Vale davvero la pena mettersi in macchina, in qualunque stagione, per andare a scoprire uno dei più affascinanti complessi monumentali dell?Italia meridionale, quello della S.S. Trinità di Venosa.
Lontana dai rumori del centro cittadino, , a contemplare lo scorrere dei secoli ed il fiorire e decadere della gloria degli uomini.

Il complesso abbaziale è composto da due edifici uniti da una continuità perimetrale: la Chiesa Vecchia, e, innestata su di essa, la Chiesa Nuova, l?Incompiuta.
Sorta probabilmente su un tempio pagano dedicato alla dea Imene, e ridisegnata sulla pianta di una precedente basilica paleocristiana risalente al V secolo, la Chiesa Vecchia fu restaurata dai longobardi nel X secolo (che nel 942 ne fecero il primo nucleo di un insediamento benedettino) e trovò il suo momento di massimo splendore durante la dominazione normanna. Sotto Roberto il Guiscardo, nel 1059, papa Niccolò II la consacrò trasformandola da cattedrale in chiesa abbaziale. Seguirono trent?anni di splendore per l?abbazia: tra il 1066 e il 1094 l?abate normanno Berengario ne fece un oggetto di primaria importanza nello scacchiere dell?Italia Meridionale, come confermano le numerose donazioni e la decisione di Roberto il Guiscardo di trasferirvi, nel 1069, il sacrario della sua famiglia, gli Altavilla.
Nel 1135 iniziavano i lavori della Chiesa Nuova, una nuova grande basilica che nelle intenzioni di Roberto il Guiscardo sarebbe divenuta il pantheon della sua dinastia. Se l?ambizioso progetto fosse stato portato a termine la Chiesa Nuova avrebbe racchiuso l?edificio più antico ed avrebbe raggiunto i 125 metri di lunghezza e i 48 di larghezza, ricoprendo una superficie di tremila metri quadrati.

Ma dopo la morte di Roberto e l?inesorabile crisi della potenza normanna, i lavori si interruppero nel giro di pochi decenni per non essere mai più ripresi. Rimangono le mura, le cui pietre rivelano la loro provenienza eterogenea: capitelli corinzi, simboli romani e menorrah ebraiche incise sui blocchi che in precedenza appartenevano ad altre, più antiche costruzioni. Possenti colonne che si stagliano verso il cielo. Un pavimento d?erba, una volta di nuvole.
?Un luogo di raro incanto?, come scrive Norman Douglas in Old Calabria nel 1915, che aggiunge: ?Non è facile trovare testimonianze di vita romana, ebraica e normanna racchiuse in un luogo così piccolo, tenute assieme dalla bella architettura dei benedettini e permeate, allo stesso tempo, da uno spirito mefistofelico di moderna indifferenza?.

In questo spirito antico e moderno, e forse ancora di più nel suo essere tempio del non finito, dell?ambizione umana che non vuole darsi dei limiti e sempre tende a raggiungere qualcosa di più grande e sublime dell?esistente, è il maggiore fascino dell?Incompiuta. Quella che è stata definita una ?suggestiva sinfonia di pietre?, il sogno di un audace avventuriero che volle farsi re, è sicuramente un luogo da riscoprire, da custodire nella memoria, da amare.

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