Mentre l’Istat prepara e prevede censimenti sull’industria e servizi delle varie regioni italiane ci sono 338 ex LSU (lavoratori socialmente utili) che stanno facendo a cazzotti per evitare di entrare nel registro dei disoccupati a tempo indeterminato.
L’allarme è stato lanciato in una nota dai sindacati Cgil, Cisl e Uil della Basilicata e della Calabria che hanno chiesto all’Ente Parco nazionale del Pollino ”l’immediata riapertura del tavolo di confronto” per risolvere definitivamente la questione della stabilizzazione di 338 ex Lsu, precari da molti anni.

Sono passati ormai più mesi dall’ultimo incontro con le OO.SS., nel quale fu definito che nell’arco di poche settimane si sarebbe ridefinito il progetto per l’utilizzazione di questi lavoratori con l’integrazione dell’attività di protezione civile.
Dopo l’invio di una nota ad Italia Lavoro, per dare corso alla rivisitazione del progetto non si è mosso più nulla, ed ormai anche dall’inizio della nota sono trascorse alcune settimane. I lavoratori sono fortemente preoccupati e si stanno convincendo che si stia lavorando per rinviare ulteriormente la definizione di una questione che sta assumendo aspetti sempre più inquietanti.
Dagli ultimi aggiornamenti la Dott.ssa Mancini del Ministero del Lavoro, è intenzionata a dare un’accelerazione al problema, ripristinando un tavolo di confronto nella sede romana con gli assessori regionali, l’Ente Parco e le OO.SS..
I sindacati hanno annunciato in tono quasi minaccioso che non possono presentarsi a questo appuntamento senza un progetto ridefinito e condiviso con le parti sociali, altrimenti rischiano seriamente di non essere più credibili con l’inevitabile conseguenza che il Ministero del Lavoro dell’Ambiente si sfilino dal co – finanziamento del progetto. In un’altra nota sempre i sindacati hanno annunciato che se non perverranno risposte entro la fine del mese saranno costretti nuovamente ad auto – convocarsi nella sede del parco e a presidiarlo in assemblea permanete al fine di dare una spallata definitiva alla vertenza Pollino.

I lavoratori socialmente utili sono nati per mettere fine alla pratica di prorogare i trattamenti di cassa integrazione e mobilità, hanno sostituito attività che, oltre ad assicurare servizi agli enti locali e sostegno economico ai lavoratori, hanno costituito per questi ultimi forme di riavvicinamento al lavoro. Ogni tanto qualche legge cambia e chi più, chi meno si diverte a cambiare i connotati alla gente infatti i LSU sono diventati gli ex LSU tecnicamente “lavoratori a tempo determinato” o tappa buchi quando serve e per un certo periodo. Questo fa capire quanto sia precaria la situazione lavorativa italiana quanto la dignità del lavoratore sia continuamente minacciata. Sempre L’ Istat ha calcolato negli ultimi mesi che sono tre milioni i lavoratori con un salario netto compreso tra i 600 e gli 800 euro e altri tre milioni percepiscono una busta paga un po’ più consistente, ma che raggiunge a malapena i 1.000 euro. Un tasso di povertà preoccupante. Siamo poveri, sono preistorici i tempi in cui con mille lire si faceva la spesa. I “lavoratori poveri”, coloro che pur lavorando tutti i giorni gravitano intorno alla soglia di povertà, sono sei milioni. Tanti. La stima è contenuta in uno studio dell’Ires-Cgil sulla politica dei redditi e la dinamica delle retribuzioni nel 2003.
Dallo studio emerge un fatto nuovo, particolarmente inquietante: se è vero che il “lavoratore povero” nasce come prodotto dei contratti atipici, della flessibilità, del sommerso diffuso, è altrettanto vero che oggi il fenomeno ha ormai raggiunto “anche categorie storiche del cosiddetto “made in Italy”, dell’edilizia, dell’artigianato, dei servizi”. Lavorano, ma hanno un livello di vita che è poco sopra quello di un disoccupato.

Il rischio è che con i tagli al Welfare, lo spostamento dell’asse dei servizi dal pubblico al privato, l’aumento dell’inflazione, il numero dei lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese continui ad aumentare. Di qui l’urgenza, sottolinea l’Ires-Cgil, di tornare a parlare a partire dalle condizioni reali dei lavoratori e non più in termini di “media statistica”. Di riaprire, dunque, la questione salariale, attraverso una nuova politica dei redditi che passi per il rilancio della concertazione e restituisca dignità al lavoro. Qual è la causa della progressiva povertà dei salari? La mancata distribuzione al fattore lavoro della produttività delle imprese. Che non è prevista, nonostante la solitaria battaglia della Fiom tra i metalmeccanici, a livello di contratto nazionale e che riguarda un numero limitato d’aziende a livello di contrattazione integrativa.

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