Il paese di Craco (MT) è ?gemello?, in quanto esiste una parte vecchia e abbandonata, contrapposta alla sezione nuova e abitata. Se quest?ultima appare un borgo comune a tanti, la prima è la zona più antica, che il tempo, l?incuria, le frane, i dissesti idrogeologici, la disoccupazione, la povertà, l?isolamento hanno contribuito a gettare nell?abbandono, nella dimenticanza e nella distruzione. Craco vecchia, tuttavia, è bella. Ha il fascino di una ragazza di campagna, semplice e ammaliante, racchiude i segni di un?arcaica nobiltà, radicata nello spirito di questo borgo fantasma, conferendogli dignità e onori, nonostante il deperimento imposto dal tempo.

Abbarbicata sulla collinetta materana, che si slancia sopra il fiume Cavone, circondata dai comuni di Pisticci, Montalbano Jonico, San Mauro Forte, Stigliano e Ferrandina, sorge la Craco morta, eppure non sepolta. Il comune fu edificato su terreni argillosi e sabbiosi, formatisi in era pliocenica, circa 7 milioni di anni fa, in cui i Calanchi scavati nella terra ancora oggi contribuiscono a formare il panorama dalle sembianze desertiche e ancestrali. L?area appare senza tempo, la cui storia ha ceduto definitivamente il posto alla leggenda e alla fantasia. Si narra che Craco vecchia sia sorta circa nell?ottavo secolo aC, come dimostrano gli studi condotti agli inizi del XX secolo dall’archeologo Vincenzo Di Cicco, il quale ha rinvenuto delle antiche tombe sepolte nel sottosuolo. Si presume che nel corso del Medio Evo il piccolo borgo avesse un ruolo strategico, per via della posizione occupata sul territorio lucano. Era una vera e propria roccaforte, edificata sulla sommità di un colle, pertanto, rendeva possibile il controllo dell?intera area. Nel corso del X secolo le popolazioni di origine bizantina decisero di conquistare la zona e renderla un insediamento abitativo. Tale impresa fu poi proseguita da gruppi greco-italici presenti nell?Italia meridionale. Il 1060 Cracum è inserito tra i possedimenti dell’arcivescovo Arnaldo di Tricarico e si ha menzione del primo feudatario, un certo Erberto, soltanto negli anni 1154-1168.

Tra i monumenti più importanti visibili nel borgo lucano si scorge la torre quadrangolare, che si erge al centro dell?abitato. Essa era attraversata da non poche scale. I soppalchi e le pareti erano forati da finestre ad arco a sesto acuto, in stile analogo ai castelli di Melfi e Lagopesole, di età federiciana o di Atella, di epoca angioina. In questa torre sembra che Goffredo, feudatario del 1239, incaricato dall?imperatore Federico II rinchiudesse i prigionieri. Alla fine del III secolo, inoltre, risiedono in Cracum 83 fuochi (famiglie) e le circa 400 persone furono obbligate a pagare 1 oncia e 6 grana per la costruzione del castello di Melfi.

Nei secoli successivi le vicende storiche cedono ulteriormente il passo alla leggenda. Il XIII secolo il feudo passa alla famiglia Manforte, il XV è detenuto dalla dinastia Del Balzo e dagli Sforza. Il secolo successivo è governato dai Sanseverino. Proprio in questo periodo furono edificati i Palazzi signorili Maronna, Carbone o Grossi. Le abitazioni nobiliari di Craco erano costruite tenendo conto di una pianta quasi fissa, ossia un portale con architrave, privo di cornici, il quale permetteva di accedere all?androne e poi ai piani superiori. Questi ultimi chiusi da volte, decorate da motivi floreali o paesaggistici, racchiusi entro medaglioni.
Nel corso del XVIII secolo l?aria di ribellione e di sommossa si respira anche a Craco, quando nel 1799 i ?massari? poveri e sfruttati dalla nobiltà seguirono gli ideali rivoluzionari del Cardinale Ruffo. I notabili per difendersi dagli assalti contadini spararono sulla folla proprio dal Palazzo Carbone. Con la sconfitta delle dottrine liberali e repubblicane, si inasprisce il malessere sociale, fino a sfociare nella ribelle forma di brigantaggio meridionale. Eppure durante tale periodo di fermento si continuano a edificare palazzi nobiliari a Craco, piuttosto che dimore migliori per i contadini affamati e infreddoliti. Un esempio è il Palazzo Simonetti, i cui antri erano abbelliti da affreschi del XIX secolo. Esso si affaccia sulla ripida e angusta stradina realizzata con ciottoli di fiume che sbocca dinanzi la chiesa principale del paesino, dedicata a San Nicola Vescovo, il cui tetto era ricoperto di maioliche.

Nel 1998 l?unico abitante del borgo risulta essere Pietro Turzo, il quale risiedeva nel Palazzo Maronna, che fu trasformato prima in caserma dei Carabinieri fino a divenire il resto di un?umile abitazione. Visitare Craco vecchia oggi significa posare i piedi su una terra che appare fuori dal tempo, strappata all?uomo, la quale resta scolpita nella memoria e salvata idealmente solo nel ricordo, ammantato di un?infelice nostalgia.

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