Nel caso di Nicola Petrizzi risulta indispensabile delineare le opere di tale artista come discendenti da una pittura basata sulla continuità sulla linea del mondo contadino, in quanto dagli anni ?60, ovvero dall?inizio dell?attività culturale del Petrizzi, come risulta da attestazioni di merito apparse su quotidiani come ?Il Tempo? e ?Il Mattino?, la sua fedeltà alla terra lucana è rimasta immutata anche se la tensione emotiva che accompagna le sue opere, le tonalità e i colori, vanno assumendo connotazioni diversificate e sembrano allontanarsi dal bianco e dal nero inizialmente eccessivamente marcati e velatamente allusivi.

Le opere di Nicola estrinsecano emozioni, sensazioni di attrazioni violente tramite catene di immagini in sovrapposizione, che scaturiscono nella vista silenzi riflessi e densi di sfumature policromatiche; importanti appaiono le memorie profonde e segnate che riaffiorano inevitabili grazie ai molteplici richiami nella colleganza dei significati presenti nei dipinti. Il filo conduttore della pittura del Petrizzi è la peculiarità in diversi macroscopici aspetti che il contadino è in grado di assumere. E? indispensabile trattare, quindi, di pittura della continuità con riferimento ad un mondo che viene ripetutamente proposto, sul filo della memoria nella sua integrità e nei suoi aspetti significativi del mondo agrario e rurale.

I sentimenti dominanti nei dipinti sono la sofferenza, il dolore, la rassegnata accettazione della crudeltà e dell?ineluttabilità del destino, la fatica e l?inevitabile scorrere della vita e dei sacrifici appartenenti ad essa.
Il Petrizzi rimane, per scelta consapevole, coerentemente legato alla sua arte reale, con profonda la vigoria espressiva, con il tratto deciso del pennello o della spatola, con l?evidenziazione di certi elementi significativi connotati anche in termini di tonalità, ostentando una sorta di ripudio nei confronti di tutto ciò che è ?arte modaiola?. La pittura si impone e giganteggia con i segni estremi della chiarezza espressiva, con l?evidenza delle figure, prevalentemente umane, l?organizzazione degli sfondi, che costituiscono un insieme amalgamato ed omogeneo, con la forza plastica e viva dei riferimenti ed è capace di penetrare nell?anima dell?osservatore, scavando solchi profondi ed aprendo scenari straordinari nel sub conscio, col rimando immediato a lontananze evocanti situazioni tendenti a sfumare nella mitizzazione.

Mario Carnevale parla dell?arte pittorica di Petrizzi come ?vera? e Michele Giocoli riconosce ai quadri ?uno stile particolare?, val la pena annotare quanto scrive Antonietta Acierno Pellettieri per la quale i ?Frammenti cromatici ? sono ?tenuti insieme da un oscuro profilo che impedisce alle figure di frantumarsi in tessere aride e terrose? e mette in evidenza il fatto che le figure siano senza volto, ?appoggiate le une alle altre, con la curva delle spalle oppressa da un peso invisibile; vicine, eppure straniate e lontane in una incapacità di comunicazione, in un?afasia di emozioni che le danna ad una solitudine esistenziale senza orizzonti, senza sfondo prospettico?.

Petrizzi riabilita e nobilita, con la sua arte, quel mondo consegnandolo nella sua cruda e sofferente realtà, senza operare facili astensionismi del dolore né proponendo comode opposizioni e doppi sensi, ma rimanendo fedele al vero, filtrato attraverso la memoria che, ammorbidisce gli aspetti, addolcisce l’insieme, attutisce i toni e crea atmosfere cariche di tensioni emotive. E? decisamente un mondo scomparso, quello di Petrizzi, e salvato, dalla forza evocativa della memoria e, come tale, degno di essere raccontato; un mondo, senza truci segni e con disposizione d?anima piena e totale, con adesione certa, con partecipazione sentita da parte dell?autore che mostra rispetto profondo che emerge da ogni dipinto, quasi fosse egli figlio diretto del mondo che rappresenta.

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