Cile, nella lingua degli Indios Aymara, un antico popolo delle Ande, vuol dire ?dove la terra finisce?. Un luogo ai confini del mondo, nell?estremo sud delle Americhe, terra di oceani e di deserti, tristemente nota per la dittatura di Pinochet, di cui abbiamo subito il fascino nelle opere di Isabella Allende e di Luis Sepùlveda ma che comunque sentiamo lontana da noi.

Quasi un ponte tra la Lucania e il Cile, il bel libro di Maria Schirone, ?Dove la terra finisce. I lucani in Cile? (Pianeta Libro Editori) colma in parte questo senso di lontananza e attraversa la storia di una nazione per cercarvi le tracce di quanti lasciarono la Lucania in cerca di fortuna e per raccogliere le testimonianze di figli e nipoti che ancora sentono il legame con la terra dei loro padri.

Leggendo il libro della Schirone scopriamo le tante facce dell?emigrazione in terra cilena, dai primi avventurieri che dal 1890 arrivarono in Cile sperando di fare rapidamente fortuna con l? ?oro blanco? delle miniere di salnitro ai contadini stremati dalla miseria e dalla fame che alla fine della prima e della seconda guerra mondiale videro in questa terra l?ultima possibilità di sopravvivenza e di un futuro diverso per i propri figli.

Nascono così le comunità lucane in Cile, a Santiago, ad Iquique, a Pica: famiglie provenienti da Genzano, Lagonegro, Lavello, Oppido Lucano, Pignola, Salandra, Tolve, Trecchina, Viggianello lentamente mettono radici in una terra tanto diversa da quella d?origine e cominciano una vita nuova, lavorando nell?agricoltura, nel commercio, nella ristorazione. La terra del deserto, la più arida del mondo, grazie all?esperienza e alla tenacia dei braccianti diventa fertile al punto da permettere l?esportazione dei prodotti agricoli. Vengono introdotte nuove colture. Si aprono panifici, pastifici, botteghe e si inventano persino nuovi mestieri. E lentamente ci si assimila al tessuto sociale della terra di adozione, anche sacrificando al desiderio di integrazione qualcosa della propria identità, in primo luogo la lingua che non può più essere il dialetto dei genitori e dei nonni.

Resta forte tuttavia il sentimento religioso e l?amore per le tradizioni. Non è forse un caso che prima ancora dell?Associazione Lucana del Cile sia nato, nel 1978, il Gruppo di S. Rocco, con la finalità di organizzare le celebrazioni in onore del santo (la cui festa, insieme a quella di S. Antonio, è tra le più sentite dalla comunità lucana in Cile). E forte è anche il legame con la Lucania, mantenuto, alimentato, ricercato. Nel viaggio del ritorno, che è in realtà un viaggio di scoperta, c?è ? come sottolinea la Schirone – ?il desiderio di riannodare le fila con il proprio passato e il senso di appartenenza ai propri luoghi d?origine in una misura che forse a noi, nati e rimasti in Italia, sfugge nella sua interezza?. Un desiderio e un sentimento che emergono però struggenti e luminosi nei versi di una poetessa cilena, Iris Di Caro Castello, il cui padre arrivò in Cile dalla Lucania nel 1893:

?mi padre es un recuerdo

de pan y de nostalgia
uniò también en mi alma
el sol y las estrellas?

(?mio padre è un ricordo
di pane e di nostalgia
unì nella mia anima?)
il sole e le stelle?)?

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