Quando ci ritorna alla memoria la nostra fanciullezza, ci vengono in mente le nenie delle nostre nonne, i racconti davanti al focolare, mentre bolliva un decotto di malva e fichi secchi, panacea per tutti i mali, con l?immancabile gatto raggomitolato ai suoi piedi; racconti di castelli, di fate, di ?mahare?, di ?monacelli?, dell?uomo nero, di fatti straordinari successi chissà quando e chissà dove, ingigantiti ed enfatizzati dalla fantasia e dal ricordo lontano delle nostre vecchie.

In un primo momento, la lettura del libro di Tina Polisciano ?Maratea. Quando il pane aveva il sapore del mare?, ci fa ricordare questi e tanti altri episodi della nostra fanciullezza, episodi che ci infondono una nostalgia struggente che pervade l?animo di ?una soave volontà di pianto?, per dirla col Carducci. Da un?analisi più attenta, però, il libro della Polisciano non è questo o, meglio, non è solo questo. Maratea, fino agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento (fino a quando, cioè, non giunse la famiglia Rivetti per industrializzare la zona) era, come tutti i paesi del Sud, il piccolo centro meridionale, periferico rispetto a tutto e ad ogni luogo. Condizione questa che poneva il paese e chi viveva nel suo interno, ad assolvere quasi ad una funzione di centro del mondo: inizio e fine di se stesso. La cittadina aveva ed ha un territorio frastagliato che la suddivide in ben otto agglomerati, ciascuno con una propria identità, spesso con differenze notevoli: Maratea centro, con la sua valle ubertosa e il santuario sul monte S. Biagio; Massa, Brefaro; poi la costa con le frazioni di Castrocucco, Marina, Porto, Cersuta e Acquafredda.

Ebbene, Tina Poliscano analizza ognuno di questi agglomerati cogliendo, attraverso i racconti degli intervistati, le peculiarità di ciascuno e raffrontando, poi, tra loro tali peculiarità in funzione del territorio e, quindi, del lavoro cui quelle popolazioni, per secoli, sono state costrette a svolgere per sopravvivere. Il tentativo di industrializzare la zona e la scoperta delle bellezze della costa, hanno cambiato, a mano a mano, gli usi e i costumi di quella cittadina. In un cinquantennio, quindi, tutto si è stravolto e certe connotazioni antropologiche del luogo sono state quasi del tutto cancellate. In tale contesto, il libro della prof.ssa Poliscano diventa prezioso strumento di ricerca del recente passato, un recupero in extremis di tanti frammenti di memoria storica che, altrimenti, avremmo perso per sempre.

Nel libro si rileva una religiosità profonda del marateota, a volte sincera, a volte pagana e talvolta bigotta e che, a mano a mano che ci si allontana dal centro, si affievolisce.
In esso, inoltre, sono analizzate le varie feste dell?anno, la tradizione del presepe con i suoi preparativi che duravano mesi, il Natale con i pranzi e i dolci di pasta fritta conditi col miele e con lo zucchero; i canti di questua di Capodanno, quelli di carnevale; la Pasqua con tutti i suoi riti, i comparatici di San Giovanni, l?emigrazione. E poi la pastorizia di Massa e di Brefaro, la lavorazione del caciocavallo, gli ortaggi della valle e di Castrocucco. Ma quello che colpisce è la fatica per sopravvivere, quella fatica che stanca, avvilisce, opprime. Il lavoro duro delle donne, quello singolare delle donne del Porto, la raccolta, sulle montagne brulle della costa, dei ?tagliamani?, la loro trasformazione in ?libbani?, quelle corde vegetali intrecciate a più mani sull?arenile del Porto. Dopo giorni di lavoro, le mani incallite e sanguinanti, i furti dell?erba raccolta, da parte dei pastori transumanti, il viso bruciato dal sole, dopo tutto questo, alla fine una corda vegetale di circa 20 metri era venduta per sole due lire e mezzo, cioè il prezzo di una panella di pane di due chili!

A Marina il pane veniva impastato con l?acqua di mare. Il mare. Solo pochi portaioli sopravvivevano a fatica con i proventi della pesca. Le sette barche che furono contate al Porto, a remi, non bastavano alla piccola comunità locale per sopravvivere, e allora si cercava di coltivare il terreno dei piccoli terrazzamenti, posti alle spalle delle case, e qualcuno era costretto ad affittarsi anche un albero di fichi per l?intera stagione agraria! Il paese era distante; posto più in alto e nascosto dal mare per sottrarsi alla vista dei Saraceni, aveva rapporti sporadici con esso. Tali rapporti si limitavano ad un piccolo commercio di un paese che, invece, basava il suo reddito prevalentemente sull?agricoltura e sulla pastorizia. Il sale e ancora le donne. Esse si industriavano a raccogliere quello che si formava con l?essiccazione dell?acqua di mare nelle conche, sugli scogli di Cersuta e Acquafredda. A volte qualcuna veniva accusata per invidia e allora finiva in galera per qualche giorno, perché quel sale era di proprietà dello Stato!

Nella descrizione delle varie frazioni, compaiono qua e là personaggi singolari, come quelli del Porto: Posciò, vecchio pescatore, celebre per la sua resistenza in apnea e, perciò, pescatore di cernie dalle quali, pare, una volta fu salvato; Uàuà, altro pescatore avvinazzato; Tagliacapu, ovvero lo sgozzatore di maiali al tempo della loro uccisione; Cazzaneddu, il vecchietto dalla barba bianca, solitario e taciturno, non più pescatore da quando aveva perso la mano ed un occhio per l?esplosione di un ordigno, in una battuta di pesca di frodo.

L?autrice ci parla ancora del malocchio, delle pozioni per guarirne; degli scongiuri per tutte le circostanze; della straordinaria avventura di un povero padre di famiglia con il ?monacello?; delle apparizioni di streghe… Il libro di Tina Poliscano non è solo una semplice raccolta di usanze, tradizioni, canti, religiosità, storia e leggende. Esso è soprattutto – e questo ci interessa puntualizzare – lo studio della natura dei fenomeni culturali delle nostre zone, nel loro concreto manifestarsi, in un particolare periodo storico ormai trascorso. Giacché è tale, quindi, esso è una microstoria, una storia, cioè, che, unita alle altre, fa la storia, la grande Storia. Il nostro mondo è, da sempre, pieno di luoghi che hanno la funzione di fare da richiamo alla memoria. Sono luoghi che suggeriscono i nostri comportamenti, ci impongono doveri, ci incitano a compiere o meno determinate azioni, ci lanciano messaggi in varie direzioni. Noi dobbiamo avere la capacità di individuare questi luoghi, che sono anche luoghi della memoria, quella memoria che ci fa ricordare le nostre radici, dandoci consapevolezza del presente e guardare, quindi, con fiducia il futuro. E la professoressa Poliscano, questo, ce lo ha insegnato.
Tina Poliscano:
"Maratea. Quando il pane aveva il sapore del mare"
Newton e Compton, Roma. ? 18,00

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