Così si apre il corposo libro di Tommaso Andreucci, interamente dedicato alla storia di Grottole, edito nel 1910. Quella frase, sotto la patina poetica, racchiude davvero il sentire di un?epoca e lo spirito dei primi scrittori che si avventurarono nella ricerca del nostro passato. La Storia, quella che ci viene insegnata, quella di cui si parla, quella di cui si legge, fa sembrare i nostri paesi, i nostri padri, le nostre terre, perennemente travolti da un destino che non scelgono, che non cambiano, che non possono cambiare: la Storia succede altrove, non ci appartiene. Questo fenomeno non appartiene solo alla Lucania.

E? comune a tutti quei posti dove la Storia non scaturisce da una riflessione interna alla comunità, ma è dedotta da esterni, da altri. Se si percepisce la Storia dell?Uomo come una linea retta, come un irreversibile progresso che tende al sommo bene, come un lungo sentiero di montagna che sale di continuo, e se chi scrive la Storia si ritiene l?avamposto di questo sentiero, il punto più avanzato di questa retta, il bene più vicino al sommo, descriverà gli altri secondo un criterio preciso che necessita alcune spiegazioni: l?atemporalità. Quante volte, leggendo Carlo Levi o gli altri studiosi che si sono interessati della società lucana, abbiamo letto i termini ?immobile, senza tempo, non toccata dalla Storia?? Cristo si è fermato ad Eboli, la Storia non è mai arrivata. In realtà noi abbiamo un passato, noi abbiamo una Storia. La si nega, perché non la si conosce. D?altronde, quando mai gli uomini percorrono gli stessi sentieri? La Storia non è un sentiero, non è una retta, non è un tendere verso il bene assoluto. La Storia è fatta da tanti sentieri, da tante rette, da diverse concezioni di bene, ed in ogni istante, ogni società tende verso il suo momentaneo bene. Se non riusciamo a vedere gli altri, non è perché sono rimasti indietro sul nostro sentiero. Forse, ne stanno percorrendo un altro. I loro punti fanno parte di un?altra retta, il loro bene fa parte di altri valori. E? vero, a volte questi sentieri si sono incontrati, le rette si sono incrociate, il bene è coinciso. Solo a volte, però. Gli storici, quelli che hanno raccontato da esterni il nostro passato, hanno cercato di inserire questa atemporalità, in cui ci vedevano infossati, in una storia. La loro però.

Non ci hanno restituito alla nostra Storia, non ci hanno inteso come un soggetto di storia. Non ci hanno mai assegnato una retta tutta per noi: siamo sempre stati solo un punto della loro: un punto disperso in quell?ideale scala temporale che scandisce il progresso, secondo il loro punto di vista. Con l?arrivo dell?industrializzazione e della moderna società contemporanea, (anche lo sfollamento dei Sassi va visto in quest?ottica), non siamo stati portati in un punto più alto del sentiero, non ci siamo trasformati da un punto senza storia in una retta che tende verso il bene; abbiamo cambiato sentiero, siamo passati da una retta all?altra. I grilli che sentivano il loro canto perdersi nella notte ma non per questo hanno taciuto, sono stati i nostri storici locali. Fra l?indifferenza dei loro conterranei e lo scherno degli altri studiosi, hanno cercato di ricostruire, fra gli archivi, le biblioteche, le fonti orali, i monumenti, punto per punto il nostro passato. Molti lavori non sono precisi, alcune conclusioni vanno riviste, alcuni passaggi non hanno accuratezza scientifica, ma il loro valore è inestimabile. Molte di quelle conoscenze oggi sarebbero perdute per sempre, i documenti originali risulterebbero illeggibili, le testimonianze sarebbero scomparse, la nostra Storia sarebbe ridotta ad un punto. Ma i vari Andreucci, Gattini, Volpe, Racioppi, Pedio, Fortunato, Riviello, non hanno taciuto. La loro voce riecheggia ancora fra i calanchi, i monti, i fiumi, le gravine e le valli della Lucania e racconta di uomini e di donne, di eroi e di vigliacchi, di re e di schiavi, di guerre e silenzi, di briganti e piemontesi, di saggezza e coraggio: è Storia. La nostra.

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