i musicisti calabro-emiliani verso un pubblico sempre più ampio.

Lo abbiamo ascoltato in anteprima per i lettori di Lucanianet. Il nuovo disco del Parto delle Nuvole Pesanti è il lavoro della maturità artistica e un tributo ai sommersi.

?E rimane il rumore sordo di un urlo mai fatto?. Quando sfumano le ultime note del nuovo disco del Parto delle Nuvole Pesanti si ha come la sensazione di appartenere veramente al mondo dei ?sommersi?, contrapposti – secondo una delicata definizione di un grande scrittore italiano – al mondo dei ?salvati?. Le ragioni sono profonde e per certi versi (anche) intellettuali ed emotive (ovviamente). Si stabilisce da subito con il suono, con le atmosfere e con le immagini evocate nel disco una strana solidarietà diciamo territoriale e di comune background culturale da fare dei tre musicisti calabro-bolognesi (Peppe Voltarelli, Salvatore De Siena e Amerigo Sirianni) i nostri fratelli maggiori che giocano con ironia, disincanto e maturità sui sentimenti ( ?che dicono tutto e non dicono niente?), sulle nostre antiche certezze ambientali, sul terronico sedimento ancestrale e retorico (la triade infallibile è: suoni, profumi, paranoia sociale) che in genere i gruppi di tendenza, nei percorsi indipendenti e ?impegnati?, tendono a rimescolare in tutte le salse fino ad essere, loro stessi, sotto-etichetta di un percorso già detto o esplorato da altri. La band del Parto invece, in questo lavoro ?rilassato? e distaccato, al termine di un lungo e ricercato viaggio verso l?essenzialità ha sfrondato testi e musica di tutti quegli appigli retroattivi e monocolori che ruotavano attorno a un?idea ormai statica e ripetitiva della tradizione musicale meridionale, cercando di cogliere piuttosto, secondo la lezione di Calvino, una sintonia tra il movimentato spettacolo del mondo (sempre quello del Sud in prima fila) e il ritmo interiore, quasi teatrale, picaresco e avventuroso di una scrittura personale più coraggiosa, persino gioiosa, che non si lascia più catturare ? per quanto la verità dei musicisti sia rivoluzionaria ? dai vecchi schemi di denuncia delle grandi escatologie (e scalogne) meridionali o dalle (sacrosante) insofferenze ideologiche. Tutto ciò ? e qua sta lo scarto pregevole di questo disco, che consegna questo gruppo di belle speranze, lontano dalle grandi promozioni pubblicitarie, degnamente ai palati fini della Nazione ? non è per nulla dimenticato ma si è sedimentato nel sound, nell?impasto linguistico, nelle collaborazioni di musicisti importanti (Paolo Jannacci, Claudio Lolli, Davide Van De Sfroos, ecc.) per cui conta più il punto d?arrivo, semmai gli strumenti d?interpretazione della realtà e non più quello di partenza, che si sa che è la nostra natura ormai metastorica e azzoppata di meridiani individui, folclorici a furia di dirci addosso le cose. Nell?arte come nella vita. E l?arrivo è un nuovo punto di partenza , proprio perché è fresco di curiosità e di scoperte sonore, di trovate originali, di contaminazioni non scontate (in Sono io l?imperatore tradizione lombarda e sarda giocano in un eclettico girotondo a metà tra tarantella e ?passu torrau?), di politiche evasioni – più convincenti, sul piano linguistico, della stucchevole ?militanza? di gruppi analoghi (si ascolti la marcetta quasi bandistica, col contrappunto siculo-gangster della tromba di Roy Paci, ne? Gli amici degli amici: sorridere ai consensi/ la luna nella giacca/ dietro ai vetri nelle stanze/ loro sono sempre pronti ad aiutare a riparare…).

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?I musicisti sono un?avventura tra la terra e il mare?, canta in questo nuovo lavoro il Parto su versi di Lolli, e in questa meridionalità ostentata con discrezione veniamo a far parte a pieno titolo del loro mondo sommerso di comuni interessi, orgogliosamente locale e morale, la loro tristezza è anche la nostra, così come ci toccano da vicino le loro amare riflessioni intimiste e il loro straniamento dinanzi a culture diverse e diffidenti. La musica che ci fanno ascoltare è un continuo rimando ai generi più in voga della nostra tradizione italica, certi pezzi ricordano Capossela, c?è un omaggio a Luigi Tenco (Ognuno è libero) e uno a Fabrizio De Andrè (La guerra di Piero), non a caso due irregolari e anticonformisti. Nell?arte come nella vita.

Significativa è questa loro tematica sull?emigrazione. Onda Calabra (in dochlanda) diventa un ritornello allegro che fa del calabrese in Germania una specie di Mino Reitano di seconda e terza generazione, non abbastanza moderno, non abbastanza feticcio di un dramma vissuto dalla prima, da essere semplicemente l?emigrante che si è integrato, e che ?sotto un cielo che non ride mai? non aspira ad alcun ritorno o ne disattende infiniti, come il contratempo che tiene su di giri il pezzo e che non lo farebbe smettere mai. E Peppe Voltarelli, cantante del gruppo, pare che si diverta in concerto ad interpretare questi brani, vestito come un musicista da balera di italiani all?estero, malinconico, goffo o ironico nella voce e nei gesti, nel sottolineare, i n un evocativo ossimoro e in contratempo appunto, un mondo ormai scollato dalla vera realtà globalizzata e in continuo movimento.

Per questo e per altri motivi legati alla loro evoluzione creativa del linguaggio e della pulitura musicale, crediamo al loro sincero messaggio musicale, ne apprezziamo il coraggioso percorso intrapreso che li ha allontanati dai ?due mari?, dalle sponde sicure della loro terra d?origine, dall?uso completo del dialetto nei testi, dall?indole punk. E? vero: non c?è più quella lingua che cantava ?i sogni bruciati al sole/ di donne belle forti / per accompagnare i figli al treno (Cantare), non c?è più quella raggia ?che ti fa rivoltare tutto dentro e ti trasa forte all?intra ?u sacramento?, non ci sono più le pompe di benzina nei deserti (di ideali e di voglia di riscatto) meridionali, adesso che si leva alto e più leggero il loro swing, tra mille sfu mature – ora colte ora popolari, sopra la melassa del passato. Vi crediamo veramente quando cantate che ?i musicisti sono un?occasione per giocarsi il mondo con emozione?, abbiamo bisogno di sogni in continuazione, di voci imperfette che sanno buttarsi nella storia, perché i sommersi posseggono solo questi mezzi per contrapporsi, nelle ?meccaniche terrestri?, ai salvati, a chi cade sempre in piedi, agli amici dei potenti, a quanti hanno sempre ricette come i dottori di Molière. Perché deve pur venire un giorno in cui butteremo fuori l?urlo mai fatto. O forse no. Non ci sembra più una prerogativa morale (e il che non significa un riporre le armi). Se è vero che siamo sommersi, ?il rumore sordo? è uno splendido ossimoro ricco di sfumature, che ci può far vedere la realtà in infiniti modi. E per fare ironia, quando ci pare e piace, dei monocromatici ?salvati?.

[Il Parto delle Nuvole Pesanti, Il Parto, Storie di Note, euro 14; www.partonuvole.com]

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