Un tempo su quella strada erano presenti botteghe artigiane che lavoravano la cera. Da decenni non ve n’è più nessuna, e solo il toponimo della via ricorda quell’antica attività. Parliamo di Via Cererie a Matera, dove oggi sorge l’ultimo pastificio della città, di proprietà Barilla. Fino agli anni settanta Matera vantava la presenza di ben cinque pastifici, fra cui Andrisani, Quinto, Padula. Non hanno retto la concorrenza dei più forti così negli anni ottanta la Padula, ultimo superstite, fu acquisito dal gruppo emiliano, che ottenne finanziamenti statali e cominciò a produrre pasta proprio in Via Cererie. Ma il destino di questa via non è quello di assistere alla scomparsa dei mestieri più antichi e gloriosi della città. E’ quanto affermerà con forza proprio oggi 9 novembre un corteo che muoverà dalla sede del pastificio e che giungerà sino in Prefettura, per chiedere un tavolo di trattative fra il gruppo alimentare e i sindacati. Come già riportato da altri due precedenti articoli comparsi su questo sito, infatti la Barilla ha deciso: entro un anno a Matera il pastificio chiude. Il corteo e lo sciopero odierno puntano ad aprire dei negoziati con la multinazionale per evitare la chiusura dello stabilimento, che oggi impiega 120 persone. Sembrerebbero esistere margini di manovra: spostare la produzione in una nuova struttura sempre a Matera, acquisizione da parte di società miste con controllo pubblico o ancora altre possibilità da vagliare. Purtroppo la verità è che è tutto nelle mani dei vertici Barilla. Non che producendo pasta a Matera loro non guadagnino. E’ che producendo pasta solo a Caserta e Foggia, guadagnano di più. Fra gli odierni stablimenti, qual’è il meno raggiungibile dai trasporti o il meno facilmente espandibile? E’ Matera, secondo loro.

Quindi, via da Matera. Al diavolo i secoli di storia della trasformazione del grano a Matera, la vocazione del territorio, decine di famiglie il cui unico stipendio viene dal pastificio, il tessuto sociale cittadino, i miliardi già presi dallo Stato, la disperazione di chi è troppo giovane per andare in pensione ma già troppo vecchio per avere una altro lavoro: tutto ciò vale esattamente zero nella loro equazione sulla produttività e sullo sviluppo aziendale. Da quarant’anni circa, con i nuovi stili di vita, abbiamo abbandonato il consumo di prodotti locali a vantaggio delle grandi produzioni industriali. Questo per un equivoco sul concetto di progresso, confuso con tutto ciò che è industriale, non-locale, in serie. Una diversa concezione di sviluppo di cui si è discusso anche circa l’ampliamento dell’ipermercato Venusio.

Questo centro commerciale sorge in prossimità dell’omonimo borgo sulla SS99 fra Matera ed Altamura. Realizzato nel 1999 dalla Fincomer con il nome di Ipermac, ha un inizio travagliato: i bilanci sono in rosso ed i commercianti materani portano la vertenza in tribunale per alcuni sospetti. Qui si scoprirà che le istanze di autorizzazione per l’ipermercato furono presentate solo due giorni prima dell’entrata in vigore della riforma Bersani, che ne avrebbe reso impossibile la costruzione. I bilanci in attivo tornano quando l’ipermercato cambia gestione, passando alla multinazionale francese Carrefour. La Confcommercio materana ha sin dall’inizio espresso parere contrario alla sua costruzione e ritiene che la nascita della struttura abbia comportato notevoli perdite per l’intero settore cittadino. Non c’è quindi da meravigliarsi che la stessa si sia fermamente opposta all’ampliamento dell’attuale ipermercato. Nella Conferenza di servizi promossa dal Comune, questo è stato l’unico ente ad esprimere parere favorevole all’ingrandimento. Contrari Confcommercio, Confesercenti, Regione e Provincia. Il diniego è stato motivato da carenze progettuali nella dotazioni di servizi, quali ad esempio i parcheggi, ma è evidente come si sia anche voluto proteggere il tessuto commerciale cittadino, in primo luogo i piccoli dettaglianti.

Ad alcuni potrebbe sembrare una scelta passatista e contraria al progesso. In realtà proteggere gli esercizi della città vuol dire anche mantenere vivo il centro, rendere fruibili molti spazi urbani, conservare stili di consumo più differenziati, preservare l’unicità europea ed italiana di avere i negozi sotto casa, e non solo concentrati in enormi strutture per lo shopping, come i Mall americani. D’altronde un ampliamento del Centro non appare necessario, visto che l’attuale dimensione risulta proporzionata alla realtà locale.

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