Alquanto preoccupanti risultano essere i dati che emergono dal rapporto 2003 realizzato dall’Osservatorio Economico del Centro Studi Unioncamere di Basilicata sullo stato di salute dell’economia lucana. La congiuntura negativa degli ultimi anni sembra aver creato, nella nostra regione, crepe strutturali sempre più profonde che stanno influendo non poco sull’offerta di beni e servizi.

Sebbene le prospettive non siano certo delle più rosee, soprattutto se si guarda alla sconsiderata politica economica nazionale e ad una sciagurata idea di competitività – basata solo sulla riduzione dei costi, in particolare di quella del lavoro oltre che la riduzione dei diritti (art. 18) che porta a continui sconvolgimenti in merito ai rapporti sociali tra lavoratori e imprenditori (vedi vertenza Fiat-Sata di Melfi) – il Presidente della Regione Basilicata, Filippo Bubbico, si mantiene piuttosto ottimista. “In una fase come quella attuale – ha affermato Bubbico – contrassegnata da una congiuntura economica internazionale ancora piuttosto sfavorevole, l’economia lucana fa registrare nel complesso fenomeni di consolidamento”. Sarà…ma i numeri, anzi, i dati economici dicono altro. Ad esempio, si deduce come vi sia una scarsa propensione del sistema delle imprese lucane a cogliere le opportunità offerte da tutti gli strumenti della programmazione negoziata. Un esempio? Il fallimento – tra gli altri – del contratto d’area del potentino.

Il contratto d’area è di norma uno strumento eccezionale e sperimentale di intervento, promosso dalle forze sociali nazionali e finalizzato a risolvere le emergenze occupazionali in aree di crisi individuate, sulla base anche di accordi relativi alla flessibilità del lavoro, stipulato tra le parti sociali. In particolare, il contratto d’area del potentino, nato per dare nuova linfa all’industria del post-terremoto sta, difatti, replicando il fallimento della legge dell’81’ sulla ricostruzione, in termini di aziende aperte e, soprattutto, di posti di lavoro creati. A cinque anni dalla realizzazione ha, di fatto, registrato 412 assunzioni su 1.235 posti previsti e delle 23 aziende solo in 20 avvieranno realmente l’attività. C’è un sostanziale ritardo culturale da parte di consistenti strati delle imprese ad investire in innovazione, ricerca e sviluppo, fare sistema, investire sulle risorse umane. Perché? Sempre colpa delle lungaggini burocratiche, comunque realmente presenti? Colpa della decennale cultura assistenziale che, nonostante le plastiche prese di posizioni, dopotutto, è ancora ben vista anche dagli aspiranti manager lucani?

Intanto, vi è un aumento della disoccupazione, la riduzione di 1400 addetti nel 2002 nel settore dei servizi, come pure preoccupante risulta essere la conferma che, negli ultimi anni, il lavoro nero non ha fatto rilevare alcuna diminuzione toccando il 28-30% del totale della forza lavoro occupata. Ciò è dovuto al fallimento delle politiche del Governo sull’emersione, certo, ma anche ad una assenza d’iniziativa delle strutture regionali e territoriali competenti.

Bisognerebbe appropriarsi di un analisi di fondo, capire che l’accelerazione del progresso tecnologico ha, inevitabilmente, portato alla ribalta nuovi fattori di competitività: flessibilità tecnologica ed elasticità produttiva, accompagnata ad una maggiore differenziazione della domanda, il che comporta la capacità da parte dell’offerta di variare in modo significativo il prodotto finale, adeguandolo a forme di domanda più sofisticate. Fino a che punto le aziende della Basilicata sono in linea con questi nuovi parametri? Cosa si sta facendo per ridurre questa enorme differenza con il resto del mondo? Se a tutto questo aggiungiamo i forti scompensi di relazione tra imprenditori, lavoratori e sindacati, ci renderemo conto che anche il più incauto ottimismo è fuori luogo, quasi inappropriato.

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