Il Museo nazionale del Melfese, allestito in alcune sale del castello federiciano, raccoglie materiale preistorico. Nelle quattro sale sono raccolti molti reperti della zona, tra cui ceramiche, monili, armi, ritrovate in località Camarda e Barone, nonché un prezioso corredo principesco della necropoli di Pisciolo (Melfi).
Il Melfese era anticamente suddiviso in due aree: quella collinare, con i centri di Lavello, Melfi e Banzi, e quello montuoso, con i siti di Ripagandida e Ruvo del Monte. Nella prima sala del Museo sono esposti oggetti appartenenti a corredi tombali databili tra l’ VIII e il VI sec. a. C.

I reperti più significativi si riferiscono ad una tomba rinvenuta a Lavello risalente alla seconda metà VII sec. a. C. in cui era sepolto un defunto di rango sociale elevato, come è dimostrato dalle numerose armi, da vasi di bronzo di probabile produzione etrusca e da finissime ceramiche. Alcuni frammenti di stele esposti confermano l’uso di porre segnali figurativi, quali blocchi squadrati di tufo incisi prevalentemente con decorazioni geometriche, nei pressi delle sepolture di maggior rilievo sociale. Da Lavello proviene inoltre una coppa, che presenta la peculiarità di aver raffigurato una coppa di due personaggi posta di fronte a due cavalli. Nella stessa tomba da cui proviene la coppa, databile intorno alla metà del VI sec. a. C., era presente anche un elmo di tipo greco corinzio, segno evidente della trasformazione dell’armamento in seguito al contatto con i Greci.

Nella seconda sala sono esposte le testimonianze relative alle abitazioni. Le più antiche, risalenti al VIII-VI sec. a.C., erano semplici capanne scavate nel tufo con una serie di pali di legno perimetrali che sostenevano il tetto anch’esso ligneo. Le pareti erano intonacate da argilla e paglia pressata. Nel corso del VI sec. a.C. e soprattutto in quello successivo, le case dei gruppi sociali di rango elevato iniziano ad essere realizzate con solide fondazioni in pietra, secondo una tecnica costruttiva di tipo greco. In alcuni casi, attestati ad esempio a Lavello, si tratta di edifici complessi, in cui il tetto era decorato in terracotta di produzione greca ed etrusca. Alla sommità della facciata, a volte, era posta una lastra in terracotta raffigurante, ancora una volta, un domatore di cavalli. Nel corso del IV sec. a.C. l’uso di abitare in case con fondazioni in muratura è ormai diffuso in tutti i centri ed ambienti sociali. sempre a Lavello, in questo periodo, nell’area dell’acropoli sono attestati, inoltre, un tempietto ed un basso recinto rettangolare, all’interno del quale si traevano gli auspici in base al volo degli uccelli. E’ stato quindi, per la prima volta nel Melfese, documentato un edificio di carattere sacro.

Nella terza sala sono esposti corredi tombali di V sec. a.C. Tra questi spiccano alcuni rinvenimenti di Melfi caratterizzati da carri da parata, da armi, da oggetti di ornamento in argento, oro ed ambra da ceramiche fini da mensa oltre a vasi di bronzo e altri strumenti metallici per il consumo comunitario del vino. Da Ruvo del Monte proviene invece un candelabro etrusco, rinvenuto in una tomba femminile e coronato da un bronzetto che rappresenta un mito greco allusivo alla credenza del rapimento dell’anima dopo la morte. Significativa è la presenza dello stesso mito su un cratere prodotto in Magna Grecia e rinvenuto nella corrispondente tomba maschile.

Nella quarta sala sono esposti corredi rinvenuti prevalentemente a Lavello e databili tra la fine del V e gli inizi del III sec. a.C. Il più antico si riferisce ad un giovane cavaliere sepolto nell’acropoli di Lavello; tale opera è contraddistinta da un ingente complesso di armi e da un gruppo di vasi in argento probabilmente usati nella cerimonia funebre. Tra le tombe più recenti della stessa acropoli spicca una a camera che ha restituito corredi relativi a due distinte deposizioni: una del 340-330 a.C. e l’altra del 310-300 a.C. La prima, maschile, ha assunto prestigio per la presenza di uno scudo circolare in bronzo. La seconda è caratterizzata da splendidi vasi a figure rosse e da vasi a decorazione plastica prodotti a Canosa. Alla ceramica si affianca un armamento in bronzo sia del cavallo che dell’uomo, dotato tra l’altro, di una corazza e di un elmo di tipo romano. La presenza di questo aiuta a comprendere il fenomeno della conquista romana, avvenuta proprio in quegli anni, e in seguito alla quale le elite indigene si alleano senza resistenze alla nuova potenza. L’influsso del mondo romano si manifesta anche nella scena di funerale dipinta, con tecnica ingenua, su un vaso di Lavello esposto nella stessa sala e databile intorno al 300 a.C. Romani sono, infatti, gli strumenti musicali rappresentati nel corteo funebre.

Per quanto riguarda, infine, il sarcofago romano di Rampolla (fine II sec. d. C.) sembra il caso di sottolineare che si tratta di uno dei più importanti prodotti delle fabbriche dell’Asia Minore. Nella sua parte inferiore si può riconoscere una struttura architettonica decorata da una serie di divinità ed eroi. Sul coperchio è rappresentata la defunta distesa su un cline ai cui piedi era accovacciato un cagnolino.

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