L?arte si spiega da sola

Nato in Basilicata nel 1953, Santoro esordisce negli anni Settanta con prove informali e materiche.
Marco Santoro è un grande umile artista; la genesi della sua arte è stata un ristretto studio con cavalletti, tele e un forte odore di olio di lino.
Nei suoi quadri si sentiva la presenza di Cèzanne, di Picasso. Colori pastosi, morbidi.

Artista duttile, Marco era in grado di far sparire il cavalletto e le tele e il suo studio diventava un laboratorio da falegname, da carrozziere, da sarto. Una sua mostre suscitò scalpore, al punto che qualcuno inneggiò allo scandalo, negli anni ’70. Al ridotto del Teatro Stabile di Potenza espose una serie di cerniere: chiuse, semiaperte, spalancate. In seguito vi fu una mostra di lamiere, chiodi colorati, oggetti di legno dipinti con sportelli da aprire su dei rossi vermigli. In seguito le foto-sculture, le installazioni sempre in legno con inserti fotografici, le numerose sculture in bronzo di carattere sacro. Lo si ritrovo nel suo studio nel centro storico, in una casa museo, dove ogni mobile, dal tavolo in cucina al porta-rotolo di carta igienica, stato da lui disegnato, tagliato, montato e dipinto.

A casa sua si vede l’arte e non c’è bisogno di far troppe chiacchiere. Non ama molto la critica d?arte: la definisce come ?un linguaggio astruso, incomprensibile, visionario e astratto? aggiungendo ?è quel inguaggio che mi fa sempre ricordare quella bellissima frase di Jackson Pollock che diceva più o meno così: Un quadro si spiega da solo.?
In arte più è lunga la spiegazione meno vale l’opera, che mi fa venire in mente certi pittori cerebrali che alle loro mostre straparlano mentre le loro opere sono così mute, e opache, e inutili.
Il Santoro non ha bisogno proprio di aggiungere nulla a commento di ciò che fa. La cosa più importante, l’impatto emotivo, è così forte, che vi lascia senza parole.
E? stupefacente la magia che tale artista trasmette quando parla della zia Assunta, una zia estrosa e un po’ bislacca, in cui Marco riconosce la vera sua iniziatrice alla magia dell’arte. Già a cinque anni gli faceva sperimentare l’uso di materiali come stoffe, merletti, funi, bottoni, noci? tutti elementi che ritornano ancora oggi nelle sue opere.

Il ritorno all?infanzia è inevitabile, quando per esempio sua zia lo vestì da angelo utilizzando le penne di una gallina per le ali, la latta del barattolo dei pelati per la corona, lenzuola per il mantello e lo fece “volare” davvero calandolo con una fune dal campanile della chiesa di Filiano.
Marco è davvero un artista: è significativo l?episodio accaduto tra anni fa in cui egli, ?vittima? di un?intervista, sistematicamente smontava le domande intellettuali ribaltandole sull’intervistatore, parlando di Dio come suo unico ispiratore e nominando tra le esperienze determinanti per la sua formazione le volte che sua zia lo portava da bambino a vedere l’alba sulle colline che dominavano la valle di Vitalba. O le notti passate fin da piccolo a dormire da solo nei boschi. E certi viaggi in India, in Grecia e sue recenti passioni per la Spagna e il Portogallo, soprattutto Barcellona e Gaudì.
Negli anni ?80 Marco crea la “fotografica” e la “fotoscultura” ed è possibile rintracciare le sue opere in diverse fiere e gallerie di Londra, Villach, Stoccarda, Lubiana, Tolosa e Salisburgo.

Da qualche anno si dedica con successo a progetti urbanistici, alla realizzazione di arredi sacri e complessi fotoscultorei per abitazioni private e spazi pubblici.
Marco Santoro detesta gli artisti che frequentano più le stanze del potere che il loro studio, gli inesorabili; nonostante il migrare dei giorni il Santoro mantiene inalterato il suo aspetto artisticamente selvaggio e un suo candore che lo rendono giovane e felice delle sue giornate piene nelle quali si alza all’alba e fatica anche per 10 ore al giorno con l?energia e l?ottimismo che da sempre lo caratterizzano.

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